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17 luglio| 1617 Piero Querini

Dispaccio del 20 aprile| 1617|

N. (senza numero)
Serenissimo prencipe
inviai già tre giorni alla Vrana, castello di questi confini turcheschi, un mio confidente, persona discreta, per presentar a Calil agà barone del Gran signore una catena d’oro, in corrispondenza di un cavallo che mi haveva mandato a donar, per amorevole et reciproca dimostratione d’amicitia, della quale significai riverentemente alla Serenità vostra nelle mie di 14 dell’instante. Questo tale ritornato, oltre li soliti offitii di cortesia, riferitimi per parte di Calil agà, havendo havuto da me ordine d’informarsi sopra le cose correnti, et quello che sentano turchi della venuta in Colfo de galioni spagnuoli, mi aggiunge diversi particolari intesi da lui ne i ragionamenti con turchi di qualche auttorità et commando, de quali mi è parso bene nell’iclusa copia dar riverente notitia all’Eccellenze vostre illustrissime, stimandoli io non in tutto superflui, comprendendosi da essi in quanta commotione siano li turchi, et potendo succeder che aprano li occhi et pensino a qualche provisione per preocupare et assicurarsi nell’avenire, massime scoprendosi nella relatione che vadano sospettando di qualche unione della Serenità vostra con Spagna et altri potentati christiani a danno loro, la qual ombra per levarli affatto procurarò con buone et accomodate occasioni di far cader a tempo ragionamenti et dimostrationi, aiutate dalli progressi ch’anderano facendo li galioni di Vostra serenità et l’altre forze, onde conoscano senza dubbio il sincero proceder di lei nell’osservanza della fede, et il suo antico instituto di non capitar all’armi se non provocata, altrettanto amatrice di sicura et degna pace quanto pronta diffesa, et alla ripulsa delle ingurie, procurando con desterità che restino confirmati nell’opinione de pensieri di Spagna, a pregiuditio commune per coaggiuvar in quanto si possa da questa parte le ragioni, et la giustitia della causa publica. Ho dato conto d’ogni particolare anco all’eccellentissimo provveditor generale, perché resti avisato del tutto ad ogni buon fine. Gratie.
Di Zara lì 20 aprile 1617.

Piero Quirini provveditore generale della cavalleria.

Allegati: resoconto del confidente del provveditore generale della cavalleria mandato a Vrana (n°1).
Allegato n°1
In lettere del provveditor della cavallaria Querini di 20 april 1617.
1617, 20 april.
Ritornato dalla Vrana il straordinario capitan Francesco Begna, rifferì quanto segue. Mentre mi sono trattenuto questi doi giorni passati alla Vrana per li cattivi tempi et pioggie, mi è occorso di parlar continuamente con molti turchi principali così di questo sanzaccato come di quello di Cetina, sopra la venuta delli galioni spagnuoli nelle acque di Curzola vicino alli ragusei, et li ragionamenti sono stati longhissimi, ma la sustantia è questa. Che a memoria d’huomini non sono mai più venuti in Golfo vasselli spagnuoli di quella qualità et armati di quella maniera che s’intende che sono, né possono creder che la Serenissima signoria comporti che mettano il piede in Golfo, massime né i turchi ragusei, perché restarebbono escluse tutte le città et isole verso levante che sono della Signoria, si come loro turchi non haverebbono in alcun modo comportato che li spagnuoli si fossero annidati in quella parte, perché infestarebbono tutto il paese turchesco et vi tenirebbono una armata. Et perché un turco venuto da Clissa alla Vrana il giorno istesso che vi arrivai anc’io rifferiva haver inteso che ragusei havevano data la città alli spagnuoli, et che havessero li medesimi spagnuoli fabricato un fortino sopra un scoglietto alla bocca del porto di Santa Croce, et che lui si trovò presente già molti anni quando li ambasciatori ragusei portorono un grossissimo presente al Gran signore in Costantinopoli per mitigarlo, rispetto ch’erano imputati di haver voluto dare al re di Spagna Ragusi, et ricever altro luoco in contracambio, perciò tutti li turchi che si trovorno presenti fremevano et esclamavano che bisognaria che la Serenissima Signoria si congiungesse ad essi turchi per scacciar di là gli spagnuoli, trattandosi dell’interesse commune et come si conviene alli buoni amici, aggiungendo che si contenterebbono più tosto che la Signoria havesse Ragusi che il re di Spagna, perché si vivrebbe più in pace, come si fa con il resto del confine di Sua serenità et che anco quando li uscocchi havevano tolta Clissa, la Signoria aiutava li turchi a recuperarla, anco con vittuarie et polvere. Discorrendo poi come si fa quando si passa avanti ne i raggionamenti, dicevano che bisognerebbe far forti sopra le eminentie che soprastanno a Ragusi, et di là batter la città, et se li spagnuoli havessero preocupato, bisognaria andar subito all’assalto con quantità grandi di soldatesca, et procurai di scacciarli anco quando si dovesse perdervi gran quantità di gente. Meravigliandosi tutti che il sanzacco di Chercigovina che termina con Ragusi non havesse dato conto a questi confini turcheschi della venuta di detti spagnuoli et di tutti li particolari, perché haverebbono lasciato di andar alla guerra contra li cosacchi, o in Asia, et si sarebbono tirati verso Ragusi importando più da questa parte che da quell’altra. Et se l’eccellentissimo generale (così dicevano) havesse dimandata gente al signor bassà di Bossina per andar contra a questi bertoni spagnuoli, erano sicuri che l’haverà compiaciuto, et tutti sarebbono venuti al servitio voluntieri. Mostrorno anco di dubitar che la Serenissima signoria potesse congiungersi col re di Spagna et altri principi cristiani a danni de turchi, et me ne dimandorno la mia opinione. Io me ne meravigliai, et gli dissi affirmativamente per quanto potevo comprender io, che la Serenissima signoria come è il suo ordinario conserva sempre la fede et la pace, né fa mai guerra, se non provocata, et che però di questo non dovevano haver alcun dubbio, replicando il medesimo et certificandoli che haverebbono ricevuta ogni cortese dimostratione, come loro stessi provavano tutto il giorno, anzi haver Sua serenità armate sette navi, sei galere grosse et altre forse contro li detti galioni spagnuoli, et che di breve haverebbono sentito qualche cosa dell’operato. Al che soggiunsero che il Gran signore haveva nell’ultima guerra provate le forze et la potentia della Signoria et che credevano che di questi trecento anni non si fosse per romper la pace, et ho compreso che vivono in gran confusione, havendomi massime adimandato perché causa Sua santità, o vero il re di Francia, non procuravano la pace. Si messero poi a ragionar in turco per un buon pezzo, et dopo che ebbero finito dimandai ad uno di loro più mio confidente che cosa havevano discorso. Mi rispose che era stato discorso che se Ragusi havesse tanto Stato, che bastasse per far una moschea et dottarla, sarebbe stata la più bella, et in luoco più opportuno di molte altre, particolarmente per il negotio e per il sito del mare, de i porti con nequo, et della vicinanza del Paese turchesco. Molte altre cose furono discosse, ma tutte in questa sostanza.

AS Venezia, Senato, Dispacci, Dalmazia, b. 16.
Trascrizione di Marco Rampin.