• it
  • it
  • en
  • hr
  • el
  • de

24 febbraio| 1616 - 22 luglio| 1617 Marin Garzoni

Dispaccio del 28 gennaio| 1618|

N. (senza numero)

Serenissimo principe
supplico genuflesso Vostra serenità et l’Eccellenze vostre illustrissime degnarsi, anco nelle presenti loro gravissime occupationi, di prestar benigne orecchie alle giuste voci di chi ingiustamente calunniato con lagrimosa neccesità sospira dalla benignità loro quel solevo che è proprio della publica equità. È già ripiena questa città tutta che monsignor illustrissimo arcivescovo di essa m’habbia accusato di molti errori et che spera egli vederne in breve da ciò l’esterminio totale delle mie povere fortune, tentata et conosciuta da lui la loro debolezza. Resto io pure avisato dei particolari delle lettere di sua signoria reverendissima a Vostra serenità da persona domestica della sua casa, che con pietosa infedeltà ha voluto rifferirmeli. Fra questi so haver egli falsamente esposto che io habbia con violenza fatto esborsare al mio cavaliero dal suo vicario per il possesso temporale dell’arcivescovato ducati dieci; che è reprobatissimo dal fatto stesso, poiché non ha il cavaliero havuto dal vicario senon tolori tre, tutto che giuridicamente gli venissero cinque ducati. Porta in oltre che in chiesa alla messa io senza il dovuto rispetto del loco, empia et bestialmente habbia ingiuriato con villanie et tentato d’offender con un pugno il suo suddiacono nel porgermi la pace, fatto pure tanto lontano dal vero quanto l’istesso suddiacono lo nega espressamente et il popolo astante lo ha diversissimo occulatamente veduto. Né io ho mancato con altre mie di darne minutissimo conto a lei, cioè d’haverlo nel portarmi la pace (tocando al diacono questo uffitio) per decoro publico licentiato a un solo cenno di testa et così pur prima che mi portò l’evangelio, ricevuto da un mio servitore per mantenimento della giurisditione. Asserisce Sua signoria illustrissima di più haver in trattando meco dissentito da questo foro secolare, che è pur foro dell’Eccellenze vostre, et io havergli risposto che non volendo assentirvi vada in Inghilterra col suo precessore; con diverse altre inventate sue calunnie machinate contro di me di sprezzo della sua persona in fatti et in parole, tutti pur mendacii falssissimii affatto, poiché non ho io mai trattato seco doppo le ammonitioni fattegli d’ordine publico, senon con termine di cortesissimo complimento et alla presenza solamente dell’eccellentissimo signor general Veniero et dell’eccellentissimo signor Belegno, con quali benché fermatisi qui qualche giorno, capi suppremi atti alla regolation et castigo d’ogni attion mia, non è bastato l’animo a Sua signoria illustrissima di lamentarsi di me et affermar all’Eccellenze loro le falsità inventate contra la mia persona, per conoscer egli che sariano state scoperte per tali dal testimonio stesso degli nominati da lui, anci da questa città intiera. Havendo egli poi maledicamente accuito l’ingegno a mia oppressione con tanto torto in scrittura, senza pensar che ad ogni modo resteriano reprobate queste sue false assertioni da chiari et evidentissimi fatti, dei quali nondimeno non contento io per la gelosia di quell’honore che è solo anima et idolo di questa mia vita civile, autenticato da me per corso di quaranta due anni sin hora da più testimonii d’attioni et di costumi non indegni. Ho rissoluto inviar a Vostra serenità l’occluso brevissimo esame fatto dal canciliero della comunità et alla presenza delli giudici di essa, in mezo foglio solo, che con sottoscrittione di propria mano vien affermato tutto il contrario dell’inventato da monsignor illustrissimo arcivescovo et dal suo Vicario et dal suo suddiacono. Avertandole io di più circa l’addossatomi in oltre da lui per quella ch’io professo incontaminata et che mi è naturalmente dovuta verso l’Eccellenze vostre il tutto [?] espresso, conosciuto tale anco  dall’istesso prelato, il quale non so perché, so ben che è senza alcuna mia colpa, procura sempre occasion di collar col rappresentante et di spesso vilipender la mia persona in spetie, qual che si sia, con voci et con atti che basteriano accitar la pacientia stessa, et io tuttavia ho sempre sopportato per publico rispetto, che si voglia che gli habbia piaciuto o dirmi o farmi; confortandomi a ciò, il conoscere monsignor illustrissimo troppo appassionato contro gli interessi di Vostra serenità con segni evidentissimi in [...] et nella sua casa per la perdita di un suo fratello morto ultimamente in Gradisca a servitio de arciducali et per le spesse comminationi che fa di scriver al Sommo pontefice per ogni leggierezza et che disse in particolare per il monitorio ritrattato d’ordine publico già affisso contro gli ebrei con tanta loro commotione; oltre l’havermi più volte bisognato far riprender il suo canceliere perché di suo ordine ha essaminato senza licenza diversi laici et sedotto altri poveri contadini a lassiar il foro secolare et ridursi all’ecclesiastico; sopportando io per non infastidir Vostra serenità le pretensioni abitiose che egli ha di giurisditione temporale, di che a punto si lasciò intendere con gli [?] ebrei, che negando essi di riconoscerlo per supperiore, fulminò Sua signoria reverendissima il monitore sudetto, fattogli ritrattar dall’Eccellenze vostre illustrissime et circa che s’aggrava tanto meco perché ne dessi all’hora, come ero tenuto, riverente conto a Vostra serenità et ultimamente anco del negotio delle decime da lui pretese con questi villici, intorno le quali pretendeva egli che non fossero l’Eccellenze vostre o alcun loro rappresentante giudice co[?], egli poi con questo governatore , ch’è domino Vimercato Vimercati da Montagnana stato acremente ripreso da me per havergli trovato in casa nascoste alcune tavole di certa ferramenta di ragion del publico, tolte et trafugate in tempo di notte, dalla fabrica del novo terrapieno in castello, com’è notorio a tutta la maestranza che vi attrova. Venendomi così con mio gusto ma con egual passione dal ben servir l’Eccellenze vostre il mio debito queste calunie et queste persecutioni et non da altro certo che mostrarmi io ardentissimo ne loro interessi, per quali, bisognando, perderei anco prontamente la vita et per quali, insoma, sa Dio et io lo provo, riceve ogni mossa in queste pessime disseminationi la perfidia di chi opera male a mia depressione. Cose tutte che [...] scoprir abastanza l’affetto, in effetto, di monsignor illustrissimo et che hanno pur causato per fuggir io ogni sinistro incontro, non mi son mai abbocato seco, senon obediendo gli ordini publici et con che termine io habbia trattato lo sa egli stesso. Restando così di trovarmi anco alle feste principali in chiesa, per troncar al diacono mezzi di sparger mali semi et nel baciar l’evangelio et nel dar la pace, [?] circa che ultimamente a punto l’eccellentissimo signor general Belegno ha con Sua signoria reverendissima terminato si continui l’uso primo, giustamente da me preteso, dando il diacono la pace, et fin qui nella mia propria casa, dove quante licentiose parole mi dicesse for d’ogni proposito monsignor illustrissimo arcivescovo et che non mi conosceva per niente et che non sarei buono come rappresentante della Serenità vostra né in altro modo di comandarli mai et mille altre simili indecenze, chiamo testimonio l’eccellentissimo general sudetto, che mi disse al fine havermi io dimostrato nelle risposte dategli troppo mortificato, honorandolo sempre et reietta ogni passion del mio animo per la pace et quiete et per il mal essempio che dalle altercationi fra capi scandalosamente suol nascere, toccando Sua signoria reverendissima in particolare et essagerando il punto ch’io havessi detto che andasse in Inghilterra dietro al suo precessore, et negandoglielo io con addossarmi nota d’infamia quando si fosse ciò ritrovato vero. Al che per molte altre parolaccie che si lasciò uscir di bocca convenne l’eccellentissimo Belegno predetto ribuffarlo, ridendomene io sempre, et sopportandolo con estrema flemma. Tanto m’occorre ad escolpation mia, conoscendomi innocentissimo, ma a scarsa espression del vero umilmente et addoloratissimamente rappresentar alla Serenità vostra et all’Eccellenze vostre illustrissime, perché informate con serenità possano poi, come son sicuro, rimover dalla loro somma prudenza et equità quel dubio circa li miei costumi (da cadauna d’esse sin hora per aventura ben conosciuti) che potesse forse haver loro apportato l’artificio et la malignità altrui. Assicurandosi elle che se bene io sono in altro imperfettissimo ridotto in questa carica quasi a tottal cecità de gli occhi, scorgo anco fra l’oscuro delle mie miserie qualche lume et dove massime mi chiama la ragione et il loro servitio spetialmente ardisco di non ceder a chi si voglia; et sia ciò detto senza nota di temerità, et ricevuto da Vostra serenità benignamente come voce uscita dall’interesse dell’honor mio et dalla viva fede che mi s’aspetta verso il publico servitio. Non dovendo restar io in tanto con efficacissime instanze appresso l’eccellentissimo signor general Belegno di farle anco indubitatamente composta questa verità col testimonio sincerissimo di tanto senatore. Gratie.
Di Spalato a 28 genaro 1617 [m.v.]

Marin Garzoni conte et capitano

Allegati: scrittura dei capi della comunità di Spalato in favore del Garzoni (1 c.), 28 gennaio 1618.

AS Venezia, Senato, Dispacci, Dalmazia, b. 17.
Trascrizione di Damiano Pellizzaro