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19 aprile| 1702 Antonio Dolfin

Dispaccio del 27 agosto| 1702|

N. (senza numero)

Serenissimo Principe,
gionta in estremo la temerità de albanesi vilici di Monzalese in questa giurdisditione, et formatto quel luocho nido de malviventi, mi necesità humiliare le notitie al regio tronno della Serenità Vostra, affine siino tronchati quelli pessimi sucessi che sonno in punto di nascere; ridotta questa caricha per mancanza di forze in scherzo e ludibrio di questi tristi, quali senz’alcun timore e rispetto, anzi con ogni facile sfrontateza, tutto ciò che dal loro indegno capricio li viene iniquamente sugerito, purché concorri la loro volontà, benché sia contro le leggi divine et humane, pongono francamente in esecutione; questi si sonno totalmente scordati esser suditi di questo Serenissimo Dominio, non volendo reconoser la giustitia in conto alcuno, né ocore che la stessa le prefiggi qual si sia impositione che resti da medesimi, sì per publico come privato interesse, omninamente essequita, volendo con tal disoluteza viver con distintione delli altri suditti, et senza recognitione di chi si sii; né occore si persuadi la caricha mandarle in detto luocho qualunque ministro in sortimento di qual si sia effetto di giustitia, perché sarebe un consegnarlo alla loro tiranide, esendo recenti li casi seguiti, li enormissimi deliti che da medesimi, et in particolare dalla casa Gertia et Chiurchi, vengono fatti, essendo questi in fratelanza, Grosso Passatà, et con seguito di altri suoi pari, sono moltissimi; dimodoché i rapresentarli alla Serenità Vostra sarebe un tropo assedio, et mi sii solo permesso al più succinto posibile sporle che li rapti, incendii, furti, asasinii, svaleggi, prepotenze et omicidii sono in cadaun d’essi sì domestici che giornalmente ne cometonno; et con tutto per tal enormità ancho, con l’auttorità del ecelsso Consiglio di Dieci, con sentenze capitali banditi, nondimeno in sprezo della maestà del Prencipe Serenissimo dimoranno nelle proprie case, et caminanno liberamente senza nisun riguardo; ma quello è più considerabile, non vedendo mai la sforza della giustitia, coronno a brilgia (!) sciolta invilupandossi in maggior ecessi, essendo arivatto in tanta sublimità la loro alterigia, che se per alcuno delli ecessi da loro comessi vogliono li offesi ricorer dalla giustitia, li minaciano nella vita, et se possono penetrare alcun benché minimo motivo, francamente adempiscono le minacie, le abruciano le case e tetti, et se per tali fatti la giustitia vol passar a formatione de processi, minaciano non solo li testimonii non dover parlare, ma anche non debino portarssi né ancho al’obedienza, formandosi in setta per questi contorni, et se trovanno alcun incaminato verso questa città, al quale possi esser notte le loro iniquità, lo privano di vita, insidiando con tal forma la giustitia, et la vita anchor al mio Canceliere in odio del suo ministerro, onde conviene la publica rapresentanza rimaner calpestatta, per non veder effetti talli, come sucesse nel mese corente a Francescho Bita, Capo di Cento, eletto dalla Maestà Publica in estirpatione de tali malviventi et altre urgenze, quale atrovandossi fra li altri suditi di questo territorio il più ofeso, perché oltre eserle più volte dalla casa Gertia antedeta statta in molte forme insidiata la vita, abruciato case et tegoni, barbaramente trucidato già pochi mesi un inocente suo pastore per la sola causa di esser al suo servittio, risolsse lo stesso portarssi a piedi del eccelsso Consiglio di Dieci a umiliare le sue instanze, perché una volta fosse da talli vesacioni libero; onde, delegato da quel Ecelsso prima servandi servandis et poscia, perché li testimonii havevano paura dir il vero, col rito alla caricha di Capodistria, talli dellinquenze, vedendosi non poter hora esimerssi da castigo meritato, risolssero privar l’instante di vita, come ancho le sortì con archibugiata effetuarlo nel mese corente, mentre andava in compagnia di sua figliola a casa, per cui anche subito restò estiato (?), per il qual fatto venuto suo filgiolo (!), in esecutione delli ordini di questa caricha, il giorno ad espor il suo constituto, fu lo stesso inseguito da medesimi per privarlo di vita, il che non le sortì per esser stato cautamente aconpagnato; lo aspetoronno di ritorno sconti in un fosso per adempire il loro pravo pensiero, qualle ancho facilmente le sarebe sortito, se scoperti non fossero statti da persona di questa città, per mezo della quale restò esso giovine avisato, onde il male che doveva nasere restò per quel punto sospeso, che Dio vogli sii ancho per l’avenire, perché si sono dichiarati di farlo unito ad altri quatro o cinque che non si pol penetrar chi posino esser, stando loro giornalmente in oservatione per adempir l’effetto, né la giustitia ha potutto sopra quelli fatti administrar li suoi effetti, perché da medesimi, essendosi fatti di setta di dieci o dodeci, non viene permesso, tolto in loro potere la sudetta strada, alli testimonii comparir dinanti la giustitia; onde, in esequimento delle leggi, del omicidio ultimamente seguito datone conto novamente al Ecelsso tribunale, restò destramente delegato con l’auttorità et rito tal sucesso alla caricha di Capodistria, né questo fu bastante, non vedendo da quella alcuna deliberatione di recar l’impresione alcuna, almeno di allontanarssi, che con magior temerità si sonno introdotti con la seta hordinaria, anzi aconpagnati con certi Putaz (?), banditi con pena capitale, tutti armati con arme lunga e corta da fuocho, nec non di altra conditione, hogi in questa città, il che sarebe pocho quando si fossero ancho in ciò contenutti, ma volsero ancho sotto l’ochio della giustitia far conoser la loro alterigia, perché prima tentorono a minacioronno nella vita l’illustrissimo Antonio Creparitio di questa città, col pretesto che lui come avocato havese formato la scritura d’indolenza presentata dal da loro interfeto Capo Bita all’eccelso tribunale di Dieci; minaciarono di privar di vita Zorzi Bodetich dalla villa di Monpeto col pretesto che anchor lui havesse fatto qalche ricorsso; et haverebero effettuatto ancho le minacie, se non havesse lui sfugito l’incontro; diedero ad una povera dona da Montelebote, territorio di Montona, che in questa città per sua sfortuna si atrovò, senza causa veruna, diversissime tochate di schiopo, per le quali erra tutta coperta di ferite et grondante di sangue, la quale ancho sarebe ridotta ad hora all’ultimo respiro, se non fosse sortito scapare in una casa nella quale fecero tutto il posibile per introdurssi, né per anco contenti di queste inique loro procedure, che Simon Chiurcho quondam Punt, uno di detta setta, tirò un’archibugiata ad un tal Pietro Spada della loro villa, quale schermitosi per voler di Dio restò illeso, havendo datto con cinque balle in un cantone di muro pocho discosto, et ferito Pietro Liadi in una spalla, per esser statto presente; altri omicidii, attentatti ve ne sono in questa Cancelleria moltissimi, né puono esser progreditti li effetti di giustitia per li riguardi acenatti. Di quanto scandallo a’ suditti, di quanto indecoro alla publica rapresentanza, di qual fomento alla temerità di malviventi e di quanto disordine rieschino talli procedure, ben lo comprende l’alta virtù della Serenità Vostra, né io posso dispensarmi dal debito di rapresentargiele (!), esendomi statto masime da parte di questa comunità fatto con lacrime di sangue vivissime instanze; non essendo più patroni li capi di famiglia de loro poteri, convenendo questi totalmente abandonare, né sicuri questi habitanti caminar per le publiche strade, quali haverebero sin ad hora spedito a piedi del augusto suo trono le di lei supliche, mentre non li fosse statto oposto dalli timori sopranarati. Quando con tutta la solecitudine non venghi dal auttorità del Prencipe Serenissimo posto i compenssi più proprii a tal disoluteza, prevedo magiori et gravisimi inseparabili funesti, e temo esposta, se non a talli al meno a considerabili disprezi ancho questa caricha, non atrovandomi sicuro nel publico pallazo con insegne del caratere venerabile del Prencipe, onde è punto di giustitia, necesaria e importantissima al publico interesse, l’estirpare dalle radici ecessi di tanta consequenza. La materia di cui si tratta con tutto il studio posibile da me pratichato, non mi permisse più ristretto contenermi, onde suplicando la Serenità Vostra di tenigo (?) perdono, osequioso mi protesto. Gratie etc.

Parenzo, 27 agosto 1702.
Antonio Dolfin, Podestà.

ASVe, Senato, Dispacci, Istria, b. 83.
Trascrizione di Umberto Cecchinato.