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1595 - 1600 Girolamo Cappello

Relazione|

Sultan Maomet, presente settimo imperatore di Costantinopoli, terzo di questo nome et XIII della casa ottomana, successo ad Amurat suo padre l’anno 1595 a 16 genaro, et rimasto erede di grande Imperio, ma di molti travagli et di una guerra che ne lascerà la memoria a posteri. Questo prencipe, come sa Vostra Serenità, diede nel suo primo ingresso gran speranza di sé, dimostrandosi spiritoso, vivace e di severa giustizia, e lontano da pensieri molli, scacciando perciò dal Serraglio i nani et i buffoni con ogni altra sorte di gente inutile et oziosa, usando insieme segni di molta liberalità, principalmente nel pagare l’importanti debiti del padre. Ma poco doppo il suo ritorno dalla guerra, si fece conoscere dissimile da sé stesso e dal concetto in che egli era di riuscire uno de’ migliori prencipi della Casa Ottomana, dimostrandosi altretanto inetto et effeminato con detrimento della sua dignità e stima per quello che si dirà. Questo prencipe è d’età d’anni 37 da agosto in qua, di statura commune, di faccia et aspetto nobile, di pelo et occhi negri, e grave, ma in maniera ingrossata, che comincia a rendersi poco atto agl’esercizii del corpo, e questa sua mala disposizione et abito tanto più si fa perniciosa quanto ch’egli vive in un continuo ozio fra le donne, dedito alla crapula, mangiando sei volte il giorno, che lo rende stupido et dà forza al difetto, di modo che patisce molte fiate, come communemente viene affermato, lucidi intervalli, essendosi osservato che improvvisamente in quell’atto si mostra furioso, perde la memoria delle cose ordinate e dà manifesti segni di alienazione di mente e di diversi accidenti accorsi si ragiona assai pubblicamente. Ma nell’universale si dice che per il più se ne stia quasi immobile, attonito, senza parlare né ricercare cosa alcuna, se non gli vien ricordata da quelli che gli stanno d’in torno, i quali conviene alle volte gli si accostino all’ore ordinarie di mangiare et, portate le vivande, egli se ne pasce avidamente, dando quasi segno di non conoscere la differenza del gusto loro. S’astiene però, come dicono, totalmente dal vino, conforme alla sua legge, della quale si dimostra assai osservante.
Questi notabili e pubblici difetti che sono in bocca quasi d’ogni condizion di persone l’hanno fatto cadere in mal concetto di tutti, che con infausto pronostico dicono che nel suo tempo sia per mancar l’Imperio, confrontando insieme la corrispondenza dei due Costantini imperatori, figliuoli di due Elene, con i due Maometti, figliuoli d’Amurat il primo, ch’acquistò Costantinopoli, e questo che dicono dover esser l’ultimo possessore, di maniera che passando questi superstiziosi e vani concetti nella plebe, viene il re poco stimato e manco obedito, donde nasce poi la confusione, in che al presente si trova quel governo, la quale si fa tanto maggiore per l’autorità esercitata dalla sultana madre, perché impadronita della volontà del Gran Signore lo gira a modo suo et comanda con assoluta potenza quello che gli piace, non potendo i visiri far cosa che non dipenda da quella signora, con grave pregiudicio del detto governo, e con mala sodisfazione de’ popoli, che nella confusione di tanti abusi si trovano da tutte le parti oppressi, né sanno dove ricorrere per giustizia nei loro bisogni, perché nessuna istanza ha luogo che non sia accompagnata da donativi, e perché non possono i sudditi sopportar questa tanta autorità, molte fiate furono sparse voci ch’avesse la madre corse diverse borasche con il figliolo, ma non se ne ha poi avuta altra certezza, e si conosce che furono invenzioni di chi vorrebe col far pervenire queste voci all’orecchie del re, destarlo dal sonno, se fosse possibile, e vedere quell’Imperio riformato, il quale mentre che la madre ne terrà il governo, non si vede modo che possa migliorare, perché non è chi ardisca ricordar cosa che contravenga alla volontà sua, e quelli che ne hanno fatto qualche tentativo si sono posti a gran rischio, et alcuni forse ne hanno riportato la pena, come si ragiona della morte del muftì. Ma se potesse prevalere il consiglio d’alcuni più intelligenti, non sarebbe persa la speranza che il re, nonostante li difetti suddetti, potesse in qualche parte ravvivarsi e migliorare la condizione del suo governo, restando in lui ancora qualche spirito di generosità, ch’andrebbe crescendo s’egli fosse sollevato dal consiglio di persone fedeli, perché quando è stato in sé stesso et ha avuto qualche notizia de mancamenti de’ suoi ministri e dei mali successi della guerra, si è dimostrato contra quelli severo, come fece con la morte d’Assan primo visir e di Acmat Saurgi generale, ed era pronto anche ad uscire di nuovo in campagna in persona con l’esercito, se bene tosto rimesse quell’impeto per le infidie e lusinghe delle donne, e massimamente della madre, che non gli lascia pervenire all’orecchie alcuna cosa molesta, et levandogli con questo mezzo l’informazione del vero nelle cose più gravi, non ha modo né di castigare né di pensare alle provisioni, né a farsi sentire con la natural sua severità, con la quale terrebbe in officio li ministri. Ma stando le cose sue in questi termini, e retrovandosi egli per il mall’abito della sua complessione accompagnato da soprabondanza di catarro, con pericolo d’improvisa soffocazione, che gli promette insieme poca vita, se ciò succedesse si trovarebbe quell’Imperio in gran confusione et in un evidentissimo pericolo di rovinare affatto perché il figliolo maggiore, nominato Acmat, che ora non eccede li 13 anni, non sarebbe atto al comando, oltre che ritenendo egli molto e nell’affetto e nella complessione del padre, si dimostra più tosto ottuso che di spirito vivace in questa tenera età, che suole la fanciullezza col vigor del sangue render i figlioli giocondi e pronti. Onde molti predicono che, se egli non farà con l’età altra mutazione, non potrà promettere di sé quello che ricerca il bisogno del suo Imperio, et vien bramato da Turchi. Ma il secondo figliuolo, nominato Memet, d’anni 12, come si mostra molto vivo, così è oppresso dal male della formica nel costato destro, che lo tien assai mortificato. A questi due figliuoli s’aggiunge il 3º che nacque l’anno passato, e sono tutti di madre schiava, com’era anche un altro maggior di questi, che doveva esser principe, domandato Selim, il quale morì tre anni sono nell’età di 13 anni, e poco doppo lui mancò un altro di 18 mesi, e nella morte del principe fu discorso che gli fosse stata accelerata la morte dalla sultana madre per tema della sua vivacità, perché essendo egli vicino al retaglio, dubitava che con l’aiuto delle milizie e de’ popoli mal contenti di questo re, fosse inanzi tempo il figliuolo chiamato all’Imperio, o almeno con la madre d’esso prencipe potesse acquistarsi tanta autorità che pregiudicasse alla sua, come essa fece con la suocera. Furon però queste voci, se ben assai publiche, senza fondamento, come sono per il più quelle che escono dalla plebe mall’affetta. Oltre li suddetti tre maschi, tiene anche Sua Maestà una figlia d’età già nubile, e da molti pretesa, come si dirà; ma per continuar a dire della sultana madre, ch’ora si può chiamar capo di quel governo. Ella è signora di gran spirito e valore, di nazione albanese e di buona età, e seppe così ben diportarsi con sultan Amurat doppo ch’egli si allontanò dalla sua prattica per quei rispetti che saranno stati rappresentati dall’illustrissimi baili di quel tempo, et ella non decadè punto dalla stima ch’il re faceva di lei; e dapoi la sua morte s’acquistò l’istessa autorità col figliuolo, e molto più che non fece la suocera con il medesimo Amurat suo figliuolo, e con tutto ch’essa mentre visse avesse gran parte nel governo. Questa però ha trapassato di gran lunga li termini di quella, ordinando non solo quelle cose che spettano all’interesse dell’Imperio, ma distribuendo li carichi maggiori e minori secondo la sua volontà, che se ella non fosse dominata da un’estrema avarizia, sarebbe più sopportabile il male. Ma le cose passano in tal modo che nessun negozio può aver buon fine senza il mezzo di grossi donativi, facendosene palesi contratti. In queste indegne azzioni s’intrometteva quella scelerata chirà ebrea, per mezo della quale otteneva ogn’uno con la regina quello che voleva, et le cose erano tanto inanzi per opera di colei, che molti ingiustamente erano privati dei carichi per dar luogo ad altri che col danaro se ne facevano la strada; onde molte volte è occorso che non così presto ad alcuno è stato assegnato dal bassà, sangiacato o altra dignità che egli n’è stato privo o prima che partisse dalla Porta, o nel camino, per nova e maggiore offerta fatta alla regina, come accorse a mio tempo a due cadì d’Algieri, l’uno de’ quali aveva per le vie ordinarie del bassà e Gran Signore ottenuto quel carico, e l’altro per mezzo della regina, i quali imbarcatisi sopra una galea che conduceva il bassà di quel luogo senza sapere l’uno dell’altro, scopertisi fra loro, e venuti alle mani, lasciarono la loro robba nella galea, ritornarono in Costantinopoli per trattare le loro ragioni, ma fattosi la notte il tempo buono alla navigazione, il bassà partì con tutta la robba delli due cadì, e parte della loro famiglia, et essi con deriso della Porta e danno loro se ne restarono in terra alle contese. Ma di così fatti et peggiori successi se ne sono sentiti molti in tempo di questa ebrea scelerata, la quale conoscendo l’avarissima natura della regina, accresciuta tanto più ne’ presenti tempi, che per la fabrica della moschea si trova in molto bisogno, si andava avanzando con questi et altri indegni mezzi nella grazia sua. E se bene doppo che fu trucidata pare che le cose vadino con maggior riserva, tuttavia non termina l’abuso, continuandosi in quella corruttela introdotta con notabile pregiudicio di quell’Imperio, poiché con questo modo sono gl’indegni posposti alli meritevoli, et i tristi e scelerati premiati in luogo di castigo; et in somma non è cosa che non si possa col mezzo del denaro ottenere, et il Cigala in questa maniera ha raddolcita la mala volontà della regina contra di lui, se ben aiutato dal favore del capigì, che per le cose passate non era chi credesse ch’egli avesse ad accomodarsi seco. Con questi mezzi fu portato al primo visiriato con la privazione d’Ibraim Assan eunuco, il quale oltre all’importante donativo che fece alla regina, gli offerse per la fabrica della moschea mille zecchini il giorno per tutto il tempo ch’egli si conservasse nel visiriato, per obbligar maggiormente la regina a doverlo sostentare fino al finimento della moschea sudetta, nella quale si spenderà molto tempo, e molto oro, e come corre la fama accrescerà intorno a tre millioni, oltre alla provisione et assegnamento importantissimo che dovrà fargli per il sostentamento d’essa; e già si dice che la regina abbia applicato a quest’effetto una gran quantità di denaro e timarri principali vacati nella presente guerra per il valore di forse 300 mila zecchini all’anno, con pregiudizio notabilissimo del Gran Signore, dalle forze del quale viene a scemarsi tanto numero di soldati quanti erano con quei medemi timarri sostentati, azzione che ha dato grandemente da ragionare, ma non v’è però chi ardisca d’impedirla, se bene questa ancora rende il nome della regina più odioso, poiché ne’ tempi di maggior bisogno all’Imperio ella, per pura vanità et ambizione, si è posta in una fabrica di tanta importanza, nella quale molte volte si è speso il pagamento de’ poveri, che perciò esclamano fino al cielo e chiamano questa moschea Rutmania, cioè moschea dei torti et ingiustizie, a contrario senso della moschea di sultan Solimanno, chiamata Solimania, che commemora il nome glorioso, e perché sono infinite le cose che si potrebbono dire in questo proposito del corrotto governo per il mezzo della regina, tralasciandosi questi particolari per dar luogo a quello che resta.
Con la regina sono congiunte due figliuole sorelle del re, le quali se non in altro, almeno nel sostentare i mariti e nell’impedire che altri più degni et intelligenti non siano chiamati al primo visiriato, et alli governi principali, o con la depressione di chi per aventura contra loro volontà vi fosse portato, aiutano esser ancora a disordinar il governo. Di queste la maggiore è moglie d’Ibraim, e l’altra d’Alil, li quali per l’autorità ch’hanno con la madre hanno conservati li mariti nelle loro dignità, et quante volte sono state privati, tanto sono stati rimessi; et Ibraim, se non fosse stata la moglie, nell’ultima caduta che portava gran pericolo della vita, come scrissi a Vostra Serenità. ma quella sultana con perpetue lacrime e querele, mostrando l’indignità e vituperio che gli cadeva adosso con la depressione del marito, non si spiciò mai dalla madre, né dal fratello, se prima non vedesse Ibraim ritornato nella sua dignità. Di qui è che si veggono frequenti mutazioni di primi visiri, et altri carichi principali, perché la regina, volendo in ogni modo sostentar i poveri, quando conosce che le cose del loro governo non pasiano conforme al loro bisogno, e che il re sia necessitato a qualche nuova risoluzione, ella sagacissima et accortissima per dar luogo all’impeto del re, et alli clamori della plebe mal contenta, si dimostra pronta alla privazione del genero, et cava insieme dalle mani di quelli che pretendono il primo visiriato molto danaro, come ella fece nella successione d’Assan eunuco, com’ho detto, ma non sì tosto mitigato il furore e la mala soddisfazione del re, e la mormorazione del popolo, ella ha trovato modo di tornare il genero in stato, non mancando mille pretesti di poter ciò fare a suo talento. Da questo si comprende il pregiudicio notabilissimo fatto da sultan Solimano quando egli primo di tutti diede la figlia a Rusten bassà, contro l’inveterati instituti di suoi precessori, i quali conoscendo quanto importasse per il buon governo che non fosse contaminato dall’autorità delle donne, maritavano le figliuole in persone di mediocre condizione, et impiegandole in sangiaccati lontanissimi se le tenevano tanto lontane che non potevano aver modo d’interessarsi in qualsivoglia parte del governo; et all’ora l’imperatori, che non avevano alcuna congiunzione di sangue con i loro visiri, non avevano né meno rispetto di levar loro le cariche, o la vita, quando non facevano il suo debito, onde il merito poteva essere premiato, il servizio del re prevaleva a tutti gl’interessi, il governo era in mano di persone degne, valorose et intelligenti, et ai bassà masuli non era permesso di fermarsi vicino a Costantinopoli, come fanno ora, che non solo stanno a Scutaretto, com’è successo a Sciaus, Ibraim e Cicala, che al tempo delle loro depressioni si trattennero ivi; ma l’abuso è penetrato tanto inanzi ch’ora col favor delle donne se ne stanno in Costantinopoli, e nei loro soliti serragli, come si vede di Mecmet bassà Giri, et di Alil bassà masuli, e dalla vicinanza alla Porta di questi soggetti principali ne segue un altro disordine molto pregiudiciale, che da loro fautori vengono di giorno in giorno avisati di quanto si opera nelli divani, et essi, col mezzo de’ medemi insidiano poi tutte l’azzioni di quelli che sono al governo in luogo loro, et anche l’onore et dignità del re, desiderosi di novità; onde si è osservato che questi hanno sempre sentito con piacere i mali successi della guerra, per non vedere prosperità ne’ loro emuli e nelle cose dell’Imperio, non essendo da loro governate. Ma queste emulazioni et odii per concorrenze, et altri particolari riflessi non solamente nelli masulli si trovano, ma nelli bassà attuali, et in tutti gl’altri del governo indifferentemente, perché ogn’uno procura di deprimere l’altro, dubitando pure di vederselo maggiore senza nissun riguardo all’interesse del re, e del detrimento che perciò ne riceve il servizio suo, e li due cugnati, che sopra tutti dovrebbero attendere alla grandezza dell’Imperio, passano ora loro con così mala intelligenza che procurano di precipitarsi l’un l’altro; e dirò prima d’Ebraim primo visir e generale dell’esercito. Questo è cugnato del Gran Signore, di nazione bossinese della provincia di Chersego, fu nella puerizia sua chierico nel monastero di San Saba a Milestro, pur nell’istessa provincia di Bossina; è di età di 50 anni, di bell’aspetto, di natura cortese, molto umana, onora tutti, e gli ambasciatori principalmente; è tenuto nell’universale per simulatore e persona doppia e pronta alla promessa, perché vorrebbe compiacere ad ogn’uno, ma è poi facile a scordarsele, se bene da molti è questo attribuito a malizia, ma dall’universale vien asserito a leggerezza et instabiità, e perciò è communemente denominato Deli Ebraim, cioè Ebraim [il] Pazzo. Si dimostra amico di Vostra Serenità, della quale si compiace denominarsi parente, e se le professa obbligato per la memoria e stima ch’essa ha tenuto di lui in ogni sua fortuna. Vedo anche accennatami questa sua buona disposizione da Osman agà, suo favoritissimo, il quale in tutte le occasioni non manca di far ogni buon officio per la Serenità Vostra, et amando egli grandemente il medico Frangini suo fratello, ogni beneficio che da Vostra Serenità sarà conferito nella persona sua sarà ben impiegato e risulterà in publico servizio. È inimicissimo del Cicala, et in ogni evento favorirà contro di lui gl’interessi di Vostra Serenità, né ha mancato in tutte l’occasioni sue di dimostrarsi prontissimo, e sempre ch’egli si troverà nel governo riceveranno i baili molta sodisfazione, et io l’ho avuta grandissima, come Vostra Serenità ha inteso di tempo in tempo, perché nella giustizia esemplare contro Solimano capitano di Napoli, et in tutto il tempo di quella importante esecuzione, e quasi strage fatta ad istanza del bailo di Vostra Serenità contro le persone et abitazioni de’ turchi corsari nella Morea, e gli prestò ogni favore et aiuto, con tuttoché non mancassero molti mezzi secondo l’ordinario del paese per impedire tali esecuzioni. Da lui poi ebbi li primi comandamenti nella materia di casaplich, cioè della nuova imposta dell’uno per cento, che se bene ne fu interrotta l’effettuazione con la sua privazione, e con la successione d’Assan eunuco, furono però il fondamento con il quale ho sostenuto tutto quel negozio. Nella materia di Gerusalemme, che per essersi terminata presto, non è stata forse stimata quanto era l’importanza sua, Vostra Serenità può esser certa ch’Ibraim a particolar contemplazione di lei si mosse a ritrattare l’ordine dato in mano del cadì destinato a quel governo, e destruzione di quel santo luogo, e se bene nelli termini con che rivocarono l’ordine vi fu mescolato il nome di Francia, fu perché trattassimo unitamente il negozio. Ma Ibraim più volte mi fece dire che il solo rispetto di Vostra Serenità l’aveva indotto. Con tutto ciò in Roma, per mezzo di quell’ambasciatore di Francia, il negozio è stato portato tanto inanzi, come sino a Costantinopoli corse la voce che il merito di Vostra Serenità restò in gran parte defraudato. Questo bassà si rende sospetto a molti di ritenere in sé la religione cristiana di rito greco, e non mancano li suoi emuli ancora per questo verso di lacerarlo. È amico di pace e di quiete, e vorrebbe poter ridurre tutto il mondo in amicizia con il Gran Signore, e così apunto egli usa dire; e come di questo suo desiderio mi ha molte volte ragionato con grande affetto, così nella sua partenza per l’Ongaria mi replicò l’istesso concetto, pregandomi a dovere in ogni tempo di render conto a tutti di questa sua intenzione, e però per sua natura egli sarà sempre inclinato alla pace, che avrebbe accettata anche con disvantaggio, prima che seguisse l’impresa di Canissa, il qual successo importantissimo, come aveva sollevato gl’animi de’ Turchi, così aveva accrsciuto in loro l’arroganza; nondimeno credo che Ibraim non se ne dimostrerà mai alieno per godere in quiete il primo visiriato, oltra che è proprio suo l’esser inimico d’affari e di pensieri, anche per la natural sua debolezza, non penetrando molto nelle cose del governo di facile levatura, e se in alcuna cosa egli dimostra fermezza e sodezza, lo fa nel dissimular le ingiurie e vendicarsene a tempo, et come egli è stato in gran pericolo sin’ora di perdere tutte le dignità ad un tratto, e forse la vita insieme per la mala sodisfazione ch’aveva il Gran Signore, e tutta la Porta insieme, del poco progresso della guerra nelli due anni del suo generalato, aggranditi questi difetti dall’emuli suoi, che desideravano vederlo deposto, così col trionfo di questa impresa egli non solo si stabilirà nel sopradetto governo senza dubbio che possi così facilmente esserne levato, ma Vostra Serenità sentirà, e forse in breve, la vendetta ch’avrà fatto de’ suoi nemici, fra quali il primo sarà Acmat, ora luogotenente suo alla Porta, e forse il secondo il Cigala.
Di Alil bassà, ch’ora è masul, tratterò qui per esser cugnato del re, e perché potrebbe ancora sorgere et essere adoperato. Tiene questo la seconda sorella del re et è grandemente amato dalla regina, e dalla moglie insieme, dalla quale ha molti figliuoli, come per il contrario Ibraim non ne tiene nessuno, et perciò è manco stimato dalla suocera. Questo è di nazione bossinese, nato in un borgo detto Rogavaz, di padre turco. È egli ancora in età di circa cinquant’anni, se bene non gli dimostra, tingendosi la barba, come usano di fare gl’altri. È di nobile e grave aspetto, sa dissimulare e della sua parola non è fermo; si è però verso questa Serenissima Repubblica diportato sempre molto bene e cortesemente, come Vostra Serenità avrà conosciuto dall’operazioni passate, e dall’esemplare e segnalata giustizia nella quale egli, come capitano all’ora di mare, concorse con Ibraim primo visir contro li Levantini della Morea, oltre a molt’altre occasioni da lui prontamente abbracciate in servizio di Vostra Serenità, mentre che esso fu governatore di Costantinopoli, e massime nell’arz ch’egli presentò al re contro il Cigala, azzione da tutti stimata di molta considerazione. È Alil di natura avarissima, e fa costare la sua amicizia più dell’altri, essendo molto sollecito nel domandare, se bene le richieste non importano molto, e quello che richiede lo riceve con grato animo e che scopre di rimanerne sodisfatto e di conservare memoria; e se bene quest’avarizia è naturale suo difetto, è però accresciuta dal bisogno in che egli si trova pr le gran spese che gli convien fare per la sultana sua moglie, non suplendo quello ch’egli ha alle sue occorrenze. Questi due cungnati sono tra loro inimicissimi, perché Alil è emulo della fortuna d’Ibraim, e vorrebbe vederlo depresso, per succedere nel primo visiriato; ma esso, per il merito acquistato con la presa di Canissa, leverà per ora la speranza a questo et a tutti gl’altri emuli suoi di potergli porre il piede innanzi. Alil, nel tempo che governava, per impedire li buoni successi del cugnato, ha ritardato le provvisioni della guerra, con pregiudicio dell’Imperio, perché o non ha dato prontamente esecuzione alle cose ordinate, o non ha così facilmente permesse et approbate le dimande d’Ibraim, che continuamente ricercava danari, genti e munizioni. Con tutto ciò si può dire ch’il governo dell’Imperio sia appoggiato per il più a questi due soggetti, e se bene alcune volte sono levati dai carichi, ritornano tosto o nei medesimi, o in altri, ch’hanno la maggior parte del commando, perché se Alil fu privato del capitaniato, restò secondo visir, e poi governatore di Costantinopoli; e se si ritrova ora masul non passerà molto tempo che ritornerà in stato. E se Ibraim si fermerà alla guerra, io credo che tosto si sentirà la deposizione d’Acmat, com’ho detto, nel qual caso ritornerà Alil a suo luogo, overo se succedesse qualche sinistro al Cigala, per l’odio che gli porta Ibraim, cosa facilissima, succederà Alil al capitaniato, se esso vorrà. Ritiene Alil quasi il medesimo desiderio di pace e quiete che conserva Ibraim, e come in questo sono concordi, così l’uno e l’altro sono stimati di poco valore, di maniera che il servizio della Cristianità ricercarebbe che questi, e non altri, si trovassero sempre al governo, l’uno di primo visir, l’altro di capitan di mare.
Risiede ora governatore in Costantinopoli Cafis Acmat eunuco bassà, di nazione albanese, di natura sagace et onestamente capace et intelligente del governo, allevato sotto sultan Solimano. Costui ebbe diversi carichi: prima fu bassà del Cairo, si trovò alla ricuperazione di Clissa come bassà di Bossina, ma essendo generale contro Michali fu da lui vituperosamente rotto e conquassato; e come si credeva ch’egli la dovesse passar male nel ritorno alla Porta, così aiutato dalli favori di dentro con gl’ordinarii mezzi de’ donativi, non solo non fu punito, ma sedendo nel suo luogo in Divano fu poi assunto al governo di Costantinopoli doppo la privazione di Alil. È di buon aspetto, per essere canuto e vecchio, e del suo governo non posso se non lodarmi, perché per quello che spetta alla Serenità Vostra, come le ho diverse volte scritto, l’ho trovato prontissimo, et ho da lui ottenuto la regolazion delle sprese per la spedizione delle navi, ch’era abuso introdotto da tanto tempo, e con tanto pregiudicio delli vascelli e mercanzie, che chi non l’avesse troncato le cose passavano all’eccesso. Professa di voler osservare le capitulazioni, di castigar severamente li contraffattori e perturbatori della buona pace, e più volte si è lasciato intender meco che non avrà nessun rispetto né al Cigala, del quale è capital nemico, né a chi si sia, dove si tratterà di conservare la buona amicizia e pace con Vostra Serenità, dimostrando egli di desiderare sopra ogn’altra cosa; et ultimamente nel licenziarmi da lui mi ha fatto molta instanza perché io preghi Vostra Serenità a non si allontanare dall’amicizia del Gran Signore, affermando egli con gran giuramenti che Sua Maestà non tiene maggior conto dell’amicizia di chi si sia, che della Serenità Vostra.
Ora segue il Cigala, capitano di mare, la natura del quale è così nota a tutti che non dovrei estendermi nel descriverlo; ma avendo Vostra Serenità con lui interessi maggiori che con gli altri, non debbo ometterlo. Egli per eredità et propria pessima natura conserva particolarmente verso Vostra Serenità mala volontà, se bene la dimostra tale nell’esteriore verso tutta la Cristianità. Ma li Turchi hanno altro concetto di lui rispetto alla Spagna, e con tutto ch’egli si dimostra ne’ suoi ragionamenti nemico di quella nazione, si scorge però che gl’effetti non sono conformi alle parole, et in tre anni ch’egli è uscito con l’armata con promessa e concetto di far gran danni a paesi e sudditi del re Cattolico, non si è vista corrispondenza all’aspettazione; anzi in contrario egli ha dato segno di procedere con molto riguardo, di maniera che i Turchi dicono ch’egli sia andato a Messina più per confermare la sua amicizia che per offendere il re Cattolico né i suoi sudditi, e perciò è cresciuta in loro la gelosia de’ fatti suoi, massime doppo la venuta a Scio di Carlo, suo fratello, con pretensione del ducato di Nixia. Ma per quello appartiene a Vostra Serenità, non cade in dubbio di nessuno la sua mala volontà; anzi ella è così palese che non v’è chi non la sappia e non la conosca; et ancorché egli veda il concetto in che si trova questa Serenissima Repubblica presso il Gran Signore, e tutta la Porta, non ha però potuto contenersi tempi de’ signori predecessori miei, et in tempo mio ancora di non scoprirsi di malissima intenzione e di parlare con detrazione e poco rispetto, il che gli riuscì di disonore perché quanto più egli pensò farsi strada all’estimazione propria con il parlare, tanto più mostrò la sua malignità, et andò perdendo non solo il credito per tutte le occasioni a venire, ma appontò ad ogn’uno, e principalmente a capiagà gran dispiacere, da che nacque poi quel buon effetto della restituzione ch’egli sforzatamente fece de’ schiavi presi sopra la nave ragusea, con altretanta riputazione della Serenità Vostra, quanto fu il dispiacere ch’egli ne sentì. Ma la mortificazione sua s’è fatta maggiore per quell’ultima animozione fattagli fare dal Gran Signore per occasione del mio arz portatoli da Alil perché, doppo quel successo, che lo fece restar confuso molto, egli si è rimesso assai. Se costui ritenesse quell’autorità e credito ch’egli soleva avere, sarebbe certissimo instromento un giorno di rottura di pace, senza pensare o al bene o al male che ne potesse venire al Gran Signore, ma Vostra Serenità può essere certa che le sue voci non passano, e l’aver professato così palesemente d’esserle nemico in tempo che ogn’uno esalta il merito suo con il Gran Signore, gli ha levato il credito et ha aperta la via a suoi emuli, li quali stanno sempre pronti per opprimerlo, oltre che per grazia di Dio, gl’accidenti del mondo danno occasione a Turchi più tosto di rispettare questa Serenissima Repubblica che di pensare a venire a rottura seco per gran pezzo. Ma perché mentre il Cigala si conserverà nel capitaniato del mare, Vostra Serenità sentirà sempre disgusti e travagli. Io son andato pensando ch’ella in necessità o di dichiararsi seco affatto lontana dalla sua amicizia, et procurare per ogni via d’opprimerlo, che non sarà difficile quando si vorrà far da dovero, o con gl’ordinarii mezzi di quella Porta, essendosi massimamente Ibraim confermato nella sua autorità, che gl’è mortal nemico, o non volendo venir a questo, trovar modo di raddolcire quanto si possa l’amaro del suo animo col dargli qualche sodisfazione, e mostrare di tener conto di lui, perché il trattar seco in questa ambiguità per tanti disgusti ch’egli pretende avere ricevuto dalla Serenità Vostra, e non v’è altro che aspettar continui danni e travagli di corsari secretamente eccitati da lui e scusati poi dalla sua sagacità, de quali danni non potendosi avere nessuna giustificazione contra il capitano, bisognarà ridursi a sole querele et a commandamenti efficaci, che poco saranno eseguiti, et in questa maniera egli andarà facendo il peggio che potrà, con gran travaglio e poca dignità di questa Serenissima Repubblica, la quale non dovrà però per qualunque reconciliazione che ne seguisse fidarsi mai delle sue lusinghe o apparenti segni della sua volontà, che radicata in lui quanto si possa dir peggiore non si estinguerà che con la morte. Io però non posso se non lodarmi di essere stato onorato et accarezzato di lui contro l’opinione d’ogn’uno, et ho conosciuto quanto ha potuto seco il trattare con termini corrispondenti alla sua ambiziosa natura, e questo è il concetto che tengo in questo proposito, il quale sottopongo al prudentissimo volere di questo eccellentissimo Senato. Esso è d’età d’anni 56, e si dimostra ippocrita nella sua setta per farsi dall’universale stimare tra più severi Turchi che vi siano, massime essendo stato alla Mecca, se bene da quelli che lo conoscono intrinsecamente, e da quelli ch’anno cervello, è tenuto un perfido ateista. Egli, ambiziosissimo, attende all’applauso della plebe, si pasce grandemente del titolo di eccellenza e di ogni altra apparenza d’onore, a differenza dell’altri visiri e capitani gloriandosi ben spesso ne’ suoi ragionamenti col commemorare d’essersi trovato in tante imprese vittoriose, d’aver conservato l’Imperio e data la vittoria al Gran Signore nella giornata d’Agria, d’aver titolo di già primo visir e di capitano del mare, che lo distingue dagl’altri. Passa poi al suo nascimento, commemora il merito del cardinale Cigala suo zio et, in somma, si profonda in ogni vanità, e per conservarsi nell’opinion popolare quando gl’occorre trattare con ministri de’ prencipi alla presenza di molti, entra sempre in discorsi ch’abbracciano tutto il mondo, dimostrando in questa maniera a quella gente idiota d’intendere tutti gl’interesse de’ prencipi cristiani, e d’aver depresso, anzi l’animo disposto alla depressione loro. Ma com’egli lontano dalla Porta si ha acquistata la riputazione con le sue operazioni, così presente per l’arroganza, et altri suoi difetti, ha declinato grandemente, rendendosi a tutti poco accetto, et a visiri particolarmente, per il prezzo che pare ch’egli faccia di loro, non degnandosi né di trattare con essi né di andare in Divano per competanza di luogo, come comportarebbe il debito suo, e se non avesse l’appoggio di capiagà, che lo sostenta, la farebbe male. In questo stato dunque ch’egli si trova con la fortuna moto pendente, e sostentata da un sottilissimo filo, perché gl’emuli suoi sono potenti, e molti, e dall’affezzione della milizia non si può promettere cosa alcuna, rendendosi per l’avarizia et austera natura sua odioso a tutti, et a propri suoi figliuoli ancora, che non lo possono sopportare, e tanto basti aver detto del capitano.
Siede ora nel secondo luogo del Divano Meemet, fu figluolo di Sinan bassà, d’età d’anni 36 in circa, di severo aspetto e nella perfidia della sua setta molto conforme all’opinione del padre inimicissimo de’ Cristiani, et in questo solo lo imita e n’è riuscito erede. Ma nel resto è differentissimo perché è di poco animo e nel tempo che fu bassà di Buda diede più volte segno della sua codardia, come ha fatto anche mentre fu generale contro Cussain bassà et il scrivano nell’Asia, dove con la sua tirannia ha fatto maggiori danni a paesi sudditi del Gran Signore che non fecero i capi delle sollevazioni. Per questo si sono sentite moltissime querele e clamori contro di lui, et ogni uno teneva per certa la privazione del suo visiriato, e molti pronosticavano di peggio; ma ritrovandosi appoggiato al favore di Meemet Girà, avendo per moglie una sua figliastra, fu figliola di Piali bassà, è stato sostentato per questa parte dalla sultana moglie di Meemet sua suocera, la quale con i grossi donativi fatti alla regina, et ad altri, ha spenta la fiamma del fuoco, ch’era per arder contro di lui, e però ora se ne vive libero da ogni travaglio, arricchito grandemente col sangue de’ poveri, e con speranza di porsi innanzi sempre più per la sua commodità ch’ha di farlo e con li favori e con il danaro. Con questo ho avuto buona amicizia et ha mostrato sempre di favorire, come veramente ha fatto, le mie instanze ne’ negozii della Serenità Vostra.
Assan Orolegiero, di nazion greca, si trova ora in Divano nel terzo luogo. Persona sagace ma maligna, e mi si è sempre mostrato contrario, se bene questo può nascere dalla confidente amicizia che tiene col Cigala. Tuttavia mi è stato detto che questa sua mala volontà verso la Serenità Vostra sia di molto tempo perché, mentr’esso era agà de’ giannizzeri, fu fatto dal bailo d’allora privare quel tristo di David Passo ebreo di cert’autorità ch’egli aveva ottenuto col mezzo suo, pregiudiziale al servizio di Vostra Serenità, et era che tutti li negozii del bailo non fossero portati per altra mano a qualsivoglia Porta che di quel tristo ebreo, dal quale Assan pretendeva cavare molti danari; ma ora pare ch’egli si sia alquanto rimesso, avendo principiato a valersi domesticamente della casa del bailo, et avendo preso anche gran gusto di ragionare nella visita che facessimo con l’illustrissimo Nani di molte cose curiose, di che il bassà grandemente si diletta, coi quali mezzi credo che il signor bailo potrà renderselo molto benevolo, con servizio di Vostra Serenità per esser persona capace de’ negozii e di sottile ingegno, dimostrandolo la professione ch’egli fa d’orologi, col qual mezzo egli si è posto inanzi al tempo di sultan Amurat.
Il quarto visir è Gemissi Assan bassà, di nazione albanese; persona valorosa, grave e di poche parole. Questo essendo agà de’ giannizzeri prese Giavarino, e rispedito poi nelle parti dell’Asia, fu gl’anni passati richiamato alla Porta per mandarlo al campo come consultor di guerra, ma, per non dispiacere ad Ibraim, fu fatto fermare in Costantinopoli, dove tuttavia continua il buon concetto, et il Gran Signore si serve di lui nelle cose gravi del governo e gl’ha dato assoluta libertà sopra la regolazione delle monete e delle vendite d’ogni condizione di robba, vettovaglie e merci, negozio grave et importante, nel quale il signor bailo Nani si è valorosamente diportato, avendo fatto ritrattare la limitazione alli panni di lana, seta et ad altre merci che sono portate da Venezia. Questo bassà si dimostra cortese verso i baili di Vostra Serenità, e parlò meco diverse fiate con grande affetto, esaltando il merito di questa Serenissima Repubblica per la costante volontà di conservare la pace col Gran Signore dannando l’autori de’ disgusti che le sono dati, e principalmente del Cigala, del quale egli è aperto nemico, et in ogni evento aiuterà per la sua deposizione.
Furono pochi mesi sono assunti al visiriato due soggetti contro l’opinione universale e l’antico instituto di quell’Imperio, che per questo anche si disordina. L’uno fu Mustafa bassà turco, che aveva molto adito nel Serraglio, col mezzo del quale l’illustrissimo Venier trattava con la regina, et io ancora ho continuato per il poco spazio ch’ella ebbe di vita in tempo mio. Questo bassà è d’ingrato aspetto, persona macilenta e costumata ne’ studi della legge, et per ordine del governo egli non poteva essere visir, e come turco nativo e come della classe de’ dottori. Egli è persona destra, di buonissima mente verso la Serenità Vostra e si offerse nell’officio fatto seco da noi baili, prontissimo a trattare con ogni confidenza.
L’altro bassà è Ibraimo, di nazione ebreo, che non si può dir peggio fra Turchi. Questo fu prima tefterdar e doppo bassà in Aleppo, conserva memoria di Vostra Serenità parendole esser stato straordinariamente onorato da lei con una lettera che gli fu resa dal clarissimo console Dandolo, amato grandemente da lui, la quale era bollata in bolla d’oro.
Doppo questi bassà, che sono alla Porta, seguono quelli che sono fuori in diversi carichi, de’ quali il primo è Kender bassà, che in Divano sedera nel 4º luogo. Costui si trova al Cairo da due anni in qua; è persona di molte parole, di natura avara, di nazione bossinese e procura per ogni mezzo d’avere per moglie la figliuola del re, ma non credo che sia per riuscirgli, essendo d’età molto sproporzionata alla figliuola, e di condizioni che non meritano tanto onore. Nel tempo ch’egli è stato in Costantinopoli mi ha fatto diversi favori nelle occorrenze de negozi trattati nel Divano da dragomanni.
Doppo questo segue Assan, fu figliuolo di Meemet il grande, il quale è di nobilissimo aspetto, d’età d’anni 34, è valoroso soldato e risoluto. Di costui sono stati i Turchi in gran gelosia molto tempo per le voci che s’erano sparse ch’egli fosse molto amato e stimato in Babilonia, et altre provincie del suo governo, et insieme ch’egli avesse presa per moglie una figliuola d’un principall’arabo di quelle parti, onde si sentirono all’ora molte mormorazioni fra Turchi pregiudigiali molto alla sua fede verso il Gran Signore, massime doppo rimesso di nuovo Ebraim in stato, il quale tentò più volte di fargli levar la vita sotto varii pretesti, quando esso ritornò d’Ongaria, e però come tener per certo che Assan non si vorrà trovar alla Porta nel tempo del visiriato del suo capital nemico, così si temeva che se gli fosse fatto alcun tentativo di levarlo di là con nuovo successore, egli non averebbe obedito a comandamenti del re; et queste voci erano fomentate et accresciute da molti emuli che ha alla Porta, tra quali il principale è Maomet, fu figliuolo di Sinan bassà, perché essendo l’uno e l’altro figliuoli di due gran visiri, et essendo alle cariche concorrenti, conservano tra loro aperta inimicizia, oltre le parole ingiuriose passate tra essi. Io lo visitai doppo che fu dichiarato visir della Porta, e lo feci anche visitare molto prima che si sperasse di vederlo a qual grado, anzi nel tempo delle sue avversioni e persecuzioni, e qusti ufficii gli riuscirono molto grati, e sopra tutto si consolò d’intender che si conservi da questa Serenissima Repubblica memoria del padre; e se questo tornerà in alcun tempo alla Porta sarà servizio di Vostra Serenità tenerlo ben affetto.
Segue Maomet bassà, che si trova generale contro Micali, di nazione turco, nato in Debriza di luogo umile e di padre vile, ma egli supera il suo nascimento con le nobili condizioni dell’animo suo, molto sollevato, e per la sua età, che non eccede 36 anni; si fa stimare et amare da tutti, e se viverà avrà i maggiori onori della Porta, se bene l’inimicizia contratta con Ibraim per occasione  del suo carico potrebbe apportarli qualche pregiudicio. Ma se avranno effetto le voci che il Gran Signore sia per dargli la figliuola, egli non avrà da temere di nessuno, ciò potrebbe succedere facilmente, essendosi messo in gran concetto questo carico nel quale, come non è mancato da lui di far quel più è stato possibile contro l’inimico, così essendogli state attraversate le strade da Ibraim, le cose sono passate con poco servizio del Gran Signore, et il difetto viene attribuito ad Ibraim, il quale avendo sempre sostenuto che Micali fosse buon servitore del re, ha impedita la volontà e pensieri di Maomet, che volse più fiate passare con le sue genti contro Micali. Di questo bassà ogni prosperità dovrà riuscir grata alla Serenità Vostra per l’ottima volontà che egli dimostra verso di lei, come pur ella avrà esattamente compreso dalli straordinari favori fattimi alla Porta, dov’egli ha trattato meco con molta familiarità, e favoritomi di venirsene alla mia casa, e doppo ch’egli è al campo m’ha scritto diverse lettere con molta confidenza, come le Signorie Vostre Eccellentissime avranno veduto dalla copia loro.
L’ultimo dei bassà absenti col carico di generale ne’ confini di Persia è Taft bassà eunuco, di nazione ungaro, di grave età. Questo con la presa fatta di Simon Giorgiano si è posto in gran concetto, et il Gran Signore, restando molto soddisfatto di lui in quei confini, l’ha confermato, per quello che si dice, in quel governo, avendo egli così desiderato e ricercato, stimando che gli torni meglio il fermarsi in quelle parti lontane con piena autorità, più tosto che venire a gareggiare alla Porta con li suoi emuli, e se sarà vera la confermazione sua a quelli confini, non resteranno i Persiani contenti perché, come Vostra Serenità intese già, gl’ambasciatori esclamano principalmente contro di lui perché vicinava male con essi.
L’emir bassà è di nazione persiano, e doppo il suo ritorno dal Cairo fu fatto visir alla Porta, et ultimamente rimandato bassà a Damasco, et è capitalissimo inimico de’ Cristiani.
Questo è tutto il numero de’ bassà attuali visiri ch’hanno avuto luogo in Divano, a’ quali s’aggiungono due asiatici, assunti a quella dignità per il merito loro da Ibraim generale, i quali ritrovandosi seco alla guerra non sono stati ancora veduti a Costantinopoli. L’uno è nominato Amurat e l’altro Soffi Osman, de’ quali non ho particolar notizia, e così vengono ad ascendere a quindeci, ch’è il maggior numero che sia mai stato alla Porta, né può apportar per molti rispetti che gran confusione per gl’odii loro vicendevoli, quali andaranno sempre più aumentandosi.
Doppo li bassà suddetti, sono li due zii del re Meemet Girà e Sciaus questo otturach, cioè privo di bassà visir con riserva dell’entrate, e l’altro masul, com’è anche Alì cugnato del re, quali però ha Sua Maestà riservato medesimamente l’entrate, e se bene questi son fuori del carico, se ne stanno però con ogni commodità e libertà, e vivono con gran speranza di dovere ritornare nella loro dignità. Meemet fu primo visir per poco tempo, ma per molti anni si era conservato 2º visir, non avendo ambiti altri carichi maggiori, come persona di natura quieta, sincera et amorevole, che si contentava del suo stato, e per non essersi applicato i negotii gavi, ma viveva una vita libera, non si dimostrava capace dell’amministrazione di tanto governo; tuttavia per mancanza di sogetti, egli fu assunto al primo visiriato senza ricercarlo. Della buona volontà ch’egli ha verso Vostra Serenità non posso dir quanto basta, perché in tempo anche de’ miei precessori ha dato segni molto chiari, et io sotto il suo visiriato ho terminato diversi importanti negozii che longamente m’avevano afflitto nel governo d’Assan bassà eunuco, come fu quello della nova imposta dell’uno per cento, e l’altro di Bossinesi, i quali alla mia presenza egli si cacciò dinanzi con minaccie così grandi che perciò mai più ardirano di lasciarsi vedere né sentire. Lascio di dire di molti altri negozii, della restituzion de’ schiavi, della liberazione dell’agente di Fiorenza, che fu favore particolare perché esso corse gran pericolo della vita. Ma non debbo tacere l’onor fatto all’illustrissimo Gradenigo, che sta in Cielo, in volerlo alloggiare nel suo Serraglio alla Porta d’Andrianopoli, che fu veramente straordinario, e contro l’uso di quelle genti, che ne parlarono con meraviglia. S’è accresciuta l’affezione di questo bassà verso Vostra Serenità per due accidenti occorsi in tempo suo, che sonogli riusciti grati. L’uno fu la recuperazione fatta dal clarissimo ser Daniel Gradenigo rettor della Canea d’una collana d’oro da cavalli, rubbata al bassà da un ebreo che, capitato alla Canea, fu per l’avviso ch’egli ne diede, da sua signoria clarissima fatto carcerare, et ricuperata la collana me la rimandò intatta, et vista dal bassà ne mostrò piacere grandissimo perché la stimava non tanto per il prezzo, ch’era di 400 zecchini, quanto per essergli stata donata dal Gran Signore. L’altro fu l’accuratezza et diligenza usata dall’istesso clarissimo Gradenigo nel negozio del caramussale, capitato parimenti alla Canea, nel quale restarono i turchi interessati sodisfatti, e si lodarono grandemente del buon trattamento ricevuto da sua signoria clarissima, come scrissi, della ricuperazione delle loro robbe. Onde il bassà in pubblico Divano esaltò il merito di quel clarissimo rettore, e la giustizia de’ ministri di Vostra Serenità. Ma com’egli continua con tutta la sua casa nella medesima e buona volontà verso i baili di questa Serenissima Repubblica, così il tener conto potrà sempre giovar grandemente e per la sua persona e per li figliastri, furono figliuoli di Piali bassà, che sono sanzacchi l’uno di Clissa e l’altro della Morea. È Meemet Girà di nazione ungaro, d’età di più di 60 anni, tiene per moglie una figluola che fu di sultan Selim, et in primo matrimonio fu moglie di Piali bassà, con la quale Girà ha molti figli, et uno nato di schiava grandemente amato da lui, che veniva domesticamente in casa di Vostra Serenità e continuarà l’amicizia con l’illustrissimo Nani.
Rimane per ultimo Sciaus, di nazione ongaro, e per quello che viene detto nato nobilmente. Questo fu grandemente amato da sultan Selim; è persona di bell’aspetto, grave, di poche parole e risoluto, e nessuno vien formato di maggior intelligenza di lui, né più atto a regger tanto peso, essendo stato tre volte primo visir, se bene gl’attribuiscono nome di sfortunato, essendo nel tempo del suo governo successi incendii grandissimi et accidenti infausti, e sempre che si sente voce di mutazione di governo egli viene nominato per primo; ma si giudica che non potrà riuscire per non esser in grazia della regina, essendo che doppo la morte della prima sua moglie, non volse prendere un’altra sultana. Con tutto ciò non manca chi lo pone innanzi. E l’ultimo ordine che diede il Gran Signore a Sciaus, ch’egli non dovesse partir per la Mecca, facendolo ritornar in Costantinopoli mentre era in pronto per andarsene (se bene altri dicono che fosse sua invenzione per vedere come si muoveva il re) lo pose in gran speranza, che Sua Maestà si volesse servir di lui. Nell’amicizia di questo si conserva il medico Benvenisti ebreo, che per vedersi privo del donativo che Vostra Serenità gli faceva già molto tempo di 500 zecchini l’anno, quasi pretesi da lui per obligo di servizi prestati, si rende ora poco ben affetto, se bene lo dissimula. Ma si ha da lodar Dio che Vostra Serenità ora si trova libera dalla mano di tutte quest’arpie delle quali non avrà bisogno, piacendo a Sua Divina Maestà per gran pezzo, e quando anco Sciaus risorgesse, saranno ambedue sempre amicissimi di lei perché sono avarissimi, oltre che Sciaus si è sempre mostrato ben inclinato verso questo Serenissimo Dominio.
Questi sono tutti li soggetti di quella Porta, tra quali niuno ha da paragonarsi all’intelligenza delle cose, e molto più all’autorità presso il Gran Signore e la sultana, al capì agà; ma egli si diporta con tanta destrità che non solo si conserva nel suo carico da sultan Amurat in qua, ma si è avanzato tanto nella grazia del presente re che rende a tutti meraviglia, perché Sua Maestà non delibera alcuna cosa senza il suo parere dal qual dipende quasi ogni risoluzione, e lo fa con tanta prudenza che operando  dimostra di non esserne ministro, usando l’autorità con gran circospezione, non volendo quanto può ma ciò stima convenirsi. Se avesse ambito gradi maggiori sarebbe stato assunto al primo visiriato, ma come in tutte le sue azioni è giudicioso, così in questa si dimostra tale poiché senza dimostrarsi estremamente ambizioso assiste al governo con maggior autorità de’ visiri, e trovandosi continuamente vicino al re viene ad aver maggior modo e commodità di trattare tutto ciò gli piace che non hanno li stessi visiri, che molte volte conviene passino per le sue mani. È questo principal ministro d’anni 50 e più, se bene per esser eunuco non li dimostra. La sua natura è modestissima e cortese, ma la complessione debole per indisposizione di catarro, che potrebbe abbreviargli la vita. Di questa città sua patria mostra conservar grata memoria, ma ne dissimula per non si rendere sospetto, e perciò egli per molto tempo non si scoperse così facile né pronto all’affari di Vostra Serenità, ma da certo tempo in qua si è molto allargato et adoprato in diversi gravi negozii di lei, come avrà inteso da mie lettere, e questa mutazione è stata doppo ch’egli è fatto certo del buon concetto che ha il Gran Signore della Serenissima Repubblica, perché con occasione ch’io andai a lui per condoglienze contro il Cigala, parlando egli dell’affezzione che il Gran Signore portava a Vostra Serenità, con viso giocondo mi disse ch’egli si gloriava d’esser nato in questa città, e di veder la sua patria in tanta stima e riputazione a quella Porta, con quel di più ch’allora scrissi; e doppo questo raggionamento ho conosciuto che si è facilitato assai nel trattar meco e nell’ammettere più liberamente i dragomanni ch’ho mandati a lui, perché per l’innanzi egli non solo fuggiva l’incontro di trovarsi con i baili, ma più fiate mi fece dire che in ogni occorrenza trattassi più tosto seco con polize che coll’andarvi o mandarvi dra gomanni, per non si scoprire interessato, e per poter meglio servire la Serenità Vostra, la quale dalle cose passate per sua mano in tempo mio ha potuto comprendere qual sia la disposizione sua verso la Serenissima Repubblica, ma molto più nell’ultimi disgusti col Cigala. Sarà dunque servizio di lei mostrar di tener conto di questo sogetto, perché egli fino che viverà questo re si potrebbe conservare nella stessa autorità, se però l’emulazioni che vanno ogni giorno moltiplicando contro di lui per vederlo tanto inanzi al re non turbassero la sua fortuna. Conserva il capì agà protezzione del Cigala, perché stima la sua persona nella mancanza de’ sogetti, aggiunta la commodità ne sente, capitando nelle sue mani la maggior parte di quelle cose che bisognano al capitano per mantenersi in stato. Con tutto ciò l’ho veduto molte volte commosso et alterato grandemente contro di lui per i disturbi dati da lui a Vostra Serenità. Si trova il capì agà la sorella, che è moglie di Ali cavalerizzo maggiore del re. Questa infelice donna passa vita infelicissima per il continuo rimorso che ella dimostra di avere nel cuore per trovarsi in quel stato tanto aborrito da lei, che per uscirne desidera la morte, e con continue lacrime piange la sua miseria, e con elemosine, orazioni e col dimandare continuamente perdono a Dio va portando il tempo inanzi alla meglio che può, procurando sempre (ma invano) d’esser consolata per via di Roma. Ella è donna di gran valore e giudicio, tenuta dal fratello e dal marito per christiana, che se non fosse l’amor grande che gli porta il capì agà, ella avrebbe corsi pericoli di vita. Ha grande entratura nel Serraglio con la regina, dove non manca osservare quello che tocca all’interesse della Serenità Vostra. Va però molto riservata nel parlare per non si rendere maggiormente sospetta, ma dov’ella può non manca di servire et avertire. La venuta ultimamente in Costantinopoli di suo figlio, condotto da quel scelerato del Bastron cipriotto, gl’è stata acerbissima, e tanto più quanto ch’ella lo vede già immesso nella maledetta setta, et alienato dalla fede cristiana. Questo giovane non riesce al capì agà di quell’aspettazione che credeva, perché egli si scuopre d’ingegno ottuso; con tutto ciò il capì agà per onor suo lo porterà quanto potrà, avendo riposti in lui i suoi pensieri, e perciò scemata la stima che faceva di Ali suo cugnato, il quale se gli rende tanto men grato quanto che da certo tempo in qua s’è fatto di natura tirannica et avara, inviluppandosi in ogni sorte di trafico, che perciò corse gran rischio nei moti de’ spahi, li quali si lasciavano intendere di voler ancor contro di lui sfogare la sua rabbia per l’imputazione gl’attribuivano ch’egli facesse lavorare molti forni e vender il pane per suo conto. Costui mostrò per un tempo d’essere affezionato a Vostra Serenità, ma sopragiunto il travaglioso negozio dell’agasi, molto ben noto, pare che se ne sia allargato non per altro se non perché io non ho comportato il tradimento che esso era di fare loro, non essendosi contentato dell’offerte di favori in ogni sua instanza che fosse stata onesta contro li mercanti, e di castigarli anco quando lo meritassero. Ma il tempo lo farà rivedere del suo errore, del quale il capì agà è stato molto ben informato.
Questo è in somma il numero di tutti i principali ministri di quella Porta, dalle condizioni de’ quali, accompagnate da tanti difetti, non si può aspettare nel presente loro governo se non il peggio a pregiudizio di quell’Imperio. Ma perché si potrebbe forse credere che o nel Serraglio o fuori potessero risorgere nuovi sogetti di maggiori condizioni, io stimo a proposito, per non lasciar adietro questa considerazione ancora, di parlare brevemente d’alcuni che potrebbero porsi inanzi, e che sono in qualche opinione presso l’universale. Tra questi dunque niuno è più prossimo a riuscir grande dell’agà de’ giannizzeri, di nazione circasso, ma però non è persona di tanta aspettazione che basti a farsi gran concetto di lui, e se bene nel suo carico si è mostrato rigoroso, nel resto poi profonda poco, e con l’alterezza della sua natura si rende poco grato. È vero ch’egli potrebbe essersi posto in maggior stima col servizio ch’ha prestato in guerra, massime nell’ultima impresa di Canissa, egli avrà fatto qualche degna azzione. Ma perché s’è ragionato molte volte che il re sia per dargli la figlia, quando ciò succedesse egli senza dubbio ascenderebbe al primo visiriato. In qualsiasi stato ch’egli si trovarà, come che non sarà persona di tanto spirito e valore che basti alla riforma dell’Imperio, così Vostra Serenità può sperare da lui ogni bene, perché, come scrissi, egli ha fatto nel suo ritorno dal campo buonissimo ufficio col Gran Signore per accertarlo che Vostra Serenità gl’era vero amico, e che né con fatti né con parole dava aiuto a suoi nemici, oltre che io ho ricevuti da lui molti favori.
Doppo questo segue Homar agà zarattino, ch’è capo del Serraglio. persona sagace, accorta e che sa molto ben simulare, et aspiraria a succedere nel luogo del capì agà, quando mancasse. Questo mi si è dimostrato cortese et amabile, dimostra d’essere buon servitore di Vostra Serenità, ma è della sua volontà, e d’ogni altro di quella Porta ella non deve certamente promettersi più di quello che porta l’occasione de’ presenti tempi, perché la natura de’ Turchi è tale di tener tanto conto dell’amico quanto comporta il suo interesse; s’ha però d’attender a conservarseli quanto si possa ben affetti, et dar a creder loro che la Serenità Vostra ne tenghi quel conto che essi dimostrano desiderare.
Il Querini, che si porta innanzi col merito delle sue fatiche, potrebbe avere carichi importanti e principali, se non sarà ritardo o attraversato dalla sospezione della nobiltà, o molto più forse da una maniera grave, ma stimata altiera, la quale si farà conoscere più chiaramente quando che egli si fermerà alla Porta, dove all’ora cominciarà a provar la forza dell’emulazione. Egli si trova ora alla guerra, capo d’una delle due bande delli spahi di paga, ch’è carico molto onorato, e non avendo avuto occasione di trovarmi seco, per esser stato per il più alla guerra, doppo il suo ritorno dalla Mecca, non posso dir altro se non che aspirando egli a maggior onore si dimostra, come fanno tutti li rinegati che pretendono d’ascendere, nella sua setta severissimo, se bene io non mi posso persuadere ch’egli sia affatto scordato del suo nascimento.
Il silictar agà, carico principale presso il re, è di nazione bossinese; persona cortese et amorevole verso i baili della Serenità Vostra. Ma questo e tutti gl’altri, fuor del capì agà, che usciranno da quel Serraglio, essendo allevati alla servitù d’un prencipe delle condizioni di sopra narrate, non saranno per un pezzo atti a maneggi importanti perché privi dell’esperienza e cognizione delle cose del mondo, stando rinchiusi in quella clausura senza prattica di chi gl’instruisca, non potranno, stando le cose in questi termini, riuscire persone di molto valore, massime non trattando il presente re per la sua imbecillità cosa che possi acuire l’ingegno de’ suoi servitori, come facevano i passati prencipi, che con gran prudenza risolvevano tutti li negozii gravi, e davano occasione a loro servitori di farsi abili nel governo per li discorsi che udivano, e valorosi poi per le fazzioni, dove si trovavano col Gran Signore, sì che secondo la vivacità e prontezza loro riuscivano ne commandi, come s’è visto di tanti capitani allevati sotto la disciplina di sultan Solimano, i quali doppo di lui hanno per molti anni governato quell’Imperio; et estinto ora quel seminario, rimane il governo in soggetti di minor condizione, e come si può affermare che per gran pezzo quell’Imperio sia stato retto in buona parte dal consiglio e prudente maniera del muftì ultimamente morto, così ora egli resta privo di quell’appoggio, ch’era grandissimo perché quell’uomo per l’esperienza e per l’acutezza del suo ingegno procedeva con saldo giudizio, e raccordava quello che intendeva dei negozii del mondo, dei quali si dimostrava molto curioso. Professava di portar molta affezione a Vostra Serenità perché, come soleva dire, tornava ella a commodo del Gran Signore. Ha lasciati eredi di questa sua affezione i figli, l’uno cadeleschier della Grecia, l’altro, che fu cadì di Costantinopoli vivendo il padre, et il 3º, che sarà tosto graduato simile a questi; et io ho procurato di confermarli maggiormente con ogni termine possibile, perché essendo soggetti di considerazione, tornerà sempre commoda l’amicizia loro. Ma per non tacere questo particolare della curiosità del muftì, egli mi dimandò un giorno se era Vero che Venezia andasse in terra, concetto somministratogli da qualche maligno spirito, e che servirà di riverente eccitamento alla Serenità Vostra in cosa tanto rilevante, et io descrivendogli il sito di questa città gli levai quell’opinione.
Il nuovo muftì, come viene stimato nella sua setta uomo di gran dottrina, così è molto ignudo della prattica delle cose del mondo o delle ragioni di stato, di maniera che egli camina sempre con un’esquisita severità della legge senza temperamento, e però si mostra lontanissimo dal ricevere presenti e dal far cosa contraria alla sua legge; ma in progresso di tempo si potrebbe far più avertito. Di lui si fanno diversi giudicii, perché trattando con tanta severità con ogni condizione di persone, e mescolandosi più che forse non conviene al suo carico nei negozii pubblici, si dubita che questo possa pregiudicargli grandemente, ma fin’ora pare che il re l’ascolti volentieri.
Dalle cose dette si comprende quali siano le condizioni di quel governo. Il re difettoso, come Vostra Serenità ha inteso, i consiglieri infedeli, poco intelligenti, nemici e discordi tra loro, avari et interessatissimi nel loro particolare interesse, senza alcun riguardo né carità al servizio del padrone e con poca notizia delle cose del mondo. Manifesti indizii di rovina, che suole Iddio dimostrare nella sovversione dell’imperii, perché con questi mezzi si dissolvono le grandezze de’ stati, et i popoli governati sotto tirannide convengono convertire l’amore in odio e l’obbedienza in sprezzo, poiché conoscendo la debolezza del prencipe non stimano il suo comando, e perdendosi con la confusione del governo la giustizia, entra e signoreggia in luogo suo la violenza. Da che aviene che i popoli si disperano, e desiderano mutazione di fortuna, e se bene quanto alla persona del re non si può affermare in proposito di tirannia, cosa che offenda, così de’ ministri non si può dirne quanto basti e perché li sudditi si rivoltano alla faccia del prencipe, e capo loro, però tutte le maldicenze s’indirizzano contro Sua Maestà, con mormorazioni scandalose d’ogni sorte di persone, e principalmente dei dottori della legge, et altri di quella classe, i quali non sono adoperati per essere privi di quei mezi che l’avarizia di chi governa ricerca. Però esclamano fino al cielo e concorrono con le voci della plebe, pronosticando pubblicamente la rovina dell’Imperio, effetti tutti dipendenti dalla corretta distribuzione de’ magistrati et ufficii, la quale se bene tra Turchi ha avuto sempre qualche radice, ella nondimeno passava con alcuna riserva, e solamente per mano de’ primi visiri, i quali tenevano l’autorità regia. Ma ora, com’è detto, ella è così pubblica che se ne fa aperta mercanzia, et questo abuso fu con maggior libertà stabilito da sultan Amurat per consiglio di Sempsi bassà suo parente, il quale avendo nella morte di Meemet bassà il Grande ritrovate molte polize d’offerte fattegli da diversi per ottenere carichi da lui, egli le presentò ad Amurat, e conoscendo la sua avarizia lo consigliò che essendo la cosa già introdotta, tornava a gran servizio suo che quello che i bassà convertivano in uso proprio fosse disposto a beneficio del Casnà, proposta che da Amurat fu subito abracciata et effettuata con suo grand’utile. Ma come al presente il disordine continua con maggior licenza che mai, così il re ne rimane col danno e con la vergogna, et il commodo si converte nella regina et altri del governo, et al fine il danno cade sopra i miseri popoli perché dovendo i competitori della dignità et ufficii prevalere e farsi strada col mezzo de’ danari, sono forzati usar ogn’estorsione verso i sudditi per rinfrancarsi più presto delle spese per l’incertezza ch’hanno di poter continuare un anno intiero nel carico ottenuto, poiché molti si vengono privi ancor prima, e in tal modo que’ miserabili sudditi sono snervati et aggravati sopra le forze, et astretti dalla disperazione a disertar i paesi e ritirarsi in aliene giurisdizioni, overo convengono rivolgersi contro il prencipe, come di già si è veduto nelle sollevazioni dell’Asia, et altrove. Questi eccessi di vendere i magistrati furono grandemente aborriti e generalmente castigati da sultan Solimano, che lasciò gloriosa memoria, oltre alle sue azioni di due esempii di giustizia contro la tirannide de’ suoi ministri. L’una fu che ad imitazione di Cambise fece scorticar un principale cadì per l’ingiustizie commesse da lui, e fatta porre la pelle sopra una sedia, vi fece sedere il figlio di quello, ch’era parimenti cadì. L’altra fu che fece pistar vivo in un mortaro un altro cadì, ch’avendo ottenuto per mezzo di Rusten bassà un principalissimo cadilich, voleva anco col medesimo mezzo esser emino dell’istesso luogo, e quel prudente principe fece fare quella severa giustizia doppo aver interrogato Rusten da chi ricorrerebbero li popoli per giustizia quando fossero aggravati dall’emino. Questi esempii, rammemorati fra Turchi con benedizione e gloria di quel prencipe, accrescono materia alle detrazioni e maledizioni contro il presente governo, alla declinazione del quale, come pare che le cose narrate potessero per sé sole esser potenti mezzi, così da quello che segue, e ch’io son per dire, della corruzione e difetti della milizia e dell’inobedienza et alienazione de’ popoli, se ne potrà fare pronostico più fondato, concorrendo insieme tutti questi importanti accidenti in tempo che l’Imperio si trova senza capo che lo possi a sappia riformare.
La corruzione delle milizie ne’ presenti tempi precede parte della prossima condizione delle proprie genti per li perniciosi abusi introdotti, e parte dal mancamento de capi che ne hanno il governo. Li primi, parlando de’ giannizzari, nervo principale di quelle milizie, sono in maniera declinati della loro riputazione, che non si conserva tra essi che l’insegna del corno che portano in testa, e nel resto non ritengono punto dell’antico loro valore, né della divozione et obedienza ch’era ordinaria di quella milizia verso il Gran Signore, effetti prodotti con gran pregiudizio dall’alterazione e sovversione dell’antico ordine et instituto che si osservava rigorosamente nella descrizione di quelle milizie, perché non solevano i giannizzeri esser admessi d’altra condizione di genti che degl’eletti delle decime della Grecia, e d’altri stati d’Europa, affatto esclusi l’Asiatici, e della Natolia principalmente, come genti stimate di niun valore. Quelli dunque, secondo l’ordine descritti, allevati alle fatiche, alli stenti, all’incommodi, vivevano ne’ proprii Serragli e camere sotto l’obedienza de’ loro capi, e con particolar legge di quella milizia, vestendo tutti ad un modo di panno grosso, donato loro dal Gran Signore, nodriti parchissimamente di quei soli cibi che l’ordinario instituto credeva privi d’ogni civiltà, e del timore della morte, et allevati in una ignoranza crassa delle cose del mondo per renderli più fieri et intrepidi; talché, levato loro il valore dell’armi, erano nel resto come bestie furiose et indomite, né conoscendo altro superiore, altro padre né altra prattica che il loro re, al quale portavano somma affezione, e si può dire che l’adoravano, aggiunta insieme la ferma credenza della loro felicità promessa dalla legge a chi esponeva la vita per il suo prencipe, si rendevano prontissimi a pericoli et alla morte, e riputavano a gran ventura loro il farlo. Ora tutte le cose sono mutate in quella milizia, perché la maggior parte de’ giannizzeri perviene a quel grado per vie indirette, e vivendo deliziosamente nelle proprie case e de’ parenti con ogni sorte di commodità, hanno l’animo volto ad ogn’altra cosa fuori che alli stenti della guerra et all’esporsi così facilmente alla morte per servire il Gran Signore. I primi se ne stavano senza trafico né sentivano altra commodità che della sola paga del re, e perciò bramavano la guerra e vi andavano sempre con gran cuore per la speranza del premio e della preda, portandosi con qualche segnalata azzione. Ma quest’altri, aplicatisi ad ogni sorte di mercanzia e trafico, e molti di loro arrichiti in maniera che alcuni si trovano padroni di cinquanta o più mila ducati di facoltà, non hanno bisogno d’avanzarsi in più larga fortuna con la fatica, stenti e pericolo della vita. Però abborriscono gl’incommodi e la guerra, e quando sono astretti ad andarvi, o rinunziano le paghe, o ne restano liberi col mezzo di grossi donativi al loro agà, et altri capi, di maniera che’l Gran Signore d’un gran numero di soldati accresciuto riceve poco servizio, con molto interesse e danno, et accresce con questo mezzo al popolo il numero di crudelissimi tiranni, perché costoro valendosi de’ grandissimi privilegii di quella milizia, che trapassano in licenziosa libertà, si fanno lecito di commettere qualsivoglia detestando eccesso contro chi si sia senza nessun timore di castigo, perché non potendo essi essere censurati né puniti per altra mano che del loro agà, hanno facile modo d’accomodare ogni loro scelerata azzione nella maniera che vogliono, e restando per il più impuniti si fanno maggiormente insolenti con danno e depressione de’ poveri.
L’origine di così fatti abusi è nata dalla moltiplicazione del numero de’ giannizzari i quali come nella loro instituzione non furono più che 3 mila, accresciuti poi in tempo di sultan Solimano a 12 mila, educati però nell’antica milizia e disciplina, così per occasione della guerra di Persia in tempo di sultan Amurat bisognò accrescere il numero d’essi, et altretanto è stato necessario il farlo ne’ presenti tempi per provedere a tante parti et a tanti eserciti, ond’è ridotto quel numero di milizia a 40 mila e più, di maniera che in così fatta instituzione non si puote osservare l’instituto antico di valersi dei levati dalle decime, poiché a gran giunta non arrivano al bisogno, ma si convenne dar di mano ad ogni sorte di persone, Armeni, Cingani, artisti e genti allevate nelle botteghe a vili esercizii, et in questo modo non solo si sono introdotte persone in quella milizia che non ritengono né per l’ordine dell’elezione né per la qualità delle genti descritte in alcuna parte della virtù e disciplina propria di quel nome, ma con questo mezzo è stata somministrata materia a ministri coll’arricchirsi, di commettere molte fraudi a danno grave del re, perché in questa bisognosa provisione della guerra, molti turchi con donativi hanno fatto descrivere nel numero de’ giannizzari i loro figliuoli quasi nelle culle, et altri per godere i privilegii di quella milizia se ne sono venuti dalla Natolia, e d’altre parti, per attendere con maggior sigurtà e libertà alle loro commodità e trafichi ne’ medesimi paesi loro, dove con l’istesso mezzo de’ donativi si sono poi fatti deputare guardiani e custodi esenti dalla guerra, e da ogni altra fazione et obligo, privilegio già riservato per antico instituto per riposo delle fatiche a’ giannizzari vecchi et benemeriti; ma costoro, sovvertito l’ordine col mezzo de’ danari, subentrano non alla custodia di quei paesi, ma alla depressione loro, per esercitare contro i miserabili sudditi ogni crudel tirannia, non avendo ardire i meschini negar loro alcuna cosa, né restando sicure le facoltà, i figliuoli, le mogli, né le proprie vite loro. E però come fu quella milizia, quando ella si trovava in minor numero, il nervo della guerra e la riputazione dell’Imprerio, così accresciuta ora con tanta confusione e disordine, si rende per la sua insolenza manco considerabile e più pericolosa, perché potrebbe forse essere la rovina di quel governo, senza che si vegga modo di raffrenarla, essendo passata a tanto eccesso la sua arroganza e l’infedeltà de’ ministri che sostentano gl’abusi che si fanno lecito i giannizzari chiedere quello che vogliono, e parlare senza nessun rispetto a pregiudizio di chi se sia, e del re medesimo, e quello che più importa, si sono con gran libertà fatti molto facili e pronti alle sollevazioni, come dalle cose passate si è veduto. Preciudicii tanto pericolosi che rimanendo senza rimedio pronosticano ogni male, et il pericolo si fa tanto più imminente per un mortal odio et inimicizia che portano i giannizzari a spahi, tra quali sono state molte volte per succedere fatti importanti, con periglio di qualche maggior successo. Questa loro inimicizia procede da pretensione di precedenza, perché i spahi per ordine di cavalleria si sentono di maggior dignità de’ giannizzari, che servono a piedi, e però non possono sopportare l’insolenza loro; ma i giannizzari per la prerogativa che intendono d’avere come figliuoli addottati dal re, non vogliono cedere né a quelli né ad altri, il che ha fatto temere alle volte di qualche gran fazzione alla guerra, dove uniti insieme li spahi di paga e quelli di timarro erano in molto maggior numero de’ giannizzari, e potevano sicuramente affrontarli. Ma le cose sono passate meglio che non si credeva; e perché questa milizia de spahi è la maggiore ch’habbi il Gran Signore, ascendendo in tutto fra timariotti e di paga a 160 mila, in questi ancora sono altretanti e forse maggiori disordini, perché come solevano i spahi zaimi, che sono feudi nobili, o altri timariotti prima che pervenissero a quei gradi farsene degni col proprio valore e merito, servendo alla guer ra venturieri, o in altro modo, così ora per mezo de’ donativi, o per favore di grandi, sono admessi gl’inutili et immeritevoli, e levata la speranza a valorosi di essere riconosciuti, perché i timarri più importanti sono per la maggior parte dispensati nelle case de’ grandi a figliuoli a pena nati, a schiavi loro, et ad ogn’altra condizione di persone delle proprie case, che tutto poi, o la maggior parte, viene nelle borse de’ padroni, né vi è chi non abbia con questo mezzo beneficato i suoi servitori, a grave danno del Gran Signore, non potendose Sua Maestà prometter alcun servizio di essi perché, stando appoggiati questi a grandi e nelle case loro, quando occorre a sangiacchi delle provincie di valersi de’ spahi descritti ne’ loro sangiaccati, si trovano per la maggior parte privi di soldati, di cavalli e di chi presti il debito servizio, perché mancando quelli favoriti de grandi, e che hanno i principali timarri, rimangono i sangiaccati custoditi da quel poco numero de’ più poveri, che per procacciarsi il vitto se ne stanno a loro timarri, e perciò molte fiate non possono i sangiacchi prestare quel servizio che viene aspettato. Da questa absenza de’ spahi da loro timarri, nasce insieme un notabilissimo pregiudicio, perché fu accortamente instituito e compartito in tutte le provincie il numero de spahi timariotti per due effetti: l’uno per conservare con questo mezzo una numerosa e valorosa milizia pronta a tutte le fazioni per sicurtà de’ paesi conquistati, e per tenere in officio et in timore i popoli soggiogati; l’altro per conservare i medesimi popoli liberi e sicuri dalle ingiurie d’altri perché, habitando i spahi nelli loro timari, tanto era maggiore l’utile che da essi cavavano, quanto maggiore l’industria e fatica de’ contadini, i quali erano conservati, difesi e custoditi dalla presenza et autorità de’ loro padroni, né ardiva alcuno di far loro ingiuria. Ora, distribuiti i timarri come si è detto, i poveri contadini restano privi di quel patrocinio e soggetti a doppia gravezza et estorsioni inferte loro da commessi mandati dalli padroni de’ timarri per riscuotere le loro entrate, i quali vogliono ancor essi la parte loro, et accrescono per questa via l’angarie a’ poveri, contro ogni dovere. Levata dunque la speranza per le cose suddette a buoni soldati, che per impotenza e povertà non avendo modo di donare, o dipendendo dal favore de’ grandi, se ne stanno esclusi, e gl’opulenti e favoriti, ancorché immeritevoli, sono preferiti; ne segue che ogn’uno abbandona le fatiche e stanti della guerra et attende ad acquistar denari, sicuri in qual modo di prevalere. E come per questa parte sente il re gran pregiudizio, così egli viene per altro verso defraudato de’ proprii feudi, i quali non potendo nella lor vacanza essere distribuiti per altra mano che per la sua, ora con la introduzione delle cose suddette viene dispensata l’autorità della rinunzia da altri; ma se avesse luogo l’ordine osservato sotto sultan Solimano et altri nella dispensa de’ timari a persone meritevoli, sarebbe quella una milizia per sé sola bastante a farsi strada alla monarchia, se bene doppo la presente guerra ha fatto grande alterazione, essendo in parte accresciuta et in parte dimunuita. Sono accressiuti i spahi di paga per li bisogni presenti, e diminuiti quelli dei timarri per la perdita de’ paesi nella presente guerra, e molto più ancora per la ruina e calamità universale de’ sudditi, perché nella parte della Grecia e d’Ungaria, dove si maneggiano l’armi, li vilaggi et i popoli sono distrutti dall’eserciti, dall’oppressione de’ soldati e de’ ministri, e forzati a ritirarsi altrove, e però essendo il paese inculto et inabitato, cascano per necessità l’entrate et i timarri, e mancano le milizie. L’istesso avviene nell’Asia dove i popoli ridotti all’estremo per le insopportabili tirannie de’ Turchi se ne fuggono o fra Arabi o in Persia, o restano così miserabili che non possono servire alla coltura della terra, e l’ambasciatore di quel re mi affermò che li sudditi delle provincie intiere acquistate nell’ultima guerra con Persiani se ne passavano al suo paese, et era questa una delle condoglianze che faceva Giaffer bassà con quel re, come io allora ne diedi conto alla Serenità Vostra, di maniera che si può concludere che il numero de’ spahi timariotti non sia il medesimo di prima, che all’ora era diviso in questo modo, cioè 80 mila in Europa, 60 mila nell’Asia e 20 mila destinati con paga ordinaria in Costantinopoli; e per un calcolo che si fece di quel che poteva importare l’entrata de timarri, riducendoli a soli cinquanta zecchini per testa, ascendevano queste a sette milioni d’oro, che senza dubbio si possono raddoppiare, come molti affermano, fino a quindici milioni, perché non è timarro che valuto in quei primi tempi al prezzo suddetto, non renda ora molto più, oltre ad infiniti altri che vagliono 200 e 300 zechini, e di vantaggio. Con questi disordini passano le milizie da terra del Gran Signore le quali, come in quella parte che s’è detto sono molto indebolite, così quelle da mare che in ogni tempo si sono rese esistimatissime si trovano ora molto deteriorate, avendo esse principiato a decadere dal giorno della felicissima vittoria navale con la quale restarono i Turchi conquistati e quasi depressi, e la Cristianità conobbe all’ora che le forze turchesche potevano essere superate e vinte; e se bene l’anno seguente comparve con stupore d’ogn’uno tanta armata posta insieme dal valore d’Uluchialì, fu però vampa che tosto s’estinse per la qualità di quei vascelli mal fabricati in fretta, e di legnami verdi, e per la condizione delle genti nove, poco atte al servizio, e comandate da marinari inesperti. Fu nondimeno meravigliosa in quell’occasione l’opera d’Ulucchialì il quale mentre visse, e doppo lui Assan veneziano, conservarono ambedue la riputazione di quelle forze. Ma doppo la loro morte le cose sono sempre peggiorate per l’inesperienza et avarizia de’ successori, li quali senza alcuna carità nel servizio del loro prencipe hanno teso solamente ad arricchirsi e, tralasciata ogn’occasione di provisione necessaria all’Arsenale, che perciò si trova ora spogliatissimo d’ogni sorte d’apprestamenti, essendosi consumati li vecchi, e non essendo chi pensi a rifarne de’ nuovi, di maniera che in un improviso bisogno d’armare ancorché debole numero di galere avrebbero molto che fare per mancamento d’armizi, e cose simili, come se ne vide l’effetto in tempo mio, nell’occasione dell’affronto fatto dalle galere di Fiorenza a Scio, per il qual bisogno non puotero spedire straordinariamente dieci galere per assicurare l’Arcipelago e consolare quei popoli spaventati, con tutto che il Cigala attendesse all’ora a porsi all’ordine per uscire. Quest’istessa debolezza s’è maggiormente scoperta nelli tre anni che il Cigala è uscito con armata, perché per diligenza usata da lui, non ha potuto cavare da Costantinopoli il primo anno più di trenta galere, il secondo ventidue e quest’ultimo sedici; ma egli ha accresciuto sempre il corpo dell’armata con le galere delle guardie ordinarie dell’Arcipelago, che sono in tutto dieci, non comprese quelle di Rodi, di Cipro et Alessandria, che non partono mai dalla loro custodia, e con le galeotte di Barbaria, con le quali armate egli non ha fatto altro che danno agl’amici, data occasione d’esclamare a proprii sudditi e ridotto quasi in un tributo ordinario li presenti che sole vano darsi a capitani del Gran Signore quando alcuna volta uscivano con armata generale, e però il muftì et il resto de’ grandi della Porta dicevano che il Cigala usciva più tosto da corsaro che da capitano del Gran Signore. Appresso gl’altri mancamenti dell’Arsenale, si trova esso ancora malissimo ad ordine di vascelli perché a vinti corpi di galere delle quali si serve il Cigala ne’ suoi bisogni, e che tosto si ridurranno al fine, non si trovano in terra sotto li volti più che settantadue corpi di galere, computate quattro bastarde nuove fatte in tempo d’Ulucchialì e di Assan, et altre quattro simili da fanò, che si fabricavano al mio partire, oltre alle quali in occasione di bisogno non ve ne saranno dieci che si possano armare, perché tutte l’altre sono reliquie de’ tempi passati, vecchie e scavezze, e tra queste le quindici ch’uscirono in tempo d’Alil bassà, che per una gran borasca corsa vicino a Costantinopoli, nel suo ritorno, si scavezzorno tutte, e si sono rese innavigabili. Se dunque i Turchi volessero ne’ tempi presenti porre insieme cento galere straordinarie, non lo potriano fare senza molta spesa e tempo, perché se bene il Gran Signore può far fabricare quantità di vascelli e provedere di remi, alberi e simili cose per li gran squeri che ha vicino a Costantinopoli ne’ boschi abbondantissimi d’ogni sorte di legname, così nel Mar Maggiore come dentro lo stretto di Gallipoli, e fuori, e se bene per il bisogno d’apprestamenti dell’Arsenale potrebbe Sua Maestà farne fare la provisione in altre parti del suo Imperio, tuttoché di ferramenti, gomene e vele ne abbi gran mancamento in ogni luogo, nondimeno per unire tutti li membri necessarii per formare corpo d’armata si attraverseranno tanti disordini introdotti, che hanno prima bisogno di qualche riforma, che le provisioni non potranno essere se non tarde, e converrà superare le difficoltà con severe esecuzioni, e con la forza dell’oro, aggiungendosi quello ancora che bisognerà spendersi nel pagare tante genti, e nel dare soddisfazione a salariati odinarii dell’Arsenale, che sono più di cinque mila, oltre li 400 rais descritti, li quali tutti quasi sempre sono grossamente creditori di tre o quattro paghe, che a tre mesi per paga, com’è solito di quell’Arsenale, vuol dire un anno, e questi salariati non partiranno mai con l’armata se non saranno prima soddisfatti de’ loro avanzi, e se non avranno ancora danari avanzati, conforme all’ordinario quando sono mandati in servizio, effetti tutti che accrescono le difficoltà che si renderebbero poi tanto maggiori quanto più si pensasse a far grossa armata, per servizio della quale se bene ordinariamente sono descritti galeotti per duecento galere, che non si potriano mai se non con molta violenza cavare dalle provincie sottoposte a questa gravezza, nondimeno essendo quelle genti nove, impretichissime e che dalla sola vista della gelea si spaventano, né vi essendo quasi più schiavi né del Gran Signore né d’altri perché li vecchi per la maggior parte sono morti, o resisi inutili, o postisi in libertà, e de nuovi non ve ne sono fatti al servizio delle armate, non valendosi i Turchi al remo di schiavi russi, ongari, alemanni, riuscirebbero per questi mancamenti ancora quei vascelli difettosi e deboli, come si è potuto facilmente comprendere gl’anni passati da quel poco numero di galee che sono uscite col Cigala, e però, come si deve credere, che in tante difficoltà il presente Gran Signore non sia per ridursi ad armare, se non grandemente sforzato da urgente necessità (oltre alla pura inclinazione ch’egli ha alle cose del mare) così non occorre ch’egli pensi di poterlo effettuare senz’anticipata provisione di uno o due anni più tosto per il manco, di modo che se egli avrà da farlo per difesa non servirà il tempo, che non ne riceva prima da chi volesse assalirlo il danno. Ma se egli fosse persuaso a fare impresa, la tardanza a ponere insieme le provisioni darà tanto tempo che potrà ogn’uno esserne avvertito, e pensare a casi suoi, e d’invaderlo anticipatamente, di maniera che in ogni modo il beneficio che apporta lo stato delle cose presenti per i disordini dell’armate è grandissimo et importante alla Cristianità, et a Vostra Serenità principalmente, le forze della quale sono dai Turchi, per questi loro difetti nella presente congiuntura, maggiormente stimate più di qualsivoglia altro prencipe, però ne stavano in gelosia, come scrissi, e veramente con ragione, perché ella ha maggior commodità d’ogni altro di soprafargli con qualche improvisa spedizione d’armata nell’Arcipelago per la vicinanza del regno di Candia, con le forze del quale, e poca aggiunta appresso si potrebbe, assalendo improvvisamente, ponere in confusione tutte quell’isole, impedire a Turchi le provisioni per l’armare et acrescere il loro timore e spavento, oltre a tanti altri importantissimi effetti che ne seguirebbero. Concetto che potrebbe a qualche tempo servire, et essere con maggiori particolari discusso e pratticato. Preghiamo pure il signor Dio che si degni accrescere in quell’Imperio la confusione et i disordini, che l’abbino tosto a condurre alla rovina et al precipizio; e tanto sia detto dello stato delle forze terrestri e maritime.
Ma perché nella grandezza e debolezza delle forze viene in considerazione per principale la condizione e volontà de’ popoli, i quali come con l’amore e volontà affetta al loro prencipe sono le più potenti difese de’ stati, così essendo mall’affetti riescono nemici domestici et intestini, dovendo ragionare di questi vedrà Vostra Serenità che per questo capo ancora quell’Imperio patisce gran difetto e si trova in molto pericolo perché li popoli per ogni parte oppressi si fanno in molti luoghi sentire con moti di sollevazione, come di già s’intende da diverse parti, e nell’Asia principalmente, et il male si va radicando in modo che si fa universale, se non apertamente almeno nell’intrinseco, perché sono tutti pronti e desiderosi di mutar fortuna e di levarsi dalle miserie in che si trovano, non aspettando altro che l’occasione; e per discendere in questa parte importantissima a maggiori particolari, parlando d’ogni condizione di sudditi di qualsivoglia rito o legge, tutti vivono con l’istessa mala volontà, chi per disperazione chi per diversità di rito, chi per l’uno e l’altro insieme. Se si parla dunque di Maomettani asiatici della setta persiana, in questi si nodrisce un odio intestino, che nessuna cosa l’estinguerà mai, perché tutto che sino Maomettani sono però fra loro differentissimi, come tra noi gl’eretici, e di questa setta persiana è osservantissima quasi tutta l’Asia, e principalmente la Natolia e Caramania. Ne’ popoli della Soria, ma molto più in quelli d’Egitto, si conserva un odio intrinseco contro l’Imperio, non potendosi sradicare ancora la memoria della loro antica libertà; e nel Cairo particolarmente ne restano i Turchi molto gelosi e sospettiti, per dubbio di qualch’improvvisa sollevazione, come diverse fiate se ne sono sentiti principii importanti, et ultimamente se ne fu in gran timore mentre l’emir era bassà in quella città, il quale essendo della setta persiana, et fattosi molto inanzi nella grazia et amor di quei popoli, diede grandemente da sospettare a Turchi ch’avesse l’animo disposto a qualche gran rivoluzione vedendosi sopra tutto comparire l’entrate del re, come scrissi. L’istessa mala volontà si conserva ne’ popoli di Gemen e di Balsera, et altre provincie d’Arabi e Mori, acquistate quasi a tempi nostri, da quali tanto più si ha da temere quanto più sono osservanti de’ Turchi nella loro setta, e che hanno per così dire le cicatrici sanguinolente per la privazione de’ governi, o regni, ritrovandosi oppressi da misera servitù, e con barbara e tirannica crudeltà trattati.
Dei paesi poi dell’Africa e Barbaria, e della mala volontà di que’ paesani verso Turchi non si può dire quanto basti perché, come non hanno mai quelle genti reso perfetta obedienza al Gran Signore, così egli non si può manco promettere da quelle milizie alcun aiuto e commodo, di maniera che esso n’è padrone più di nome che di effetti; e se bene molte volte hanno pensato i Turchi alla forma di soggiogarli, non è però bastato mai loro l’animo di farlo, e tanto meno possono sperarlo ne’ tempi presenti, che quei re de Mori confinanti si sono fatti molto potenti, et alcuni d’essi inclinati alla Spagna, oltre che non si trovano le forze turchesche in stato di presentarsi con un’armata reale in quelle parti, com’altre volte.
Nei rinegati poi per la maggior parte è dubbia la fede perché questi o conservano memoria della loro prima religione, essendone alcuni per forza passati alla setta maomettana, o sono di quella prava e detestabilissima classe d’ateisti. Questi dunque piegheranno sempre più facilmente dove vedranno la fortuna prospera, regnando tra essi et i Turchi naturali una mortale inimicizia, nata da due cause: l’una perché hanno li rinegati li principali carichi dell’Imperio, l’altra perché sono stimati da Turchi naturali persone senza religione né fede; e veramente come quella è la peggior gente di tutte l’altre, così si può quasi affermare che siano stati l’introduttori delli maggiori abusi e corrutele pregiudiciali a quel governo, perché i Turchi sono più tosto gente di natura semplice che atta a pensare cose nuove e sottili. Ma i rinegati, come nessuna cosa li tiene in quel stato più che la libertà e la commodità, così non vi è sceleratezza che non sia pensata e introdotta da loro.
Questo è quel giudicio che in universale si può fare ragionevolmente della volontà de’ sudditi maomettani verso il Gran Signore, che se in questi per le cose dette si può concludere la mala intenzione loro quanto meno se dovrà poi compromettere della fede de’ sudditi di contraria religione, o rito, essendo a peggior condizione degl’altri per la differenza del credere, e per li mali trattamenti, li quali sono tutti di numero quasi infinito, abracciando Greci, Latini, Armeni e gl’altri riti, oltre gli Ebrei, delli quali però si ha da fare poco fondamento, come dirò parlando dunque de sopradetti che, se bene di differente rito, sono però abbracciati dal nome cristiano, non è da dubitare che per la gran miseria e depressione non aspettino altro che l’occasione per levare il capo, e se non si fanno sentire, ciò nasce perché non vedono dove potersi fermamente appoggiare, rimanendo massime spaventati gl’Albanesi della memoria delle cose passate nell’ultima guerra con Vostra Serenità, perché alzatisi in quelle parti hanno cesso con loro esterminio o ne sono stati miserabilmente morti. Con tutto ciò non è estinto in loro il zelo della religione, anzi molto più che mai arde in loro il desiderio e la sete di uscire dalla tirannie de’ Turchi e ridursi sotto il vessillo di prencipi cristiani, non ritrovandosi nello stato in cui sono quei miserabili, sicure né le facoltà né le mogli né i figliuoli, onde bramano la morte per uscir di miserie.
Ma perché tra Cristiani sudditi del Gran Signore il numero de’ Greci è grandissimo e principale sarà a proposito distinguere le condizioni loro, le quali, come sono molti in Costantinopoli et altrove, così non sono tutti d’una istessa volontà e pensiero, perché gl’abitanti in Costantinopoli, e quelli principalmente che per pretensione di nobiltà ritengono memoria della loro grandezza, per un antico et ereditario odio che portano al nome de’ Franchi, et al pontefice romano, per l’estraordinaria emulazione che hanno conservato a tutti i tempi i loro patriarchi con Sua Santità, intitolandosi essi papi della Chiesa orientale, e quello d’Alessandria v’aggiunge “judex totius orbis terrarum”. Sono così male affetti verso i cattolici che al sicuro si contenteranno sempre di esser più tosto soggetti al Turco che a Christiani, eccetto però quando il prencipe cristiano fosse della loro religione, o scismatico, o in altra maniera contrario alla religione cattolica, nel quale caso abbraccieranno facilmente ogni partito et occasione, come si andavano disponendo per la speranza ch’avevano dell’esaltazione di Micali Valacco, il cui nome era con gran devozione celebrato da Greci, e con tanto giubilo ascoltate le sue azioni, che erano portati a gran concetto di rivedere per mezo suo l’Imperio de’ Greci rinovato, che se le cose di Micali fossero passate con maggior prosperità in quest’ultimo, al sicuro si sentivano gagliardi moti e sollevazioni in tutti i Greci, e Vostra Serenità aveva anco occasione di pensarvi perché il medemo giubilo era sentito da’ sudditi di lei nell’isole. Ma per tornare alla mala volontà de’ Greci abitanti in Costantinopoli verso la Chiesa romana, questa nasce, oltre le cause predette, per il dubbio ancora quando fossero soggetti a prencipe cristiano o d’esser astretti col tempo ad abbracciare il rito romano, o almeno impediti dall’esercizio delle loro cerimonie ordinarie, o almeno poco favoriti, et anco perché essi al presente vivono senza timore né delli loro prelati, né della giustizia mondana intorno all’osservanza della religione, e delle censure ecclesiastiche né tengono quel conto che vogliono, e l’autorità del loro patriarca per ogni verso è ridotta all’estremo, non ingerendosene li Turchi. Del resto poi de’ Greci di ogni condizione, così abitanti in Costantinopoli, dove si trovano più di 2 mila sudditi del regno di Candia et altre isole della Serenità Vostra, che sarebbero sempre pronti, i quali per mancamento di trattenimento alle loro case si esercitano nell’arte del bottaro e ne’ bisogni dell’Arsenale e fuori, e degl’altri della Morea, et altrove, si potrebbe sperare ogni bene, quando massimamente avessero prelati ben affetti, che non sarebbe difficile acquistarseli per molte vie, come in ogni occasione si potrebbe più particolarmente discorrere e nella maniera che me ne ha molte fiate ragionato confidentemente il patriarca Nelezio, che si dimostra divotissimo di Vostra Serenità, il quale instantamente mi ha insieme pregato, e scrittomene anco doppo il suo arrivo in Alessandria, che facessi ufficio con Vostra Serenità perché li prelati latini in Candia, et altrove, non si mostrassero tanto severi contro li Greci in proposito de’ riti loro, perché ciò non poteva risultar che di sommo pregiudizio della Serenità Vostra, e veramente come lei sa benissimo quella nazione è di natura così altiera e superba che non si può pretendere di vincerla con la severità né col rigore, ma si può bene con la desterità raddolcire li loro animi e tenerli in ufficio e devoti verso il Serenissimo Dominio. Sarà dunque bene, quando sia tale l’intenzione di Vostra Serenità, che li prelati latini di levante la sappino, acciò possino eseguirla.
Restano per ultimo i sudditi cristiani abitanti in Costantinopoli, così Perotti come altri del rito latino. Questi sono pochi e deboli e ridotti in gran strettezza, e sarebbero pronti quando occorresse alle novità, perché oltre l’interesse della religione per la continua prattica che hanno con mercanti nostri, e per la dipendenza che per lo più tengono nelle case de’ baili, si può quasi dire che siano italiani, oltre che sono da Turchi così maltrattati, con insopportabili e continue estorsioni et angarie, che perciò restano con estrema disperazione quasi esterminati.
Per fine di questo discorso dirò degl’Ebrei i quali, et in Costantinopoli e per tutto l’Imperio, ascendono a numero così grande ch’essi soli basterebbero, quando non fossero d’animo sì abietto e vile a far gran cose in ogni occasione di moto, essendo massime opulentissimi e padroni di molt’oro; ma la loro viltà e bassezza è tale che non se ne ha da sperare alcun bene, anzi quanto potranno sosterranno il dominio de’ Turchi, chiamando il loro paese Terra di Promissione, se bene l’ultima sollevatione delle milizie contro la chirà ebrea, che gli pose in pericolo d’andar a fil di spada tutti, ha dato loro grandemente da pensare, e però molti di essi si lasciavano intendere di volersi ridurre sotto l’ombra di questa Serenissima Repubblica, come forse faranno. Questa gente inventrice d’ogni storsione et illecito guadagno, escludendone però alcuni che sono veramente civili e discreti, s’era veramente impossessata della volontà de’ grandi col mezzo de’ diabolici raccordi et invenzioni di grand’utile, ch’apportavano loro, che come Vostra Serenità avrà più volte inteso dalle mie lettere, pareva che quel Dominio e governo dipendesse dal loro consiglio e ministerio, perché questi hanno somministrato mille modi d’accrescere dazii, gabelle e molti vantaggi nei negozii a beneficio del re e de’ grandi, si sono fatti appaltatori di tutti li dazii e commercii esercitati da essi con gran tirannia, e finalmente avevano ridotta la moneta a così cattiva condizione, e falsa per la maggior parte (intendendosi però con li grandi della Porta, che n’erano partecipi) che il zecchino regolato già a 120 aspri era asceso a 200, a più grave, per giudicio di tutti, e con altretanto danno delle milizie, che non senza ragione e per questo, e per altro, si mossero impetuosamente a quel fiero spettacolo contro la chirà e figli, e forse faranno l’istesso un giorno di tutti gl’ebrei, non solo per la mala volontà che portano loro per le cose dette, ma per la sicurtà che avranno di fare il più grosso bottino che possino mai acquistare in quest’impresa, et ogn’altra, e se fuggissero quest’incontro sarà per sola volontà di Dio, acciocché tanto più tosto col mezzo delle tirannie introdotte da quelle genti s’avvalori la rovina dell’Imperio, concetto d’un rinegato piacevole domestico nella casa de’ baili, il qual diceva che vedendo il re di Spagna, di non poter superar l’armi turchesche e levar loro l’Imperio con la forza, aveva pensato di farlo col cacciare l’Ebrei e Marrani da’ suoi regni, e mandarli ad abitare in Costantinopoli. E siccome sarebbero infinite le cose che si potrebbero dire di questa gente, stimando io che tanto basti per conoscere la natura e condizione loro, terminarò questa parte de’ sudditi pr passare alla considerazione dell’entrate e tesori del Gran Signore.
Si trova Sua Maestà, come viene affermato, otto millioni d’oro d’entrate ordinarie, se bene molti dicono assai più rispetto alli paesi di Persia, e quelli che discorrono della grandezza de’ tesori reconditi, facendo il calcolo dell’entrate suddette, e non contando di spesa ordinaria al Gran Signore più che sei milioni d’oro, vogliono per necessità concludere che essendo due milioni d’oro all’anno l’avanzo, sia però nel Casnà una grandissima quantità d’oro lasciato da prencipi passati. Ma se si parla de’ presenti tempi, non solo non si ha da credere che vi sia l’avanzo dell’entrata, ma dispendio del Casnà di dentro, e se tesori accumulati da re passati, di questi ancora la ragione dimostra che non se n’habbi da avere quantità tanto grande quanta è nell’universale concetto. Parlando dunque dell’entrate de’ tempi presenti, elle sono in diversi modi diminuite per la perdita principalmente nell’odierna guerra di tutti i dazii del Danubio, che importano più d’un millione d’oro, perché si sono quelle scale quasi tutte distrutte et abbandonate per l’interruzione de’ trafichi e de’ negozii, non solo per le robbe e vettovaglie di tante sorti che venivano a quelle parti e per bisogno del paese e per Costantinopoli dalla Germania, Polonia, Transilva nia, Bogdania e Vallacchia, e dalla Moscovia ancora, ma di quelle che andavano in quelle provincie, oltre il danno de comercii di Costantinopoli e del mancamento che sentono per questo delle vettovaglie e cose necessarie all’uso di quella città, danno tanto importante, e che forse non si può comprendere intieramente. Appresso di questo ha perso il Gran Signore l’entrata de’ sali minerali della Vallachia, ch’era di considerabile importanza, li quali sono ora rimasti a beneficio de’ suoi nemici. Oltre di ciò è grandissimo il danno per la perdita de’ sudditi nella presente guerra insieme con il paese acquistato dall’imperatore e ribellato dal Gran Signore, oltre all’altri sudditi che per non poter sopportare tanti disagi o si sono ritirati in aliene giurisdizioni, o hanno abbandonate le case proprie, ritirandosi ne’ boschi e nelle montagne, dal mancamento de’ quali viene ad essere diminuito grandemente il carazzo, lasciando io da parte di replicare quello che ho accennato in proposito di timari mancati per queste medesime cause, alle quali cose tutte s’aggiunge la perdita de’ tributi che riceveva il Gran Signore da Sua Maestà Cesarea, dalla Transilvania, Vallachia e Bogdania, che importavano in tutto zechini cento e trent’un mila in questo modo:
dall’imperatore talari quarantacinque mila, sono zechini trenta mila;
dalla Vallacchia some settanta d’aspri, sono zechini sessanta mila;
dalla Transilvania zechini venticinque mila;
dalla Bogdania some trent’una e mezza d’aspri, sono zechini ventisei mila;
oltre a donativi et altri utili ch’estraordinariamente cavava.
Ma il danno delle pubbliche entrate non si sente solamente in quella parte dove arde la guerra, ma nel Asia e in tutto il resto de’ paesi del Gran Signore, dove li malcontenti, presa occasione de’ travagli dell’Imperio, si fanno sentire con sollevazioni, per le quali hanno patito li poveri sudditi quasi l’istessi incommodi degl’altri, per li continui eserciti che sono stati in quelle parti, così de nemici e sollevati, come del Gran Signore, e perciò condotti a disperazione o se ne sono fuggiti altrove, o ridotti in tanta miseria che non possono pagare le gravezze, chi non vuole cavare loro l’anima. Et in questo modo il carazo, ch’era il fondamento dell’entrate del Gran Signore, è incredibilmente diminuito, e lo manifesta il tributo, o Casnà, del Cairo, che soleva essere di 800 mila zechini ogni anno, e al presente non ne viene in Costantinopoli che la metà, scusandosi li bassà con le ragioni suddette del mancamento et impotenza de’ popoli. Ma insieme con questi danni è congiunta la mala amministrazione di quelli che governano, i quali valendosi dell’occasione dell’imbecillità del re, e della ingordigia della regina, che ne vuole la sua parte, dissipano l’entrate e le convertono in proprio uso, essendo maggiore la parte rubbata che la spesa, et è male senza rimedio.
Perché se alcuna fiata si ha voluto inquisire contro qualche colpevole, com’è successo due anni d’un tefterdar, del quale io scrissi all’ora, questo di ordine del re e del bassà, essendo stato posto in mano di Meemet, fu figliolo di Sinan, in una sola partita fu convinto di 100 mila zecchini, con opinione di trovarlo debitore d’un millione di oro; e quando Meemet credeva continuare l’inquisizione et apportare al re e a sé medesimo molto utile, venne il giorno seguente ordine espresso della regina che non si facesse altro, et il bassà restò confuso, e quell’altro che il giorno prima passava di perder la vita, si vidde poi trionfar in Divano, et ora più che mai in grazia et adoperato, di maniera che il rubbare e dissipamento dell’errario pubblico non viene punito, se non in qualche miserabile.
In questo stato dunque trovandosi le cose, si può concludere certamente che non solo al presente il Gran Signore non avanza dell’entrate ordinarie, ma conviene ponervi molto ogn’anno del Casnà di dentro, perché tutte le maggiori entrate che sono nell’Europa vengono assegnate al bisogno della guerra et al generale, e di queste non se ne vede un aspro. Ma se elle bastassero sarebbe da contentarsene perché, come tante fiate ho accennato, ogni giorno era ricercato da Ibraim il Gran Signore di danari, e così da tutte le parti dov’erano eserciti, di modo che ha convenuto pensare di cavarne delle accumulate per suplire a bisogni della guerra, e Vostra Serenità ha inteso per più mano di mie lettere in quanto travaglio siano stati in Costantinopoli per trovar modo di sodisfare le milizie de’ loro crediti, oltre a tanti meschini che sono creditori del re per cose ordinarie del vitto, di butiro, di carnami, di pane e cose simili, e questi continuamente esclamando e gridando in Divano, convengono molte fiate partire a forza di bastonate senza ottenere il loro giusto credito, con mormorazione delle genti. Lascio di dire delle spese ordinarie del re ne’ serragli, del denaro consumato nella superfluità del vestire, massime delle donne, di tante gioie che continuamente comprano, delle fabriche delle moschee, studii, cavarserà, bagni et altri publici edificii, fatti o per vanità e pompa, o per termine di religione, dell’entrate ch’ogni giorno aplicano al sostentamento di queste fabriche, come ha fatto la regina, perché tutte queste cose ascendono a quasi indicibil spesa. Se dunque non bastano ne’ tempi presenti l’entrate ordinarie, bisogna concludere che con l’occasione della presente guerra sia al Gran Signore convenuto suplire con l’errario di dentro, il quale non pare che la ragione permetta che possi essere di tanta importanza quanta si crede, perché se bene hanno i re passati accumulato molto, hanno anco avuto poi occasion di gran spese. Sultan Solimano per le continue guerre ch’egli sostentò e contro Cristiani e contro gl’altri, se bene per il più vittorioso, convenne mantenere grossi eserciti, e l’impresa tentata di Malta, e non riuscita, come gli apportò gran interesse, così non fu minore quello ch’egli sentì per la sola difesa d’Ungheria, se bene acquistò Zighet, oltre che ogni fiata ch’egli usciva dalla guerra dava l’ordinario donativo alle milizie et accresceva loro la paga, conforme l’antico instituto dell’Imperio, ch’era somma importantissima, né uscì mai in campagna ch’egli non desse ogni sodisfazione in questa parte a soldati, onde si discorre con ragionevoli fondamenti che s’egli acquistò molte provincie convenne insieme spendervi molti danari, di maniera che non si può credere che a sultan Selim suo figlio ne rimanesse tanta quantità quanta si dice, e se ne rimase qualche parte egli ebbe occasione di spendere forse più del padre, non solo per li donativi molto importanti fatti alle milizie per la sua successione, ma per le guerre e rotte dell’armata, e per la rinovazione della seconda, nell’una e l’altra della quali spese incredibilmente, perché in nessun altro apparato di guerra conviene al Gran Signore spendere tanto quanto nell’armate di mare. L’istesse spese fece sultan Amurat nella guerra di Persia, che gli fu molto costosa, et ultimamente in Ongaria; ma molto più degli altri egli consumò in delizie di donne, che se ne trovò avere in un istesso tempo 57 sue favorite, per i vestimenti, gioie e per la servitù separata, che ogn’una d’esse teneva, oltre a quello ch’esse mandavano fuori del Serraglio a loro dipendenti, come usano di fare, e per questa profusa maniera di spendere di sultan Amurat si dice che sultan Meemet pagò un milion d’oro per debiti lasciati dal padre, et entrato nel governo con questo concetto grandissimo, convenne egli ancora fare l’istessi donativi delle sue entrate alle milizie, e suoi servitori, che quelli soli, per un calcolo fatto, importano più di tre milioni d’oro, oltre alle gran spese ch’egli fece nell’uscir alla guerra, et al gran tesoro che gli convenne portar seco, del quale poco tornò adietro, che sono tutte considerazioni importantissime e che fanno necessariamente credere ch’il Casnà di dentro sii più in opinione che in effetto quale si crede.
Delle cose dette e dello stato inteso dall’eccellenze vostre in che io lasciai al partir mio l’Imperio de’ Turchi, tanto alterato in tutte le cose che (se ragionevolmente si discorre) pare che non possa trovare rimedio che difficilissimo a’ suoi mali, con tutto ciò essendo le cose del mondo soggette a molti accidenti che rendono ben spesso da un giorno all’altro mostruose meraviglie, e ritrovandosi li Turchi nel medesimo possesso de’ loro amplissimi regni, non è dubbio che se capitasse l’Imperio in mano di prencipe valoroso e risoluto, potrebbe revivificarsi e rinovare nel mondo il sospetto e timore della sua monarchia; e però come ci hanno le cose passate e narrate da porre in una moderata speranza di bene per eccitarci a pensare a quello potesse succedere, et a non lasciarci in ogni evento sprovvisti, così in questo non si deve confidar tanto che affatto si deponga il sospetto delle sue forze e de’ suoi vasti pensieri in questo tempo, massime che avrà Ibraim in gran parte rianimate quelle genti con l’acquisto di Canissa e con i disegni che gli vanno per mente di maggiori progressi, che Dio non permetta che gli riescano e levi a lui, e successivamente agli altri, il cervello et l giudicio, perché avendo origine la corruzzione dal mal governo e dal mancamento di persone fedeli che sappino e voglino ben reggere, quando tornasse alla luce, o non fossero offuscati dall’ignoranza e malvagità loro, forse che in non molto tempo rime diarebbero in gran parte a loro mali; ma non è dubbio che se li Cristiani, o alcuni d’essi, abbracciassero generosamente l’occasione della confusione e disordini presenti, quell’Imperio facilmente si ridurrebbe a certa rovina, nella quale anco incorrerebbero i Turchi da loro medemi, quando avvenisse o la presta morte del Gran Signore (che si teme per il mall’abito suo e per la disordinata vita che tiene) o l’augumento della sua indisposizione di frenesia, che lo rendesse affatto inabile a reggere il suo dominio, il quale per ciascuno di questi due effetti portarebbe gran pericolo. Perché succedendo il figlio maggiore, non ritagliato ancora, mall’atto per la poca età e per la poca vivacità sua al governo, e che tuttavia si trova nel Serraglio, verrebbe la regina madre a conservarsi nella sua suprema autorità, e favorita da generi (essendo massimamente Ibraim primo visir) attenderebbe ella a farsi padrona del prencipe, e la guidarebbe a modo suo. Ma quello che non meno importa è che trovandosi tutti tre li figli nel Serraglio, nati di diverse madri, se bene l’ultimo è di tenerissima età, potrebbero per li due nascere contese tra grandi, fra le milizie e fra quelli che bramano novità, perché le madri del secondo e terzo genito, quando vedessero morto il Gran Signore, o n’avessero qualche sospetto, potrebbero dare li figlioli fuori, in mano di persone confidenti, nemiche della regina e de’ generi, per sostentarli col favor del popolo e delle milizie, le quali non avendo adesso più inclinazione all’uno che all’altro, per non aver veduto in essi alcun effetto di generosità, a pena conoscendoli, si moveranno facilissimamente dalle speranze promesse loro da chi prendesse il patrocinio del secondo genito che, com’ho detto, è di spirito più vivace. Onde si potrebbero sentire gran moti e vedere gran rivoluzione. Lascio di considerare l’arroganza del Cigala il quale, avendo in suo potere le forze del mare, e con tante pretensioni di sé stesso, quante possono cadere nell’animo del più gonfio et ambizioso uomo che viva con vasti pensieri, et oltre di ciò nemicissimo della regina e de’ generi, vorrebbe ancor egli pretendere certa maggioranza nel governo, e forse alzarsi in qualche parte dello Stato. È medesimamente da considerarsi l’eccitamento che potrebbono partorire simili accidenti nei pensieri di tanti generali che si trovassero armati con eserciti in parti lontane, massime in Babilonia, dove Assan bassà intende forse stabi lire la sua sede, et in questi casi non sarebbe minore il pericolo delle milizie, della plebe e di altri mal contenti, i quali, come hanno ardito più fiate di dire con molta licenza che non hanno re e che bisogna chiamare il Tartaro Precopense, così in queste rivoluzioni potriano effettuare questo loro radicato pensiero, non trovandosi prencipe di sangue atto al governo, e portando essi mortalissimo odio alla regina, et a tutti li dipendenti suoi. Onde, non essendo forse il Tartaro lontano da questo pensiero, e dalla speranza di sé stesso in ogni evento, certo io crederei che i popoli si volgessero a lui, e che si avesse per questa parte ancora a sentire gran novità. E se queste considerazioni paresse a vostre eccellenze molto lontane, non sono però gl’accidenti che potrebbero occorrere fuori dell’aspettazione nostra, né io dovrò essere tenuto per troppo facile alle speranze perché, come elle sono fondate sopra termini ragionevoli per quello che dimostrano gl’andamenti di quel governo e l’ordinario corso della natura nella corruzione delle cose, così se ne potrebbe improvvisamente vedere l’effetto, perché se si considera la caduta et il fine ch’hanno avuto altri Imperii maggiori, così hanno terminato quasi con i medesimi mezzi, e questo ridotto per opera di Dio in tanti disordini non dovrà avere il suo fine? Non essendo la perpetuità d’alcuna cosa, e tanto meno delle violente e disordinate, e chi si fosse trovato, come io, gl’anni passati in Costantinopoli et avesse veduta la depressione d’animo di quelle genti per l’infelici successi della guerra d’Ongaria, il timore ch’avevano di tutti, e di Micali principalmente, che fu suo schiavo, i pronostichi infausti che facevano, la licenza del parlare e contro tutti i grandi, e contra il re medesimo, ne resterà facilmente persuaso, cose tutte che porgevano a Cristiani occasione d’immortalarsi, a sudditi di levarsi il giogo, et all’altri di scacciare il timore. Questi imminenti pericoli e pendente fortuna de’ Turchi, havevano a tempo talmente avviliti l’animi loro che se bene non possono quanto basta dell’ordinaria superbia et alterezza, erano però in maniera mortificati che non ardivano disgustare chi si sia. Onde i prencipi d’ogni condizione, e cristiani e infedeli, erano da loro riputati e rispettati, dimostrando con tutti desiderio di pace. Ma per divenire in questa parte ancor a particolari maggiori del concetto in ch’essi hanno le forze di qual si voglia prencipe, parlerò dei più stimati da loro, e prima del pontefice. Sua Beatitudine si conserva nell’istesso concetto che i Turchi hanno sempre avuto di lei, credendo essi ch’ella possi e vogli ordinariamente adoperare la potestà spirituale in cose mere temporali ancora, nelle quali non possono i prencipi essere astretti, come sarebbe nel violentarli a prendere l’armi contra di loro, di che temono grandemente, e sopra tutto hanno sospettato Vostra Serenità, dicendo che quanto alla volontà di lei non dubitano, ma è bene ch’ella sia stretta a mancar alla promessa col Gran Signore per la violenza che le sarà fatta da Sua Serenità col mezzo delle scommuniche. Concetti dettimi molte fiate da diversi, e particolarmente dal muftì il quale, curioso delle cose del mondo, e perciò più intendente degl’altri, era molte volte ingannato dalla credenza ch’egli prestava a persone non pure mall’informate, ma anco mall’affette, come sono gl’Inglesi, che parlano con sprezzo e derisione della dignità pontificia, e che hanno procurato di far credere che li pontefici ora non siano creati con la sincerità di prima. Ma a questa stima del pontefice si è aggiunta la riputazione per l’acquisto di Ferrara, di che hanno sentito gran dispiacere, credendo essi che quello sia stato più amplo che non è, rispetto al gran nome che teneva a quella Porta il duca Alfonso, del quale stavano in gran timore quando si ragionava ch’egli fosse per venire generale in Ongaria. Nel resto conservano contro Sommo Pontefice la solita et antica loro mala volontà, guidata dalla repugnanza della religione e dalla certezza che hanno che come capo della santissima fede non occorre che sperino né pace né tregua, e ch’egli habbia sempre volti i pensieri alla depressione loro. Per questo Sinan bassà pareva che non avesse l’animo più inclinato ad alcuna cosa che alla distruzione della Santa Sede Romana.
Dell’imperatore, essendo le cose alquanto alterate doppo il mio partire da Costantinopoli, per li prosperi successi de’ Turchi nella guerra, converrò anco diversificare il mio discorso da quello avevo predisposto, perché, si come all’ora essi non bramavano altro più che la pace, scordando con l’animo la fortuna, così doppo la presa di Canissa dubito ch’avranno ripreso l’ardire et insolenza di prima, e che gli eretici mal contenti dell’arciduca Ferdinando che sono stati, come intendo, li autori della perdita di quella piazza, saranno cagione ancora di peggiori effetti. Onde non potrò fare del concetto e fini de’ Turchi sicuro giudicio, perché se bene essi sono stanchissimi di così lunga guerra, nella quale hanno perso paese, spesi molti danari, e consumate gran genti, tuttavia potria esser che si difficoltasse la pace maggiormente, come anco compresi da discorsi tenuti da Gemisci Assan bassà con me, il quale discorrendomi della pace, e mostrandone gran desiderio, mi disse che l’imperatore dovrebbe, mentre ch’il Gran Signore n’ha voglia, pacificarsi perché la fortuna non conserva le cose del mondo lungamente in un medesimo stato, e se occorrerà, che sia mandato al campo un capitano più fortunato d’Ibraim, e che facci qualche impresa, allora si dovrà pensare a maggior guerra che mai, perché egli non vorrà rompere il filo della sua prospera fortuna, ma portarsi inanzi quanto potrà. Il chiaus bassì poi, venuto a visitarmi all’imbarco mio in nave, mi disse dell’andata d’Ibraim sotto Canissa, locco dove non avrebbono pensato di penetrare per molto tempo, e che se egli ne fosse ritornato vittorioso, come sperava, non occorreva pensare per gran pezzo alla pace. Con tutto ciò vado dubitando ch’ella possa seguire, e per la natura d’Ibraim inclinato a godere la quiete, e perché la regina, che tiene l’istessa volontà per liberare il figlio dai travagli e dubbia riuscita della guerra, vi concorrerà facilmente. Sono le forze della Maestà Cesarea state stimate più per gl’aiuti che ha avuti di gente straniera, e sopra tutto italiana, che per gran concetto che abbino i Turchi della milizia alemana, da loro poco stimata, perché quando sentivano che d’Italia si levavano soldati per l’Ungaria, mostravano di temere questa nazione, e giova a noi così fatta credenza; ma doppo l’acquisto di Canissa veggio (se Dio non vi porge la mano) le cose dell’imperatore in travaglioso stato. E perché questa è parte che spetta ad altri, basterà averne detto fin qua.
Il re Cristianissimo per le sue forze e per il gran nome del suo valore proprio, fu da’ Turchi tenuto in maggior esistimazione doppo seguita la pace per Sua Maestà tanto vantaggiosa con Spagna per il dubbio ch’essi avevano che ella, disoccupata da quella guerra e ripiena di gloria, potesse aplicare l’animo ad unire la Cristianità all’imprese di gente per rinovare le memorie passate dell’acquisto di Terra Santa e di Costantinopoli, la prima assai nota a loro, ma dell’altra fatta in compagnia di Vostra Serenità sentivano a parlare con meraviglia, quasi di cosa a loro nuova, e tanto più se gl’accrescieva la gelosia per vedere il suo ambasciatore grandemente disgustato per li danni che da corsari di Barbaria erano inferiti a sudditi di Sua Maestà, e per l’interruzione de’ suoi privilegi e capitolazioni, ne’ quali fatti non mancò l’ambasciatore di lasciarsi intendere liberamente con dignità del padrone, del quale diceva egli di tener ordine di partire da quella Porta quando non avessero i Turchi voluto conservare la capitolazione in tutte le sue parti, e perciò dimandò licenza al bassà più d’una fiata, come io ne scrissi all’ora. Ma doppo questi nuovi motivi di guerra in Piemonte, ripieni li Turchi di speranze che fra Francesi e Spagnoli siano per rinovarsi i dispareri, pare che non vi pensino tanto come facevano prima; con tutto ciò procurano di non disgustare l’ambasciatore il quale, pratticissimo di quella Porta, e copioso d’amici e di mezzi, tratta con molto vantaggio i suoi negozii, e con buon fine di essi, e si sa valere d’essi, dell’occasione e del tempo. S’oppone sempre a tutti l’affari di Spagna, così di tregue come d’altro ch’egli ne possi aver sentore, et in questa parte serve molto bene il suo padrone. È in continua contesa con l’ambasciatore d’Inghilterra, e per le depredazioni che fanno i vascelli inglesi, e per li disgusti grandissimi che passano fra di loro per causa di giurisdizione, non solo sopra l’Olandesi e Zelandesi, pretendendo l’inglese che questi s’intendino sudditi della regina e navighino sotto la sua bandiera, ma perché l’ambasciatore d’Inghilterra intende aver maggioranza di luogo per intitolarsi anche la sua patrona regina di Francia, coma sa Vostra Serenità, di maniera che tra questi ambasciatori vi sono continui dispareri, e quasi inaccomodabili. Et in questi tratta il Francese con molto vantaggio a quella Porta, perché l’Inglese è tanto più inesperto quanto più l’altro sagace; e come queste pretensioni sono passate per un pezzo tra loro senz’ordine de’ suoi principi, così ultimamente il re Cristianissimo commise all’ambasciatore che non avesse alcun rispetto a conservare la sua riputazione, parendo, per quello diceva la lettera che mi fu mostrata da lui, che Sua Maestà non restasse anco ben sodisfatta di quella regina. L’amicizia di Francia con Turchi è antica, e fondata più tosto sopra certo commune interesse contro la Spagna che sopra altro, essendovi lontananza de’ confini senza pretensioni tra loro. del concetto e fini de’ Turchi sicuro giudicio, perché se bene essi sono stanchissimi di così lunga guerra, nella quale hanno perso paese, spesi molti danari, e consumate gran genti, tuttavia potria esser che si difficoltasse la pace maggiormente, come anco compresi da discorsi tenuti da Gemisci Assan bassà con me, il quale discorrendomi della pace, e mostrandone gran desiderio, mi disse che l’imperatore dovrebbe, mentre ch’il Gran Signore n’ha voglia, pacificarsi perché la fortuna non conserva le cose del mondo lungamente in un medesimo stato, e se occorrerà, che sia mandato al campo un capitano più fortunato d’Ibraim, e che facci qualche impresa, allora si dovrà pensare a maggior guerra che mai, perché egli non vorrà rompere il filo della sua prospera fortuna, ma portarsi inanzi quanto potrà. Il chiaus bassì poi, venuto a visitarmi all’imbarco mio in nave, mi disse dell’andata d’Ibraim sotto Canissa, locco dove non avrebbono pensato di penetrare per molto tempo, e che se egli ne fosse ritornato vittorioso, come sperava, non occorreva pensare per gran pezzo alla pace. Con tutto ciò vado dubitando ch’ella possa seguire, e per la natura d’Ibraim inclinato a godere la quiete, e perché la regina, che tiene l’istessa volontà per liberare il figlio dai travagli e dubbia riuscita della guerra, vi concorrerà facilmente. Sono le forze della Maestà Cesarea state stimate più per gl’aiuti che ha avuti di gente straniera, e sopra tutto italiana, che per gran concetto che abbino i Turchi della milizia alemana, da loro poco stimata, perché quando sentivano che d’Italia si levavano soldati per l’Ungaria, mostravano di temere questa nazione, e giova a noi così fatta credenza; ma doppo l’acquisto di Canissa veggio (se Dio non vi porge la mano) le cose dell’imperatore in travaglioso stato. E perché questa è parte che spetta ad altri, basterà averne detto fin qua. Il re Cristianissimo per le sue forze e per il gran nome del suo valore proprio, fu da’ Turchi tenuto in maggior esistimazione doppo seguita la pace per Sua Maestà tanto vantaggiosa con Spagna per il dubbio ch’essi avevano che ella, disoccupata da quella guerra e ripiena di gloria, potesse aplicare l’animo ad unire la Cristianità all’imprese di gente per rinovare le memorie passate dell’acquisto di Terra Santa e di Costantinopoli, la prima assai nota a loro, ma dell’altra fatta in compagnia di Vostra Serenità sentivano a parlare con meraviglia, quasi di cosa a loro nuova, e tanto più se gl’accrescieva la gelosia per vedere il suo ambasciatore grandemente disgustato per li danni che da corsari di Barbaria erano inferiti a sudditi di Sua Maestà, e per l’interruzione de’ suoi privilegi e capitolazioni, ne’ quali fatti non mancò l’ambasciatore di lasciarsi intendere liberamente con dignità del padrone, del quale diceva egli di tener ordine di partire da quella Porta quando non avessero i Turchi voluto conservare la capitolazione in tutte le sue parti, e perciò dimandò licenza al bassà più d’una fiata, come io ne scrissi all’ora. Ma doppo questi nuovi motivi di guerra in Piemonte, ripieni li Turchi di speranze che fra Francesi e Spagnoli siano per rinovarsi i dispareri, pare che non vi pensino tanto come facevano prima; con tutto ciò procurano di non disgustare l’ambasciatore il quale, pratticissimo di quella Porta, e copioso d’amici e di mezzi, tratta con molto vantaggio i suoi negozii, e con buon fine di essi, e si sa valere d’essi, dell’occasione e del tempo. S’oppone sempre a tutti l’affari di Spagna, così di tregue come d’altro ch’egli ne possi aver sentore, et in questa parte serve molto bene il suo padrone. È in continua contesa con l’ambasciatore d’Inghilterra, e per le depredazioni che fanno i vascelli inglesi, e per li disgusti grandissimi che passano fra di loro per causa di giurisdizione, non solo sopra l’Olandesi e Zelandesi, pretendendo l’inglese che questi s’intendino sudditi della regina e navighino sotto la sua bandiera, ma perché l’ambasciatore d’Inghilterra intende aver maggioranza di luogo per intitolarsi anche la sua patrona regina di Francia, coma sa Vostra Serenità, di maniera che tra questi ambasciatori vi sono continui dispareri, e quasi inaccomodabili. Et in questi tratta il Francese con molto vantaggio a quella Porta, perché l’Inglese è tanto più inesperto quanto più l’altro sagace; e come queste pretensioni sono passate per un pezzo tra loro senz’ordine de’ suoi principi, così ultimamente il re Cristianissimo commise all’ambasciatore che non avesse alcun rispetto a conservare la sua riputazione, parendo, per quello diceva la lettera che mi fu mostrata da lui, che Sua Maestà non restasse anco ben sodisfatta di quella regina. L’amicizia di Francia con Turchi è antica, e fondata più tosto sopra certo commune interesse contro la Spagna che sopra altro, essendovi lontananza de’ confini senza pretensioni tra loro. Ma delli ultimi re pareva che i Turchi non facessero tanta stima, non solo per la confusione e disordini di quel regno tanto tempo continuati, ma perché avevano ancora dismesso d’armar per mare, come solevano per avanti. Ora del re presente tengono gran conto per la riputazione della sua persona, come ho detto, per essersi impadronito di tutto il regno, e per la fama corsa che egli sia per fare fabricar galere e per aplicare l’animo a cose nuove, et al mare. Et se Sua Maestà armerà, farà con non poco servizio di Vostra Serenità per i corsari di Barbaria, et altri vascelli di mal fare che passano per quei mari, parendo, come mi disse l’ambasciatore, che Sua Maestà s’induchi a farlo per non trovare rimedio più presentaneo all’infestazione continua de’ corsari che il farsi giustizia da sé e trattare con Turchi alla maniera ch’essi trattano con la Cristianità e con Francesi. Fu l’ambasciatore per gran pezzo in molta speranza di ritornarsene in Francia, dove Sua Maestà lo richiamava per valersi del suo consiglio in qualche occasione importante, e parva che tendesse a pensieri di lega, e simili, contra Turchi; ma dopo messe l’armi in Savoia, ha quella Maestà rivocato l’ordine e gl’ha scritto che si fermi e che servi per qualche tempo ancora per il bisogno che tiene dell’opera sua in quelle parti.
Del re Cattolico, per l’ampiezza de’ suoi stati e delle sue forze, tengono gran conto li Turchi, ma ora non sentendo essi da quella parte alcun danno, né incommodo, se ne stanno con l’animo assai quieto, fidati assai nella tardità de’ Spagnoli e nel vederli occupati nella difesa de’ proprii stati. Sospettarono ben grandemente in tempo della successione di questo nuovo re per la conclusione della pace con la Francia e per il trattato di tregua con l’imperatore, ma vedendosi affatto rotta l’amicizia con i Francesi et incerto l’accomodamento con quella regina, pare loro di vivere sicuri dall’armi spagnole, e se queste differenze s’accomodassero, si rinovarebbe il loro travaglio, perch’essendo li Turchi fatti più capaci delle condizioni de prencipi cristini stimati da essi ora molto più che non facevano per occasione di questa guerra in Ungaria, vanno argomentando l’importanza delle forze spagnole, della gran parte del mondo posseduta da essi e delli gran tesori che continuamente sono portati dall’Indie, e hanno grandemente sospetta la vicinità della Spagna alla Barbaria, dove non avendo essi quel sicuro e libero dominio ch’hanno sopra gli altri stati, e temendo sempre dell’infedeltà de’ Mori malissimo contenti per le tirannie de’ ministri turcheschi, temono grandemente che li Spagnoli, quando volessero applicar l’animo e le forze da quella parte, potessero facilmente aprirsi facilmente la strada all’acquisto di quel paese, e tanto più quanto che il Gran Signore non tiene così pronto il modo di far armate, quando occorresse il bisogno per soccorrerla prestamente. Però per queste, e per molt’altre cause ch’io tralascio, se sarà vero che si trovi nell’Arcipelago Carlo Cigala, o altra persona mandata per le tregue, non ostante che l’ambasciatore di Francia et Inghilterra se gl’opporranno con tutte le forze loro, io credo che troverà facile adito alla sua intenzione, massime essendo Ibraim al governo, che non brama alcuna cosa più di questa, com’egli stesso mi scoperse, quando fui a licenziarmi da lui al campo, perché egli mi pregò, come scrissi, a fare ufficio a nome suo con Vostra Serenità perché ella non impedisse chi si fosse che andasse alla Porta per negozio di tregue, o di pace; ed entrando apunto a parlare della trattazione del Marigliani, soggiunse che Dio perdonasse a chi fu occasione d’interromperla, accompagnando queste parole con grand’affetto. Alla trattazione di queste tregue per parte di Spagna, pareva che dovesse ostare la guerra d’Ungaria con la medesima casa d’Austria, e che mentre questa continuasse Sua Maestà Cattolica non vi potesse condescendere con suo decoro, oltre che alla nazion spagnola costa molto bene la debolezza de’ Turchi nel mandar ora fuori grossa armata, della qual sola essi possono temere. Ma li prencipi oggidì fanno tutto quello che torna loro conto senza riguardo ad alcuna cosa in contrario. Dalla parte de’ Turchi pare pure che il Cigala dovrebbe opporsi alle tregue perché gli cessarebbe il protesto d’uscir fuori in persona con armata. Ma se fosse vero che Carlo, suo fratello, avesse questa negoziazione, il bassà se gl’opporrebbe più tosto in apparenza ch’essenzialmente, né potria mancare di farlo per non nodrire quel sospetto, che molti hanno di lui, oltre il rispetto del fratello, il quale sotto pretesto di pretendere in Tendo il ducato di Nixia, tratta anco la libertà di navigazione e commercio de’ Messinesi col Levante, mostrando un gran beneficio al pubblico et al particolare dalla copia delle merci, delle pannine, e massime drappi di seta che capitarebbero da quelle parti. Ma questo pensiero o non gli ruiscirà o, riuscendogli, sarà poco durabile senza la conclusione delle tregue. Così non avesse luogo il continuo tratto mercantile d’Ancona sotto bandiera francese, navigandovi ogni sorte di merci e panni, massime di seda, a grave danno del negozio di questa città. Ma per finir di parlar di Carlo Cigala dico che se bene egli si trattiene a Scio sotto nome di trattazioni private et attinenti al proprio commodo suo, et interessi de’ Messinesi, nondimeno vi sono manifesti indizii ch’egli non vi fermi con più alti concetti, e con particolar assenso del re suo, come diverse volte ne scrissi a Vostra Serenità, e le mandai insieme una lettera che mi fu fatta vedere, scritta da persona sensata a Carlo, che gli dava ch’l re di Spagna l’aveva creato cavaliere di San Jago, segno manifesto che fermandosi egli in Levante meriti con la Maestà Cattolica, e che le sue trattazioni siano di molta qualità, le quali per necessità conviene siano in gran parte communi al capitano suo fratello. Tengono i Turchi opinione che fra ’l re Cattolico e Vostra Serenità non sia buona corrispondenza, argomentando questo dai successi passati nel tempo della lega, e molto più per altre cause, ma particolarmente per una manifesta ripugnanza che dimostra alla Serenissima Repubblica tutta la nazion spagnola in Costantinopoli, copiosissima di rinnegati e libertini, i quali tutti con la libertà del parlare fanno conoscere la loro mala volontà verso Vostra Serenità, e se bene ho procurato quant’ho potuto con l’affermare in contrario di levare quest’impressione, il bassà Cigala ha sempre controperato gagliardamente per li suoi fini, e parlando egli, come scrissi, una volta meco della condotta fatta da Vostra Serenità de’ soldati francesi sotto il prencipe di Lorena, sorridendo mi dimandò perché Vostra Serenità si serviva più tosto de’ soldati francesi che de’ spagnoli, il che è in confermazione della sua determinazione, la quale ha per suo oggetto di persuadere i Turchi che in occasione ch’essi rompessero con Turchi, anzi con la Repubblica, i Spagnoli non si moverebbero in suo aiuto per l’odio che regna per le nazioni, che non fidandosi l’una dell’altra non faranno mai insieme cosa buona, ma l’opinione universale della Porta è che ’l re Cattolico non lascerebbe in qual si sia occasione per interesse proprio d’essere con Vostra Serenità contra loro, acciocché con la declinazione dello Stato e forze sue non si augumentassero quelle del Turco; e molti, passando con la considerazione più oltre, dicono che li Spagnoli avriano per bene di vedere per le spese della guerra fatta esausta di danari, acciò riuscisse loro più sicuramente qualche impresa contro di essa. Ma questi non sono discorsi nuovi all’eccellenze vostre.
L’amicizia con l’Inghilterra è più tosto per apparenza che appoggiata ad interesse commune tra di loro, eccetto che nell’amicizia col re Cattolico i Turchi per confermare la regina nella sua risoluzione di fargli la guerra, continuano con promesse d’armate a suoi danni, se ben mai effettuate, e l’Inglesi per impedire le tregue et ogn’altro effetto di quiete fra que’ prencipi promettevano la perpetuazione della guerra, per la quale se ne vanno altieri, parendo loro che i Turchi per questo abbino di tener gran conto dell’amicizia di quella regina, quando hanno avuto qualche sentore di tregua o d’altro negizio di disgusto loro, com’è occorso molte fiate, protestavano l’alienazione della loro amicizia, e con molta iattanza bravavano di voler venire in quei mari con le loro armate et inferire i maggiori danni che fossero mai stati fatti, tenendo essi gran prattica di tutte le marine del Gran Signore; concetti da essere molto stimati perché quella gente si trova ora senz’incontro nel mare per il gran numero di vascelli armati di persone brave e risolute, che si sono fatte molto familiari di quelle navigazioni, e diverse volte ne ho scritto come di cosa degna d’essere grandemente stimata perché, navigando essi sotto pretesto di mercanzia, assaliscono essi indifferentemente ogni sorte di vascello, e Vostra Serenità ne sente da ogni parte querele, et ella maggiormente n’ha da tener conto per il piede ch’hanno sistemato con tanta sicurezza nell’isole del Zante, Cefalonia et altri luoghi di Vostra Serenità, dove tengono case, hanno introdotto trafichi e finalmente si sono interessati per ogni via con i sudditi di lei, et in questo luogo convengo dirle che capitando ordinariamente a Costantinopoli diversi banditi per aver salvacondotti dal bailo, la maggior parte che venivano dal Zante e Cefalonia aloggiavano in casa dell’ambasciatore d’Inghilterra, facevano prima capo seco per adoperarlo per mezzo nell’ottenere da me alcuna grazia, né capita mai alcun messo spedito da quei clarissimi rettori che non porti sempre lette re all’ambasciatore d’Inghilterra, non pure dall’isole suddette ma anche da Patrasso, del console inglese, il quale tiene poi intelligenza con tutti li corsari di quella nazione che capitano in Levante, se bene l’ambasciatore m’ha affermato d’avergli levato il carico per questo sucesso principalmente. E come la temerarietà di quella nazione pregiudica grandemente a Vostra Serenità, et a suoi sudditi, così non è minor l’interesse che sentono i Turchi, i quali da certo tempo in qua si sono cominciati ad avedersene, et perciò il bassà et il capitano del mare ne hanno molte volte parlato all’ambasciatore sudetto; ma conoscendolo persona di poca qualità, sono stati per scrivere alla regina e raccomandare il ricapito delle lettere a Vostra Serenità, non fidandosi essi dell’ambasciatore; ma io ho sempre procurato deviarli e persuaderle di consegnarle a lui, come credo che in fine si siano risoluti di fare. Fra tanto per questi motivi ha l’ambasciatore perso grandemente di credito, e raffrenato alquanto la libertà del suo parlare, e credo facilmente che quell’amicizia anderà declinando, prima perché quell’ambasciatore è tenuto dalla regina più ad instanza de’ mercanti, che fanno tutta la spesa, che per publici interessi; l’altra perché i Turchi sospettano della pace fra Spagna et Inghilterra, con la quale cessaria ogni loro interesse. Oltre di ciò mi disse l’ambasciatore, come scrissi, che il negozio di mercanzia dell’Inglesi tosto si estingueria in Levante, perché non tornava conto a mercanti il farvi fondamento sopra per li pochi utili che vi trovavano, con molti disturbi, avendo essi il pensiero involto in altre navigazioni più importanti, accennandomi l’Indie, che così piaccia a Dio, che segua perciò questi empii corsari desistino dal frequentar questi mari. In tanto non s’ha da pretermettere di pensare a qualche provisione per cacciarli e reprimerli, che migliore non credo che possi essere che eccitare li Turchi non solo a non li ricettare nelle loro parti, come promise il capitano del mare d’ordinare, ma a perseguitarli; e sopra questo fatto mi disse molte volte l’ambasciatore che se Vostra Serenità ne facesse condoglianze con la regina, essa al sicuro vi rimediarebbe, come fece ad instanza del granduca due anni sono, al quale fu restituito un galeone con le robbe di esso; ma mi è stato da altre parti riferito che come la regina sarà prontissima per sé stessa alla provisione, così non si trovarà facile il modo di effettuare la sua buona volontà per l’interessi di que’ signori del governo, che per la maggior parte hanno interesse nelli vascelli di corso. Non è però negozio da lasciare in nessuna maniera senza qualche rimedio.
Li Polacchi, che furono per l’adietro tenuti dipendenti dal Gran Signore, sono nelle presenti rivoluzioni della Transilvania e Vallachia posti in maggior concetto di prima perché, col manifesto segno che essi diedero di non voler dipendere da’ Turchi per la denominazione del cardinale Battori al prencipato della Transilvania, posero tutta la Porta in gran gelosia per l’effetto che riuscì fuori della loro opinione e credenza, perché havendo i Polachi mandato l’anno 1597 il primo loro ambasciatore a ricercare il Gran Signore che gli concedesse libertà quando essi occupassero la Transilvania, di poter loro in tutti i tempi denominare un prencipe dipendente da loro, e l’istesso nella Vallachia, di sodisfazione però del Gran Signore, con obligo insieme di pagare l’ordinarii tributi, fu l’ambasciatore licenziato. Ma rimandato da Polachi l’ambasciatore secondo, egli se ne ritornò con l’istessa risposta di prima. Onde essi, posto da banda il rispetto de’ Turchi, risolsero di provere a lori interessi per quella via che pareva di maggior suo servizio, e perciò fecero fare la rinuncia da Sigismondo al cardinale, nella maniera che seguì; ma mentre queste trattazioni s’incaminavano secretamente alla conclusione, ritornò Ibraim al primo visiriato e, ripieno di desiderio di pace, spedì un chiaus con lettere al re di Polonia concedendogli assolutamente quanto inanzi era stato a suoi ambasciatori denegato da Assan eunuco e da Meemet Girà, primi visiri mentre che Ibraim si trovava masul. Ma il chiaus arrivò in tempo con la lettera, che di già avevano li Polacchi effettuato il loro pensiero, che riuscì poi tragico per opera di Micali, di maniera che con questa operazione dimostrorno di non dipendere che da loro medesimi e dall’assoluta volontà et interessi suoi, per occasione delli quali avevano fatto fare la rinuncia, senza aspettare alcun ordine del Gran Signore. Da questo dunque cominciarono i Turchi ad avere sospette l’azioni de’ Polacchi e li suoi fini, et a temere che impadronendosi della Transilvania, Vallachia e Bogdania si facessero nemici troppo potenti e considerabili, e tanto più essendosi il gran cancelliere in certo modo ultimamente impadro nito della Bogdania, con avervi confermato Geremia suo dipendente, e levatala di mano di Micali con le proprie armi, senz’aiuto de’ Turchi, il che loro occasione in progresso di tempo di pretendere con maggiore ragione di essere padroni della libera denominazione di quei principati; e sebene per ora potrebbero essi per assicurarsi da disturbi dell’imperatore, assentire a qualche dipendenza da’ Turchi, s’ha però da credere che non perderanno l’occasione quando se la vedranno pronta, avendo gran cause di pensare a fatti loro perché quando fossero in poter de’ sogetti nominati da loro quelle tre provincie congiunte a loro stati, avriano preclusa la strada a Turchi di poter così facilmente, come prima facevano, invadere la Polonia, e con questo mezzo resterebbe assicurato lo stato del gran cancelliero il quale, per essere immediatamente esposto alle rovine e pericoli della guerra, non assentì mai alla rottura di pace con Turchi; ma quando egli ne restasse assicurato con l’aver per antemurale le provincie suddette, saria facil cosa che mutasse pensiero, come ne discorse meco persona prattica et interessata con Polacchi, i quali sono desiderosissimi per la maggior parte di romperla con Turchi, come potrebbe forse più facilmente succedere per i nuovi accidenti occorsi doppo il mio partire con l’ambasciatore andato in Costantinopoli, come Vostra Serenità ha inteso dalle lettere dell’illustrissimo Nani.
Le forze del granduca di Moscovia, tenute in universale da Turchi molto potenti, come maggiormente stimate per l’aiuto che potessero dare a prencipi cristiani contro di loro; ma mentre che avranno li Polacchi amici, pare che non siano per dubitare da quella parte di nessun danno, oltre che quella gente che sarebbe formidabile per la moltitudine, è decaduta di riputazione per le cose accadute in tempo di Stefano Battori re di Polonia, che in poco tempo e con poca gente ruppe un numerosissimo esercito del Moscovita et acquistò alcune fortezze principali, né da all’ora in qua ha avuto ardire di vendicarsi, né di farsi sentire. Con tutto ciò è quel prencipe molto potente, et i Turchi procureranno sempre di renderselo amico.
Il granduca di Toscana apporta a Turchi gran molestia con le sue galere, per occasione delle quali non avrà luogo il pensiero di Sua Altezza d’introdurre il libero commercio del trafico de’ suoi vascelli per incaminare la scala di Livorno; e sebene era il negozio concluso per mezzo di Neri Girardi, agente di Sua Altezza, egli però fu sturbato da me nella maniera che Vostra Serenità intese, né occorre che vi si pensi per gran pezzo per l’affronto fatto dalle medesime galere nel fatto di Scio, non potendo i Turchi sopportare quell’ingiuria, stimata da essi grandemente.
De’ Giorgiani una parte di quei prencipi si sono fatti volotariamente tributarii e sudditi del Gran Signore, e Simeone, che calcitrava tanto, e poteva apportargli molti incommodi, fu miseramente fatto prigione l’anno passato, con rovina delle sue genti, e condotto a Costantinopoli se ne sta ora nelle Sette Torri in misera servitù, con poca speranza di liberarsene mai, con tutto che Giafer bassà di Tauris abbia indotto il figliuolo di Simeon a mandare per ostaggio un picciolo figliolino suo per liberare il vecchio padre e per assicurare il Gran Signore della fede ch’ambidue gli servaranno, e del tributo passato che importa 70 some di seta, a conto di essa ne aveva mandato buona quantità. Ma i Turchi non solo non hanno liberato Simeon, ma trattengono il figliuolino et altri, venuti seco per assicurarsi con questo mezzo maggiormente de’ moti di quelle parti, e forse del Persiano, genero di Simeon, che si crede non tollerarà questa ingiuria, e di vedere trattenuto il figliuolino senza liberare il vecchio.
Ho discorso de’ prencipi cristiani che sono in considerazione presso li Turchi, lasciando per ultimo di parlare di Vostra Serenità. Per contrapesare però le forze loro per ogni parte, dirò prima de’ prencipi maomettani stimati da essi. Questi sono li Persiani e Tartari, li quali possono invadere e portar maggiore confusione a quell’Imperio che ogn’altro, non solo per le condizioni loro, ma perché sarebbero finalmente seguitati da Turchi sudditi mal contenti, parte per interesse di religione, parte per desiderio di novità.
Conservano i Persiani mortale odio contro Turchi, et ardono di desiderio di romper la pace, come più fiate ho scritto a Vostra Serenità, ma stanno essi ancora sopra i loro vantaggi per vedere la riuscita della guerra d’Ungaria, perché per la declinazione delle loro forze non ardiscono di moversi soli, ma in compagnia farebbero molto. Gl’ambasciatori di quel re, che più volte sono stati al mio tempo, hanno mostrato desiderio et inclinazione alla guerra, e fat tomi sempre intendere che darebbino al suo re informazione tale de’ disordini in che si trova il governo de’ Turchi, ch’egli al sicuro si risolverebbe. E l’ultimo che partì me lo fece dire più asseverantemente, et io credo per certo ch’essi si moverebbero con tutte le loro forze quando avessero qualche ferma speranza da prencipi cristiani o di lega, o di altro, e dissero, come scrissi, che il re loro aveva mandato lettere a Vostra Serenità et ad altri prencipi. E veramente hanno li Persiani avuti così gran colpi nelle guerre ultime con sultan Amurat, che hanno perso gran parte de’ loro Stati, e per questo non si trovano con forze bastanti a sostenere da loro soli una guerra contra Turchi, come hanno fatto per il passato, se ben hanno tre avantaggi che non avevano prima: l’uno è il loro re, valoroso e soldato; l’altro l’artigliaria et archibusi, che come mi è stato affirmato, maneggiano molto bene, et hanno persone prattiche per fabricare gl’uni e l’altri; et il terzo, che importa anco molto, sarebbono più pronte che per il passato le sollevazioni in tutta l’Asia, parte per essere del loro rito, e parte per la disperazione de’ popoli per le tirannie che sono loro usate. Con tutto ciò credo io ch’l Persiano non così facilmente sia per moversi, quando egli non s’assicuri della continuazione della guerra d’Ungaria; e se bene egli ha dato una gran rotta al prencipe d’Usbech tartaro, suo capital nemico, non è però che non abbia sempre da temere di lui per la copia delle sue genti atte a molestarlo e travagliarlo grandemente. Io, com’ho scritto, ho sempre tenuta buona intelligenza con gl’ambasciatori persiani; e lo stesso feci con quello d’Usbech. E li Persiani hanno veramente trattato con ogni confidenza meco, e si sono partiti tutti così bene informati delle forze di Vostra Serenità, e tanto soddisfatti e contenti, che credo rivivificheranno nell’animo del loro re, e de’ grandi di quel governo, la memoria quasi estinta della loro amicizia con questa Serenissima Repubblica; e due d’essi ambasciatori mi dissero ch’il re loro manderebbe ambasciatori a Vostra Serenità per rinovare l’amicizia, e per trattare insieme ciò potesse essere di commune servizio. Delle forze dunque de’ Persiani, tanto fanno li Turchi caso quanto si potessero movere in tempo, che si trovassero occupati in guerra con altri prencipi, perché quando siano liberi non credo se prenderanno molto pensiero, se non in quanto le sollevazioni continuassero nell’Asia.
Delli Tartari d’Usbech, rispettati poi grandemente da’ Turchi per le loro forze, che consistono principalmente in copia di genti, e per essere dell’istessa religione loro, temendo de’ proprii sudditi mal contenti, pare ch’ora non tenghino tanto conto quanto solevano fare prima, essendo essi declinati di riputazione per la rotta ch’ebbero da’ Persiani; ma i Turchi conservano però sempre volentieri la lora amicizia per valersene a travagliare e tenere occupati li Persiani. Ma li Tartari Precopensi del Caffa, che servono al Gran Signore come tributarii, e soggetti alla sua protezione, apportano ne’ presenti tempi maggior sospetto e gelosia che altri maomettani perché quel prencipe, fatto prattico nelle guerre d’Ungheria, e risvegliato da quella barbarie che non gli lasciava conoscere i suoi vantaggi, ora che vede la declinazione de’ Turchi comincia a stare sopra di sé, et a trattare con loro in altra maniera che non soleva, perché ne’ tempi passati li visiri e generali usavano nelle guerre con essi assoluto commando; ma ora quel prencipe non solo non ha mai voluto riconoscere il generale per superiore, ma ha proceduto seco con grande alterezza, facendosi conoscere per prencipe libero e non obbligato, credendo, anzi tenendo sempre le sue genti separate dall’esercito e lontane dal generale, di maniera che non solo il bassà, ma il Gran Signore medesimo, quando gl’ha scritto, l’ha trattato con termini onorevolissimi e molto differenti dalli precessori, chiamandolo fratello; e quando esso s’è voluto partire dall’esercito con le sue genti l’ha fatto senza alcuna licenza, e se hanno voluto che ritorni l’hanno pregato, e così egli comincia a trattare non come suddito, ma come prencipe libero. Di questo sospettano i Turchi grandemente, perché oltre alle proprie condizioni assai civili che accompagnano la nobiltà del suo aspetto, e che lo rendono a tutti grato, s’aggiunge ch’egli si è fatto soldato valoroso e prattico de’ paesi del Gran Signore; e perché essendo della loro religione dubitano che i popoli mal contenti lo bramino re, il che succederebbe ogni volta che si vedesse qualche maggior declinazione dell’Imperio, o che avvenisse alcun accidente di morte al Gran Signore, o altro, perché, com’ho detto, sempre che sono passati ragionamenti fra la plebe contro Sua Maestà, si parlava di chiamare per loro imperatore il Tartaro suddetto, affermando che alla successione dell’Imperio nessuno è più prossimo di lui, né ad altri aspetta la corona. Si è avuto anco di quel prencipe gran gelosia a Costantinopoli nella guerra presente d’Ungheria, perché alcuni hanno sospettato ch’egli havesse secreta intelligenza con l’imperatore, et altri col Transilvano, di maniera che cascò in dubio molte volte la sua fede, et Ibraim principalmente ne scrisse al Gran Signore, di dove poi è nata l’inimicizia fra di loro, che non si estinguerà mai. Ma veramente i Turchi confessano d’avere ricevuto dal Tartaro più danno che commodo perché quelle genti, atte più a depredare che ad altro, e correndo a distruggere i paesi hanno nella presente guerra dato il guasto tanto a luoghi del Gran Signore quanto a nemici, e come non potevano far preda da una parte la facevano dall’altra, conducendo via molti ungari sudditi del Gran Signore. Con questo prencipe potrebbe avere Vostra Serenità se non aperta amicizia almeno buona intelligenza e prattica perché essendo al Cafa per trafico de’ salumi per Candia, e del transito de’ moscati per Polonia, la Serenità Vostra vi tiene un console il quale, quando fosse di migliore condizione, potrebbe servire per instrumento di qualche reciproco ufficio e (quando le paresse) per fargli capitar alcun dono di poca importanza, che basterebbe a mantenere qualche corrispondenza senz’alcun sospetto de’ Turchi, che non potrebbe se non grandemente per molti rispetti giovare.
Ora vengo a trattare di questa Serenissima Repubblica, la quale lasciai al mio partire da quella Porta in gran concetto e stima, non solo per la costanza della Serenità Vostra nel conservare la pace in tempo che ne stavano i Turchi molto gelosi, ma sospettosi maggiormente perché sanno quante siano le forze di mare di Vostra Serenità grandemente temute per la memoria della felicissima giornata, e dalle quali, più che ogn’altra parte, potevano ricevere gran disturbo e danno nella congiuntura di tanti mali successi della guerra degl’anni passati, accompagnati da molti travagli da molte parti che concorrendo tutti in un medesimo tempo e con l’istesso corso d’avversa fortuna, rendevano gl’animi d’ogn’uno intimoriti, e facevano parere quelle forze molto fiacche; e però come in tutte l’occasioni che mi è occorso d’essere col bassà, e con altri, hanno tutti procurato di persuadermi ch’il Gran Signore stimi grandemente l’amicizia di Vostra Serenità, e ch’egli spesse fiate ragioni di lei, conservando memoria della sua affezzione, certamente dimostra ne’ suoi maggiori bisogni, ricercandomi instantemente per procurare che Vostra Serenità continuasse nell’istessa buona volontà che aveva fin all’ora dimostrato, così dagl’effetti stessi e dalla buona riuscita di tanti negozii gravi et importanti Vostra Serenità può aver compreso il conto che fanno di lei et il rispetto che hanno havuto di non disgustarla in qualsivoglia cosa richiesta da me in servizio suo; e se ella non ha in tutte le parti potuto ricevere compita sodisfazione, non si ha da attribuire ciò a difetto di volontà del re, che si mostra desiderosissimo di compiacerla, come anche i visiri, ma alla confusione del governo presente che ha (si può dire) perso affatto l’obedienza et il pregiudizio che può aver ricevuto Vostra Serenità in questi negozii serve per altra parte a consolazione commune per il danno che si aspetta e si spera a quell’Imperio per qual capo d’inobedienza principalmente. Ma se si riguarda alle cose ordinate ad instanza della Serenità Vostra, e però la maggior parte anche eseguite, elle sono quasi fuori della credenza d’ogn’uno che conosce l’alterezza de’ Turchi, perché se la giustizia esemplare esercitata contro Solimano capitano di Napoli, e suo cheiaia, con pubblico spettacolo dell’ultimo supplizio dato nella Morea a 64 famosi corsari, con devastazione delle loro case e beni, parve più tosto imaginazione che effetto di verità, né fu minore il superare le difficoltà nel negozio dell’uno per cento, massime ne’ presenti tempi che il Gran Signore per provedere a’ suoi bisogni et interessi aveva con tanta severità, e senza nissuna distinzione, ordinata quella gravezza generale della quale, restando i sudditi di Vostra Serenità liberi, si viene a levare ogn’anno dell’entrate del re molte migliaia di zecchini a commodo de’ mercanti nostri, importando il beneficio che ne viene, la sola scala di Soria più di 25 mila ducati all’anno. E la fatica ch’io ho durato in superare le difficoltà in questi due importantissimi negozii è stata per certo grandissima, perché mai più si è udito che i Turchi si siano insanguinati con sì severa giustizia contro de’ loro medesimi, et in tanto numero, ad instanza di precipe cristiano, e nell’altro ho avuto per contrario principale il proprio interesse di Sua Maestà, e poi tutti li suoi sudditi suoi, come cristiani, come turchi, ma sopra ogni altro li scelerati ebrei inventori della gravezza et esattori di essa, che se mi opponevano alla gagliardamente libera. Et oltre a tutti questi contrarii, non fu minore il travaglio che m’apportò la conclusione tenuta fra mercanti in questa piazza, che pubblicamente discorrevano che io non fossi per superare né per avanzarmi in quel negozio, li quali discorsi osservati da Ebrei erano avvisati a Costantinopoli, dando a credere con questi mezzi che tutto quello ch’io procuravo di sostentare era capriccio mio particolare, senza che Vostra Serenità se ne risentisse, o i mercanti ne reclamassero. Onde ebbi gran travagli in tempo d’Assan eunuco, che doppo molte contese mi disse infine ch’egli era accertato ch’io facevo quest’instanze senz’ordine della Serenità Vostra e per semplice mio umore; con tutto ciò medianti li replicati ufficii col favor di Dio le difficoltà restorno superate con molto beneficio delle mercanzie e riputazione della Serenità Vostra, come ella puotè benissimo comprendere dalle medesime lettere scrittele dal Gran Signore per comprobazione della sua buona volontà. Potrei rammemorare alla Serenità Vostra il medesimo d’altri negozii, come di Gerusalem, di liberazione di schiavi, d’imprigionar bei e cadì, d’abbrugiar fuste e caicchi, et altri ne’ quali ho riportata per la maggior parte la sodisfazione ch’ella desiderava, come avrei anco procurato di fare in maggiori, se la Serenità Vostra me li avesse commessi; ma tralascio di dire tutto per non maggiormente occuparla col ripetere le cose scritte. In questa stima e concetto spero io che Vostra Serenità sia per conservarsi longo tempo perché, come non è dubbio che fino che saranno li Turchi occupati in guerre con altri, non verrà loro in animo d’allontanarsi da questa amicizia; così anco quando devenissero a qualche amicizia et accommodamento con l’imperatore, com’è credibile che possa seguire, se ne staranno per qualche anno quieti, stanchi dalli travagli di così lunga e faticosa guerra, e desiderosi tutti di riposo. E perché prima di romper la pace con Vostra Serenità vi pensaranno sempre grandemente non solo per quello ch’io ho detto delle difficoltà di grandi armate, ma perché conoscono molto bene, l’affermano, che Vostra Serenità non restarà sola nelle contese, ma che buona parte della Cristianità si moverà a suo favore, oltre che il concetto ch’essi tengono delle forze di Vostra Serenità per la quantità di galee che si persuadono ch’ella abbia pronte nel suo Arsenale, per il tesoro ancora accumulato in questa zecca (piacesse a Dio che l’uno e l’altro corrispondesse all’opinione universale), farà che non correranno precipitosamente alla rottura, e però ad altra cosa non si ha maggiormente da attendere che a confermarsi in questo concetto presso di loro, procurando per una parte far credere a Turchi che fra prencipi cristiani e Vostra Serenità passi una perfetta intelligenza et unione, e per l’altra tenere poi le sue forze pronte quanto più si può per ogni accidente che occorresse, avendo l’occhio alla sigurtà delle sue fortezze, perché questi mezzi serviranno mirabilmente a farsi stimare, rispettare e raffrenare insieme qualche maligno spirito loro verso questa Serenissima Repubblica, oltreché, com’ho detto da principio, il star avertiti e ritrovarsi onestamente provisti e pronti, come assicura gl’animi e solleva l’eccellenze vostre dai travagli che potessero sopravenire, così in ogni avversa fortuna di quell’Imperio tornarebbe a gran beneficio et augumento di riputazione l’essere in stato di pretesa risoluzione et esecuzione, sen’havere allora a perdere il tempo nel consigliare e pensare alle risoluzioni e provisioni, e se bene il successo di Canissa presa da loro, et il scoprimento che faranno li Turchi della debolezza dell’Imperiali avranno in qualche parte attraversato la fortuna e questa speranza, e ravvivificati i Turchi, non è però da disperare perché mediante il favor di Dio queste loro prosperità non basteranno a risanare le intestine e gravi infermità di quel corpo, sebene potessero prolongargli la vita. E per conservar finalmente la medesima riputazione e stima in che ora Vostra Serenità si trova, giudico che nessuna cosa le importi più che lo acquistarsi e conservarsi amici e dentro e fuori del Serraglio: di dentro il capiagà et il silictar agà, che essendo benissimo disposti sarà facile tenerseli ben affetti con qualche segno alcune fiate di dimostrazione d’amore e di stima; di fuori, oltre il primo visir, che è necessario conservarselo benevolo, sarà l’accostarsi al favore d’alcuno dell’altri bassà di valore e di autorità, col quale si possi in ogni occasione confidentemente trattare e prendere il suo parere, et aiuto intorno all’occorrenti bisogni, e questo conservarselo obbligato nella maniera che si tiene per certo che faccia il granduca di Toscana con Giafer bassà, che aspira al capitaniato del mare, et il re Cattolico con diversi grandi della Porta, come il Cigala, e qualche altro, perché l’aver nel Divano un bassà ben affetto et obligato importa grandemente. E questo poi come si va portando innanzi alle grandezze, può prestare sempre servizii maggiori, come spero che debba succedere a Vostra Serenità con Mamut bassà, perché egli potrebbe crescere grandemente in stato e riputazione. In questa maniera verrà la Serenità Vostra ad avere favori pronti et obligati di persone potenti, e di autorità, et oltre che saranno i suoi negozii trattati con dignità e riputazione, verrà ancor essa a levarsi dalle mani d’altri mezzi, e da Ebrei principalmente, che se bene la necessità de’ tempi passati portava che si avesse a valere di essi per le dipendenze che avevano ne’ serragli de’ grandi, era però oltre la spesa, con gran pericolo delle cose sue, perché costoro che hanno solamente per fine l’utile loro, e che vogliono conservarsi amici di tutti, possono facilmente esser indotti da chi si sia a pubblicare quello ch’è riposto con molta confidenza e secretezza nelle loro mani, e dipendendo poi da quei bassà loro paroni, con quali negoziano, si ha certamente da credere che nelle trattazioni facevano costare la loro amicizia, non solo per quello che dissegnavano di ritrarre per loro stessi, ma per i medesimi bassà ancora, e però procuravano di tirar a longo le conclusioni de’ negozii. Ma ora le cose passano in altra maniera, voltandosi la Serenità Vostra a favore di persone grandi, verrà, com’ho detto, a liberarsi da’ quei mezzi poco certi, et a trattare con dignità, e maggior sicurtà, e forse ad avanzare nella spesa, perché come in donare a tempo e con occasione fa parere maggiore il dono, e lo rendo più stimabile, così il trattenersi con persone grandi, della condizione che ho detto, con certe cortesie opportunamente date, sarà con molto minor interesse che non si pensa; e se bene pare che sia concetto di molti che a Costantinopoli s’abbia a donare più tosto per necessità, e che ora sia tempo di risparmiare (massime essendovi tanta instabilità nel governo), per spendere quando il tempo lo ricercherà, poiché li Turchi rapacissimi per natura non si puonno guadagnar con altro che col proprio interesse, non dimeno non si può negare che una spesa moderata, anco senza necessità, non possi essere molto giovevole al pubblico, perché il dono, ancorché piccolo, riesce tanto più grato a chi lo riceve quando gli viene fuori dell’aspettazione, stimando che procedi da termine di pura affezione e benevolenza, con che viene ad obbligare quel tale a corrispondenza di gratitudine in ogni occasione, et all’incontro, quando si dona a tempo di presentaneo bisogno, il poco non basta, e pare che sia più tosto mercanzia, o ricompensa di servizio che s’aspetti, che altrimenti, e Turchi in quell’occasione fanno costar cara la loro amicizia. Io, Serenissimo Principe, ho proceduto nel donare con tutta la riserva e circospezione che ho potuto; ma non ho tralasciato di conservare et accrescere il numero dell’amici buoni di Vostra Serenità, con spesa più tosto apparente che grande, e mi sono astenuto dal donare quando mi è occorso di ricercare l’opera loro in qual si sia cosa di servizio pubblico, e conforme alla grandezza o piccolezza dell’opera e favore ricevuto, ho allargata o ristretta la mano nel riconoscere chi s’era adoperato in tempo che manco vi pensavano, e nel presentare ho anche procurato di levare un antico uso, per opinione mia di poca dignità della Serenità Vostra, et era il far portare alla presenza de’ baili li presenti ordinarii, i quali ho sempre mandato per persone fidate alli bassà un giorno inanzi ch’io andassi loro, overo tanto prima, che al mio arrivo e alla mia presenza non si vedeva comparire cos’alcuna, parendomi esser ben levar quella cerimonia che aveva quasi del servile, et usata più tosto da persone obbligate et inferiori a chi riceveva il dono, che della liberalità e cortesia di un prencipe grande. Ma queste, et altre simili cose, come possono per opinion mia giovare e conservare in stima la Serenità Vostra, così crederei che fra tutti li donativi nessuno apportasse maggior servizio e riputazione che alcuna fiata presentare il Gran Signore straordinariamente in cose di non molta importanza, ma più tosto nuove e vaghe, conforme al suo genio e gusto. Concetto che non solo è mio, ma ch’è stato anco di gravissimi e prestantissimi senatori, et io per il mio frutto, che Vostra Serenità ne cavarebbe, ho giudicato mio debito rinovare la memoria perché con questi mezzi i baili potrebbero avere alcune fiate intrattura col re, come credo che succederà all’illustrissimo Nani con l’occasione delli fanali mandati a Sua Maestà, e con molto desiderati, li quali li presenterà al chiosco, come io di già avevo concertato col capì agà, se fossero capitati in tempo mio. Con questi mezzi dunque si agevolerà la strada a baili di farsi vedere al re, di trattare seco e di fargli capitare li suoi arz, et ottenerne favorevole risposta, effetto che riuscirebbe con altretanta dignità della Serenità Vostra quanto sarebbe il vantaggio de’ suoi negozii, perché con l’aver i baili introduzione e commodità alcuna fiata d’appresentarsi al Gran Signore, si farebbono da tutti stimare, e principalmente dal capitano del mare, e da altri che potessero aver sospetto di qualche ufficio fatto da’ baili a pregiudicio loro, onde ogn’uno anderebbe molto riservato nel disgustare la Serenità Vostra, et i di lei negozii sarebbono con maggior avertenza trattati da visiri, e da altri, per dubbio che il bailo potessero farne arz al Gran Signore, e di propria mano presentarlo.
Queste sono le cose passatemi per mente da rappresentare alla Serenità Vostra per confermarla nella riputazione in che ella si trova, e per introdursi nell’amicizia di persone principali all’acquisto delle quali non basta solo l’autorità del bailo, ma vi vuole le diligenza e destrità e sagacità de’ dragomanni, i quali prendendo occasioni opportune s’introducono nelle case de’ grandi, com’è occorso in tempo de’ precessori, e mio medesimamente; che non solo abbi domestici i cancellieri grandi, il nisangì, chiaus bassì, et altri ministri, ma Mamut bassà, che trattò meco con tanta libertà e domestichezza, come sa Vostra Serenità, perché queste prattiche sono dai baili desiderate, e procurate, quando non sono aiutate e portate all’opera de’ dragomanni, non se ne vede il fine desiderato. Fu dunque aiutata la mia intenzione dalla vivacità del Borissi e di Simone, dragomanni, il quali conoscendo il mio pensiero ne fecero seguire l’effetto, e con questo, e con alcuni mezzi con la loro opera acquistati n’è riuscito ne’ negozii ardui difficili tutto quel bene che Vostra Serenità ha inteso dalle cose passate, e da me rapresentate di tempo in tempo; e per non defraudare il merito a chi conviene, son debitore di dire che l’operato del Borisi nel negozio della Morea con meraviglia d’ogn’uno, e negl’altri importantissimi negozii che gl’ho posti per le mani, è stato tutto quel più ch’io ho saputo desiderare, come Vostra Serenità ne fu ordinariamente avisata. Con questa domestica familiarità ch’hanno tenuto meco li principali ministri della Porta, s’è accresciuta e fatta più facile l’entratura de’ nostri dragomani nelle case de’ grandi, e nel Divano, nel quale erano admessi con molta libertà con dignità pubblica; e n’ha servito grandemente e levata l’occasione, se ben da me studiosamente procurata di lasciarmi vedere, se non quanto portava la necessità nelle case dei bassà, lasciando a dragomani la parte loro di sollecitare l’espedizione de’ negozii da me introdotti, credendo io che questa maniera di trattare potesse riuscire con maggiore riputazione e stima di questa Serenissima Repubblica; et avendo io dato parte di questo mio pensiero, et ogn’altro, all’illustrissimo bailo Nani, parendoglino alcuno a proposito, se ne servirà come gli dettarà la sua molta prudenza e la nobiltà del suo ingegno veramente perspicacissimo, del quale nel primo ingresso ha dato ottimo saggio a quella Porta, accompagnando le sue degne azzioni con affabilità e con maniere graziosissime usate verso tutti, e continuerà in modo che si farà valere grandemente; e non pure conserverà gl’amici che ha ritrovato della casa di Vostra Serenità, ma ne acquisterà de’ nuovi in servizio pubblico, e col proprio valore soddisferà molto bene a carico così importante, e si farà larga strada a tutto quel più che si possa desiderare, e del suo nobilissimo procedere nel mio particolare non pure, io son restato molto contento, ma grandemente obbligato alla sua cortesia per la prontezza in venire speditamente a darmi cambio, doppo tanta longhezza e disavventure, ch’io ho passati con l’altri precessori.
Appresso le cose dette che spettano alla riputazione di questa Serenissima Repubblica, non le sarebbe di minor servizio et accrescimento di stima, quando ella potesse con alcun mezzo introdursi nell’amicizia de’ prencipi lontani confinanti con Turchi, e stimati da loro. Tali sono il Persiano et il Tartaro Precopense. Con questo io ho detto che col mezzo del console di Vostra Serenità che risiede al Caffa si potrebbe tener qualche prattica et amicizia; ma col Persiano che è in parti tanto lontane, che il tenervi per ora o il mandarvi in tempo di bisogno solamente, non sarebbe cosa molto certa per la fraude che può essere fatta da chi ne prendesse la cura, è necessarissimo trovare altro mezzo di corrispondenza con lui, come stimarei che potesse sicuramente riuscire con l’erezione in questa città d’un fondaco per aloggiare non solo i Persiani, ma i Turchi medemi, e tutte le genti maomettane, avendo io scoperto da ragionamenti avuti in Costantinopoli che gl’ambasciatori di Persia e di Osbech, e con altri di più lontane parti, dai quali m’è stata fatta qualche instanza che quando fossero per trovare qui luogo certo e commodo a loro bisogni, dove potessero stare unita mente senz’aver a mendicare l’aloggiamento, concorrerebbero molti mercanti con grossi capitali da tutte quelle parti, come fanno in Costantinopoli, et in Aleppo; onde, che oltre le commodità et utili che ne verrebbero a Vostra Serenità da questo concorso per l’accrescimento di commercio e trafico di questa piazza, ella avrebbe anche commoda occasione d’introdursi nella cognizione et amicizia de’ loro prencipi, la corrispondenza e buona intelligenza de’ quali in ogni occasione potrebbe per molti rispetti tanto giovare, quanto l’eccellenze vostre lo ponno discernere con la loro prudenza.
E poiché io sono entrato a ragionare dell’aprire la strada del trafico e commercio a genti straniere per servizio di questa piazza, io non debbo restar d’aggiongere che quando Vostra Serenità tenesse in Algeri, o altri luoghi della Barbaria alcun console, riuscirebbe non solo di molto commodo per la ricuperazione e salvezza di tanti poveri sudditi, condotti ordinariamente in misera servitù, e per molt’altri effetti in questo proposito, ma principalmente per incaminare il negozio in quelle parti, com’altre volte è stato fatto, e come io ne sentii, anzi scrissi da Costantinopoli, per l’offerta di Solimano di Catanea, vice re d’Algeri, rinovatami con sue lettere, che presentai nell’eccellentissimo Collegio, e furono rimesse alli signori Cinque Savii, poiché il mancamento de’ trafichi nato da tanta rivoluzione delle cose del mondo, s’è ridotta questa piazza alla debolezza ch’è noto, e conviene a tutti i modi pensare a nuovi partiti, e levandosi dall’ordinario incaminarsi per quella via che l’occasione ricerca e dimostra, perché Vostra Serenità di già vede che il negozio d’Alessandria è quasi declinato affatto, quel di Soria si va consumando, con pericolo manifesto di perdersi, et in Costantinopoli si può quasi dire che ne resti poco che fare, perché tutti li trafichi sono inchietati dall’Ebrei li quali, padroni de’ dazii del Gran Signore, e delle case de’ grandi, e de’ medesimi serragli, abbracciano tutto il negozio et levano il commodo a nostri mercanti, de’ quali si può dire che siano rimaste poche reliquie perché di 18 o 20 case che solevano essere prima in Pera, di mercanti veneti e principali soggetti, elle ora sono ridotte a tre o quattro; e di queste, levati gli Agazzi, gl’altri fanno poche facende, il che riesce con quel danno che Vostra Serenità comprende, non solo per il mancamento del commercio, ma per quello ancora delle navi che, restando senza partito, vanno mancando, con pregiudizio notabilissimo della marinaresca, alla quale si ha grandemente a pensare et in ogni maniera a provedere, ch’ella non resti affatto estinta poiché la maggior parte di quelli che si trovano senza ricapito in Venezia passano in Ponente, et altrove, et i Candiotti fanno l’istesso, e molti si trattengono in Costantinopoli navigando sopra vascelli turcheschi o de’ libertini per condurre vettovaglie ordinarie in quella città, oltre a una gran quantità d’artefici che passano da quell’isola in Costantinopoli d’ogni condizione, com’ho detto di sopra, e la maggior parte di questi è da Rettimo, che per ritrovarsi in quella città senza porto, e senza commodità di commercio, dicono quelle genti di non aver modo di vivere. Per la declinazione del trafico de’ nostri in Costantinopoli, viene il cottimo di Vostra Serenità a farsi molto debole, e tanto più poi per il pregiudizio che si riceve dall’Ebrei e Turchi, i quali defraudano per molte vie il cottimo, et i Turchi senza alcun rispetto ricusano di pagarlo, di maniera che è necessario pensare a qualche provisione, che per me non veggo che possi essere migliore che introdurre il pagamento del cottimo in questa città, come poi con migliore occasione parlarò con quei signori, acciò pensino a qualche rimedio per non lasciar in abbandono quel poco che resta, non avendo io tralasciato di far usare ogni accurata diligenza a messer Zuanne Nani mio rasonato, che veramente è stato sollecito e buon ministro per ricuperarne quel più ch’è stato possibile, et ho di questa ragione riscosso di tempo in tempo zecchini undici mila trentasei, de’ quali consegnai tre mila seicento all’illustrissimo Nani, oltre mille all’illustrissimo di bona memoria Gradenigo. È vero che nella somma delli zecchini 3.600 sono compresi novecento ducati ch’io ho assegnati per accrescimento di valuta, e delli cinque per cento per conto del contrabando della nave Martinella spedito da me, come scrissi a Vostra Serenità; nel qual proposito di contrabandi non debbo lasciar di dire ch’ella ne riceve un notabilissimo danno e pregiudizio da tutte le navi che capitano a Costantinopoli, et altrove, perché se io dicessi che per la quarta parte dei carichi loro (per dire il manco che io posso) ella vien defraudata nel dazio, e per conseguenza nel cottimo, non m’allontanarò dal vero, e come questo succede nelle navi suddite, così con le forestiere, e principalmente con quelle de’ paesi sottoposti al Gran Signore vien portata quantità importantissima d’azzali e di spade da questa città, delle quali i Turchi si servono volentieri, riuscendo molto migliori che le fabricate ne’ suoi paesi; e però all’uno e all’altro s’ha da pensare a provedere.
Ora, per fine di questo mio ragionamento, mi rimane cert’altre poche considerazioni spettanti a bisogni del bailaggio, de’ quali io ne parlerò con brevità. La materia de’ dragomani importa quanto si conosce di ogn’uno, e non basta averli in numero, ma in qualità per fede, per diligenza et intelligenza atti a tutti i negozii perché come l’interprete è la più difficil cosa che sia per portare in un subito da una lingua all’altra concetti varii, che non si accomodano così facilmente all’idioma turchesco, così è necessario che il dragomano, oltre il possedere la lingua, sia giudicioso, capace di concetti e padrone di tutte quelle lingue che concorrono al bisogno di chi professa farsi ben intendere da’ Turchi, i quali si servono insieme dell’araba e persiana, come più copiose, per esprimere con maggior facilità i loro concetti. Di questi Vostra Serenità non ha altri che il Borisi, e forse che in Pera et in Costantinopoli non vi è nessun altro che si pareggia a lui perché, se ben si trova Mattio dal Faro dragomano già dell’imperatore, egli però ha tante imperfezioni congiunte alla poca fede che se gl’ha da prestare che non occorre far nessun disegno sopra di lui. Degli altri dragomani poi di Vostra Serenità non vi è chi sappia adoperarsi con quella intelligenza che bisogna, perché il Grillo non ha altra cognizione della lingua che quella acquistata con la prattica sola, come persona del paese, se bene nel resto si dimostra pronto e di buona volontà. Tutti gl’altri sono all’istessa condizione, e se Simon dragomano, nativo di Sofia, com’è molto vivace nelle azzioni, entrante e che parla senza rispetto, quando gli viene comandato, avesse congiunta la parte dell’intelligenza, certo ch’egli farebbe benissimo; ma restando egli alla condizione degl’altri, serve mirabilmente nell’introdursi e nelle fatiche del Divano, appoggiato però alla desterità e prudenza del Borisi. Zanesino Salvago è già destinato al suo carico di dragomano di strada, e sarà sempre buon servitore di questa Serenissima Repubblica, come l’istesso si può promettere di Giuliano, suo fratello, ch’è venuto meco, e m’ha servito con ogni prontezza e con molta sodisfazione, e si potrà applicare ad ogni servizio in compagnia degl’altri. Tomaso Navon, giovane di buona volontà, è impiegato al carico, del quondam Pasquale suo padre, di protogero, che lo tien continuamente impedito nella spedizione de vascelli sudditi, di maniera che di tutti questi il numero si restringe in pochi per servirsi ne’ negozii importanti, e col mancamento di alcuno di loro non si saprebbe sopra chi dar mano, onde è necessario pensare ad allevarne. A questo Vostra Serenità ha prudentemente provisto con l’instituzione de’ giovani della lingua, ma nell’esperienza delle cose passate ha manifestato che come il fine fu ottimo e prudentissimo, così la riuscita non è stata quale si aspettava perché, mandandosi di qua i giovani in un’età che hanno bisogno più tosto di freno che altrimenti, questi usciti e liberati dalla strettezza delle loro case e parenti, come si trovano sciolti, s’aplicano più facilmente a piaceri che a studii, e principalmente della lingua, ch’è il più faticoso delli altri, di maniera che più attendono a godere quello che dalla benignità della Serenità Vostra vien loro donato che ad impiegarsi nelle fatiche; onde di tanti mandati a questo effetto di qua, maggiore è sempre stato il numero dei ritornati senza frutto che dei riusciti con servizio pubblico, perché non si trova in essere altri che messer Gerolamo Alberti, et il Borisi, ch’abbino fatto riuscita mirabile, tuttoché ve ne siano stati tant’altri in tempo loro e doppo anche, trattenuti con molto interesse di lei. Conoscendomi però in obbligo di dire che messer Alvise Velutello, uno delli due che furono ultimamente mandati, per la vivacità del suo ingegno, sia per far molto frutto, e per riuscire utile servitore di Vostra Serenità. Io dunque direi che quella spesa che si fa in Costantinopoli per quest’effetto, s’applicasse a sei o otto giovanetti ben nati, et d’ingegno vivo, allevati dal Noris, ch’è onorato sogetto, o da altri che paresse alla Serenità Vostra, i quali poi appresa ben la lingua, come con molta facilità lo farebbono in quell’età puerile, accompagnati dallo stimolo de’ parenti, e di chi n’avesse la cura, potrebbero di tempo in tempo mandarsi in Soria et in Alessandria con quei clarissimi consoli per acquistare la prattica di negoziare e di trattere, per andarsene poi a Costantinopoli con li baili, secondo il bisogno e le condizioni, e riuscita loro. Et in questa maniera Vostra Serenità avrebbe con la medesima, o poco di più spesa, ad allevarsi un seminario di giovani che non la potrebbono defraudare nella loro riuscita poiché quelli che non fossero capaci, o poco inclinati, si potrebbero levare, e sostituirsi altri in luogo loro, come poi più particolarmente si potrà trattare, quando paresse a Vostra Serenità abbracciare questo riverente mio raccordo.
Nello stato dunque in che si trova la casa de’ baili riguardo a dragomani, come ogn’uno che merita ha da esser stimato conforme al suo merito e servizio, così avendosi bisogno dell’opera loro sarà sempre bene conservarseli obligati col riconoscere le loro fatiche, et usare verso di loro l’ordinaria benignità di Vostra Serenità; e non essendo Simon stato confermato da questo eccellentissimo Senato, sarà molto bene il dargli segno di sodisfazione del suo servizio con l’approvare l’elezione sua quando copioso ella stimi importare il servizio suo come lo giudico tale.
Io son stato successore nel bailaggio dell’illustrissimo signor Marco Veniero, et imitator suo, in quanto ho potuto, avendo posto in esecuzione con servizio pubblico nelli negozii che mi sono occorsi li prudentissimi suoi ricordi lasciatimi quando partì, e se io avessi a parlare del merito di questo prestantissimo senatore, e del buon concetto ch’egli ha lasciato di sé alla Porta, verrei a dilatarmi in cosa notissima alla Serenità Vostra, senza aggiunger niente di più di quello che per le dignissime sue qualità egli si è fatto conoscere ad ogn’uno meritevole d’ogni maggior onore. Fu gran perdita della Serenità Vostra quella dell’illustrissimo signor cavalier Gradenigo felice memoria, ch’era sogetto di conosciuto valore et esperienza, e del quale ella si poteva promettere ottimo servizio; e come io mi contristai grandemente della sua malatia, in cui non gli mancai d’assidua assistenza e servizio possibile; così restai dolentissimo per la sua morte, che tanto più mi fu molesta per la prolungazione della partenza mia da Costantinopoli, che per moti rispetti bramavo. Ma mi consolai prima con la ferma speranza ch’essendo morto bene e cristianamente Dio nostro Signore averà avuto l’anima sua, e poi con vedere che lasciava doppo di sé il clarissimo messer Francesco suo figlio, di così virtuose condizioni, che accrescerà la riputazione della sua casa onoratissima e presterà alla Serenità Vostra fruttuosissimo servizio, sempre che le piacerà valersi di lui; et io gli sono in obligo veramente d’una particolar affezione. Il segretario, messer Giovanni Francesco Pinardi, et il coadiutore messer Girolamo Girardo, figlio del messer Giulio, che vennero con l’illustrissimo Gradenigo si sono fermati con l’illustrissimo Nani, il quale sarà da ambidue ottimamente servito.
Fui condotto in Candia dal clarissimo signor Girolamo Cornaro, governador de’ condannati. Non posso dir quanto basta della sua diligenza et accuratezza nel pubblico servizio, della sua liberalità e della cortesia ch’io ricevei da lui, che tutte queste cose me l’obbligano grandemente, come per gli altri rispetti attinenti al servizio di Vostra Serenità egli è degno d’ogni carico maggiore.
Dell’illustrissimo signor Cristoforo da Canal, suo conserva, certo restai grandemente contento, avendolo conosciuto generoso, che non temeva la debolezza della sua fortuna, ma quel che importa egli ha sempre conservata una perfetta galea e non ha ricusata nessuna occasione di servizio, oltre all’intelligenza e prattica ch’egli tiene della professione del mare. Altretanto è l’obligo mio di dire del clarissimo signor governatore de’ condannati Veniero, che con tanta prontezza e carità m’ha ricondotto in patria. Di questo dirò quello che nell’eccellentissimo Collegio riferii, ch’egli non è soggetto di lasciare ozioso, ma di servirsene in qualsivoglia maggior occasione, perché se alla perfezione della sua galea, ridotta in quel stato con tanta somma di denaro, quanta forse par troppo il dirlo, s’aggiunge l’intelligenza che tiene della professione del mare, che si può desiderare in lui più di quello che l’effetto dimostra. Poiché egli accompagna il merito suo con la pronta et intensa volontà che tiene continuamente di ben servire la Serenità Vostra, e con la divozione dinotata da tutta la sua casa, che nel tempo della gloriosa giornata sigillò con la morte de’ suoi fratelli, e col sangue di lui medesimo, che ne dimostra ancora le cicatrici, il debito di degno cittadino.
Il clarissimo messer ser Battista Pasqualigo, che fu sua conserva, di nobilissimo animo, ch’ha così buona galea, e mantiene quei poveri schiavi con gran carità e pietà, non ricusando egli qualsivoglia servizio comandatogli da’ suoi capi, senza risparmio della vita e della facoltà, superando anco in questo la sua fortuna, merita la grazia della Serenità Vostra; come altretanto sono degni d’essere stimati li clarissimi signori Sebastian Veniero, Antonio Foscarini et Agostino Gussoni, li primi due che furono compagni del mio travaglioso viaggio sino a Costantinopoli, e l’altro partito di qual con l’illustrissimo di bona memoria Gradenigo, ha voluto favorirmi et onorarmi col fermarsi, et aspettare il mio ritorno. Di questi degnissimi soggetti, che posso io dire che non sia manifesto? Poiché li due primi hanno già dato saggio del loro valore, e quest’ultimo degno figlio dell’illustrissimo signor Andrea, e che meritamente tiene il nome dell’eccellentissimo Barbarigo, suo avo materno, farà presto conoscere all’eccellenze vostre la virtù, la modestia e l’altre sue onoratissime condizioni, con le quali, quando Dio gli presta vita, spero che s’avvicinerà al merito del predetto eccellentissimo suo avo. Appresso questi si trovò in Costantinopoli il clarissimo messer Ottavio Mocenigo, venutovi con l’illustrissimo Gradenigo, il quale, eletto sopracomito da Vostra Serenità, promette ottimo servizio per la prattica et intelligenza che ha in quella professione, e per il desiderio ardentissimo che mostra di ben servire.
Venne meco per segretario il signor Giacomo Girardo, segretario di questo eccellentissimo Senato, del merito del quale non posso aggiongere maggior testimonianza di quello che manifesta la sua lunga et invechiata servitù in tanti carichi importantissimi, ne’ quali si è degnamente adoperato, oltre che li meriti di tutta la sua casa sono perspicui ad ogn’uno di tanti servizii prestati dentro e fuori della città con sua gran lode. Di questo degno sogetto, che partendo dalla residenza di Fiorenza se ne venne meco prontamente per servire la Serenità Vostra, mi son valso con molta sodisfazione tutto quel tempo che s’è potuto adoperare rispetto alle sue indisposizioni di fianco e di rene, ma aggravandosene ogn’ora più in tanto che se ne risente tuttavia grandemente, fu astretto a chieder licenza, che gli fu benignamente concessa dalla Serenità Vostra, et in suo luogo venne messer Giovanni Battista Bartoli, che in capo a pochi mesi miseramente da peste vi lasciò la vita, con grandissimo dolore, perché alla sua benissima volontà s’aggiongeva la sufficienza, la modestia et altre condizioni che mi pongono in obligo di conservarne perpetua memoria, e di raccomandar la sua casa alla Serenità Vostra. Doppo la morte del Bartoli, venne a servire per coadiutore messer Gerolamo Alberti, mentre che trovandosi egli a Corfù segretario del clarissimo Cornaro, governatore de’ condannati, e ricercato da me per il bisogno grande ch’havevo di chi coadiuvasse al servizio della cancelleria, se ne venne con molta prontezza per via di terra, senza nissun altro riguardo all’acerbità de’ tempi e pericoli del viaggio. Questo fu figliuolo del magnifico messer Gasparo, segretario della Serenità Vostra. È stato molti anni in Costantinopoli per apprendere la lingua, nella quale ha fatto molto frutto, perché non pure la possiede sicuramente, ma vi scrive ancora, et ha servito molto bene la Serenità Vostra nel carico di dragomanno, e per coadiutore ancora, essendo estraordinario della sua cancelleria; onde può ella esser certa di avere un buon servitore da valersene in ogni occasione. Ora anderà segretario con l’illustrissimo signor Todero Balbi, provveditore all’armata, né sarà mai lasciato ozioso per le sue buone qualità, che lo fanno molto ben degno d’essere graziato e beneficato dalla Serenità Vostra. Con quest’accidenti di mutazione di segretario, ho avuto grand’occasione di confermarmi nel buon concetto ch’avevo di messer Gasparo Spinelli, fu figliuolo del magnifico messer Zuanne, che morì cancellier grande in Candia in tempo mio, che pur volse venirsene meco per servire per coadiutore, dell’opera del quale io mi son valso, e doppo la partenza del signor Girardo, e doppo la morte del Bartoli, in tutti i più gravi et importanti negozii di quel bailaggio, di maniera che posso affermare che il suo servizio di segretario sia stato per più d’un bailaggio, e son debitor di dire quello che non può essere stimato troppo, ma assai meno del suo merito da chi ha cognizione di lui, come io ne ho fatta prova per così longo tempo, perché come nell’intelligenza delle cose spettanti al suo carico esso vale molto, essendosi particolarmente fatto conoscere di spirito vivacissimo tra l’altre occasioni nel cavare alcune zifre delle quali non s’aveva l’incontro, venutemi d’Alessandria e da Corfù, e finalmente d’una lettera scritta in lingua spagnola, ma in un’altra nuova zifra, della quale, se bene egli non possedeva punto essa lingua spagnola, la cavò così bene e propriamente, che fu cosa di gran stupore. Così nelle fatiche egli è indefesso, nell’esecuzione de commandamenti sollecitissimo, et in tutte quelle cose accompagnate poi da una inesplicabile modestia et ossequio si dimostrano tanto maggiori, quanto che per questo egli s’acquista l’affezione di tutti. Onde io posso dire di avere avuto al mio servizio un divoto secretario di Vostra Serenità, che mi dà occasione di lodarlo grandemente; e quello che appresso me gli rende altretanto affezionato et obligato è l’essersi egli dimostrato verso di me, nelle mie tribulazioni d’infermità e d’altro, ripieno di carità et amore, e nei pericoli poi e di viaggi e della peste fidissimo e costantissimo compagno. Ma se io l’ho descritto con ogni sincerità, quale Vostra Serenità ha inteso, se bene in verità sono andato molto ristretto nelle sue lodi e merito, debbo ora conraporre alla sua virtù la calamità del suo stato. Questo giovane d’animo grande e di molto merito si trova in una fortuna non dirò tenue e ristretta, ma di tanta necessità che avendo in casa quattro sorelle invecchiate con la madre, non si trova di patrimonio quanto basta loro un sol mese a vivere, e da Vostra Serenità non tiene altro che nove ducati al mese, i quali egli suplicò doppo la morte di suo padre, e gli furono concessi de’ danari de’ debitori de’ signori tre Savi sopra gl’uffizi, per ricognizion di molti meriti della sua casa; onde se dalla somma benignità della Serenità et eccellenze vostre egli non viene soccorso, non ha modo di sostentare più a longo la sua povera casa, né se stesso, per continuare a servirla. Però, se io posso essere esistimato degno di grazia dalla Serenità Vostra, e dalle signorie vostre illustrissime per il devotissimo, se ben debole servizio mio, io le suplico con ogni maggior affetto di dare et a lui et a me segno della loro liberalità con abbracciare l’umilissima suplicazione ch’esso le porgerà d’un onesto sovegno alla povera sua casa, che resterà consolata da quest’effetto di somma carità esercitato verso persona che per ogni rispetto n’è molto ben meritevole; et io prometto che Vostra Serenità e le vostre signorie eccellentissime avranno un servitore degno d’essere connumerato tra gl’altri stimati da lei.
Io terminarei volentieri qui il tedio della longa lettura favorita dall’attenzione dell’eccellenze vostre, se non sapessi l’ordinario uso di parlare di sé stessi ancora; ma io lo farò sobrissimamente e dirò che non pure per tutto lo spazio del bailaggio, ma per tutto il corso della vita mia, nelli altri precedenti carichi graziosamente conferitimi dalla munificenza pubblica, io non ho atteso ad altro che a procurare di ben servirla, ommettendo affatto ogni memoria delle cose mie private, e quasi di me stesso, e se favorito dalla Divina Bontà è riuscita dall’opera mia cosa che sia riuscita d’alcuna sodisfazione alla Serenità Vostra, et alle signorie vostre eccellentissime, io ne rendo umilissimamente grazie a Sua Divina Maestà, e resto consolatissimo di non aver in tutto defraudato alla buona opinione che aveva conceputa di me la Serenità Vostra, dalla quale sono state le mie azzioni così benignamente accettate, ch’ella si è degnata con singolarissimi e reiterati favori darmene segno più volte, con aggiungervi tutto quel di più ch’io non pretenderò mai per qualsivoglia azzione mia, quando anche spendessi mille volte la vita, poiché non veggo che ad un servo umilissimon favorito et onorato, come son io dall’eccellenze vostre, resti luoco di pretensione alcuna, non potendo dire d’esser padrone di me stesso, ma obligato tutto alla patria. Sono dunque le grazie et i favori nati dalla sola benignità della Serenità Vostra e dell’eccellenze vostre verso di me collocati in servitore altretanto obligato, quanto divoto e reverente, ma di così poco spirito e debolezza di forze, che non può promettere di sé altro che un ardentissimo desiderio et una risoluta volontà di sacrificare la vita in ogni occasione di pubblico servizio.

AS Venezia, Collegio, Relazioni. 
Trascrizione di Maria Pia Pedani, in Relazioni di ambasciatori veneti al Senato, vol. XIV, Relazioni inedite. Costantinopoli (1508-1789), a cura di Maria Pia Pedani, Padova, Ausilio, 1996, ora in https://unive.academia.edu/MariaPiaPedani