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1 marzo| 1704 Vincenzo Gritti

Dispaccio del 3| giugno| 1704|

N. (senza numero)

Serenissimo Principe,
ha dovuto soccombere alla fatalità commune, il giorno dei 25 del spirato mese, il nobil huomo Domenico Diedo, che sosteneva per Vostra Serenità con plausibile rappresentanza la carica di Podestà di Buie. In adempimento del loro debito sono stati pontuali in portarmi l’avviso della sua morte li Giudici di quel luogo, et io non ho diferito di spedirvi, perché ne assuma la vicereggenza, il nobil huomo ser Antonio Baseggio, uno dei Consiglieri. Mi sono valso nell’accompagnarlo delle formalità pratticate in casi simili dagli eccellentissimi precessori, et è partito egli col nobilissimo fine di far spiccare anco in quest’incontro, che tutto il suo studio versa nel consiliarsi il publico gradimento.
Dovuta questa relatione dall’obligo di mie incombenze onde serva al lume dell’Eccellenze Vostre, partecipo ancora la ricevuta di loro venerate ducali de dì 21 del passato, presentatemi dai Sindici di questa communità. Contengono esse varii ordini perché abbino da caminar di buon piede le cose del seminario erretto qui per la buona educazione de figliuoli. Et come serve ciò alla città d’argomento dell’amorosa publica attenzione verso cadaun bene e vantaggio di questi fedelissimi sudditi, così ne professano tutti quel grand’obligo che può spiegarli grati alla cura paterna del loro clementissimo Prencipe. Ad oggetto però che si stabiliscano sempre più in tale sentimento, andrò io ubbidendo le sovrane prescrizioni, col sollecitare di tempo in tempo le Scuole laiche della provincia alla contribuzione della tansa insensibile al sostentamento del seminario concessa. Ho anzi già subito scritto all’illustrissimo rappresentante di Pola perché oblighi alla tangente porzione anche le Scuole di quel luogo, non ostante il decreto 1697, riservatole l’uso delle ragioni quando si pretendessero aggravate. Nei pagamenti poi assegnatili in questa Camera per la summa di ducati 450, avrò mira che camminino con la distinzione possibile, per quanto mai sarà permesso dalle note angustie della Cassa.
Frattanto, estesomi ad eseguire gli altri punti delle sopraccennate ducali, ricavo che quattro siano i maestri che assistono al seminario medesimo, tutti esteri dello Stato pontificio, né si rilevano licenziate dall’eccellentissimo Collegio le loro patenti. Bensì ne’ registri di questa Cancellaria si trova aver risposto l’Eccellenze Vostre, sotto li 9 maggio 1699, all’eccellentissimo signor Nicolò Morosini, allora Podestà e Capitanio predecessore, che avevano inteso la provisione alla quale era devenuto questo Collegio de sudetti maestri in luoco degli altri licenziati.
Se fosse stato capace il mio zelo di ricevere augumento nel desiderio, che intiero nutre, di sagrificare tutta la propria applicazione per ben servire la patria, certo che gliel’avrebbero causato le replicate commessioni che pure mi giungono per la maggior possibile raccolta de marinari. Ma già estese, sopra le prime premure, diligenze corrispondenti, non ho saputo far di più, dopo rinovate qui l’insinuazioni più efficaci, e dati eccitamenti vigorosi agl’illustrissimi rappresentanti per doverle pratticar con ugual fervore nelle loro giurisdizioni, che d’impiegar l’opera d’alcuno di questi principali della proffessione. Assicuratili del merito che si sarebbero conciliato, sortendole qualche unione, si sono qui manneggiati e poi anco trasferiti a Piran, Isola et altre parti qui vicine, ritornano senza frutto, cosiché mi duole nell’anima di dover disperar della riuscita, per i motivi già umiliati a Vostra Serenità nelle riverentissime mie di 30 aprile decorso. Dei pochi che vi sono del mestiere nei luoghi litorali, dati all’interesse delle pesche, adesso in particolare che va la buona stagione delle medesime, non se ne trova uno che sii otioso, perché quelli che non v’applicano sono dispersi, anco scarsamente, sopra varie barche che frequentano il commercio con cotesta Dominante. Per verità sembrano così necessarii a suffragare con quest’uniche industrie la nota miseria del paese, che non riuscirebbe se non sensibile il discapito per quanto ristretto fosse il numero che se ne levasse. Et nemmeno questo sarebbe da ottenersi con semplici persuasive et allettamenti, fuori de quali non vedo essermi lecito d’uscire, con l’uso di maniere più risolute. M’è sortito bensì, valendomi dell’ossequiato assenso di Vostra Serenità, di maneggiare con buon esito la liberazione di Giacomo Vallon da Grao, che si trovava in prigione in Trieste, imputato di varie colpe. Quel comandante è condesceso a rilasciarlo sopra gli ufficii che li ho fatti passare, senza però impegno mio, né della mia carica, et egli è comparso qui chiamarsi eternamente tenuto alla pietà con cui sono concorse l’Eccellenze Vostre ad annuire ai mezzi del suo sollevo.
I segnani continuando a far rapresaglie, hanno condotto in poco tempo dal Carso diversi bastimenti, tra quali uno turchesco trovato con mercanzie francesi. Si sente però che, accostatesi a quelle rive i giorni passati tre galere napolitane, abbino ricuperato alcuni de sudetti bastimenti sotto Buccari, nel qual luogo fatto sbarco, hanno abbrugiato e saccheggiato diverse case. Sortite poscia le stesse galere dal Quarnaro, pareva che volessero prender la volta dell’Istria. E questi confinanti non solo continuano a tener pronti i sudditi con le dispositioni già avvisate, ma a Trieste hanno posto fuori tutta l’artigliaria, e spedito a Lubiana e Graz a sollecitar rinforzi di truppe, per meglio armarsi. Notizie che mi fanno chiuder le presenti con il solito profondissimo rispetto. Grazie etc.
Capodistria, 3 giugno 1704.

Vincenzo Gritti, Podestà e Capitanio.

AS Venezia, Senato, Dispacci, Istria, b. 85.
Trascrizione di Umberto Cecchinato.