1604 - 1609 Ottaviano Bon
Relazione|
Serenissimo Principe.
Tralasciarò di trattare in questa mia relatione con termini particolari delle forze, delle entrade, delli stati et del governo dell’Imperio di sultan Acmat, perché so che non è alcuno delle signorie vostre eccellentissime che più volte non le habbia sentite a riferire da illustrissimi baili in questo luoco difusamente, et con altra maniera et intelligenza di quello che potrei o saprei far io, et poi anco perché sono cose in tanti libri descritte, che facilmente da chi fosse curioso possono esser vedute et lette; ma toccarò distintamente li passi essentiali di tutte li sopradetti capi, secondo che ricercarà l’opportunità di quello che intendo di trattare, che è il fine a punto che serve, et ha da esser scopo considerato in questo eccellentissimo Senato per il servitio publico. Il dominio del Gran Signore, quando fosse nel suo primo stato del suo Imperio, saria il più assoluto et il più rigoroso che sia mai stato descritto, et che si possi considerare, perché è patrone assoluto altrettanto de’ propri vassalli quanto della robba et de’ figlioli, in modo tale che tutti conoscono esser schiavi di Sua Maestà, né riconoscono altro nascimento, altra libertà, altra proprietà di robba, né altro honore che quello che dipende dalla volontà del re, stimando Turchi che la vita et felicità loro sia il servire alli commandamenti di Sua Maestà et a combatter per la loro fede. È vero che hoggidì, per l’ampiezza del stato de’ suoi regni, per la ricchezza di molti, per la lunghezza delle guerre et per l’abuso del mal governo, alcuni hanno procurato di sottrarsi da questa miserabile servitù, et per veder il re, et il regno, occupato in tante guerre, non solo hanno presa occasione di goder il suo con proprietà, ma di appropriarsi anco quello de’ altri, et del re istesso, con il dominio de’ governi et con fattioni de’ soggetti mal sodisfatti et inclinati al male; et però a questo tempo vi sono tuttavia di quelli che nelle parti lontane godono con violenta auttorità li governi de’ provintie, senza servire al re; hanno fattioni grandissime nelli paesi, con titolo de’ ribelli, et non punto obbediscono alli regii commandamenti, come a suo luoco intenderà la Serenità Vostra.
Le cause di questi mali intestini, et così vicini al cuore di questo Imperio, potrei dire essere infinite, ma per più facile intelligenza le riduco ad una madre sola, che è la strettezza del danaro nella quale è cascato l’Imperio per le eccessive spese che fanno li re, et per le guerre, che già tanti anni hanno avuto alle spalle, per la qual strettezza di oro cascano in questi inconvenienti, cioè che non si fanno le intiere paghe alle militie, et altri stipendiati, che si vendono li governi alli più offerenti, con detrimento delli sudditi, che non si amministrano con giustitia et realtà, et che li re levano la vita a molti, per levar loro insieme le facoltà et quanto hanno, et questi horribili nel governo fan già domestici et familiari sono quelli che partoriscono quanto ha inteso la Serenità Vostra di male, in modo che hoggidì il stato di quell’Imperio si può assimigliare ad un corpo di smisurata grandezza, robusto, forte et di formidabile aspetto, il quale sebene si conservi con tutti li suoi membri intieri, però si può dire et affermare con verità che per li accidenti accorsigli di lunghe guerre con principi esterni, et di ribelione de’ propri sudditi et vassalli nelle parti più nobili et sensitive del suo corpo, esso hoggidì sia fatto gravemente infermo; et se bene quelle virtù et forze con quali si regge sono in qualche parte molto contaminate, battute et indebolite, nondimeno per esser così grande la machina, così potenti e numerose le forze di terra et da mare, et così rissoluto et assoluto il modo di commandare, pare che con difficoltà senti giattura apparente.
Sono tre li fondamenti con quali si regge la monarchia, li quali sostentando tutte le altre cose che dipendono da essi, servono sempre per base dell’ostentatione al mondo di quello che può avvenire di bene et di male intorno la sua eternità, et di questi brevemente ne discorrerò quello che grandemente serve al servitio delle signorie vostre eccellentissime, affine che più facilmente conoscano in che fortuna si attrovano hoggidì li Turchi, tanto nemici per natura et per propria elettione de’ Christiani.
Questi fondamenti sono il governo, la militia et li danari, senza de’ quali certa cosa è che non si può governare stado et, sebene tutti questi non mancano nell’Imperio di sultan Acmat, sono nondimeno grandemente deteriorati. Perché quanto alla consultatione, che è l’anima d’ogni buona essecutione, si può dire che Turchi ne siano privi, così perché non l’usano, se non per accidente, come perché alla Porta è così poco il numero de’ soggetti d’esperienza, et di valore, che io non saprei affermare a Vostra Serenità di haverne conosciuto pur uno atto ad amministrare, né solo né accompagnato, così grande Imperio; et la distruttione dei buoni soggetti che doveriano esservi per le lunghe guerre è derivata dalli re passati, et più d’ogni altro dal presente, perché o tratto dalla sua fiera natura, o tirato dal desiderio di levar loro la facoltà, o da altro leggier sospetto, così di fede, come di poco buona loro fortuna, a molti che per la esperienza erano fatti buoni, ha fatto levar la vita, con essempio più de precipitosa crudeltà che di giustitia.
La militia poi, sebene è accresciuta per le occasioni di molte et lunghe guerre di numero, ascendendo hoggidì li giannizzeri a più di 50 mille, et li spahi a più di 36 mille, oltre il numero de’ timarioti che sono fra di Asia et di Europa descritti da 160 mille, et stipendiati di servitio di guerra, senza quelli della casa del re, che sono assaissimi, è nondimeno diminuita di conditione et di qualità talmente che in valore et cuore non è comparabile a quella antica scielta de’ dodeci mille gianizzeri et sei mille spahi fatta da sultan Amorat, con la quale militava con indicibile valore et obbedienza, perché quelli pochi giannizzeri erano delle cernide de’ Greci et li spahi de’ benemeriti guerrieri conservati nell’essercitio dell’armi, et nei suoi privilegi; et questi che sono al presente sono d’ogni sorte di generatione fatti per danari, insoliti, et dati ad ogni essercitio mecanico in tutte le città, in modo che non hanno l’animo applicato alle armi, al servitio del Signor et alla gloria del nome monsulmano, ma sono immersi negli interessi, nelli vitij et dishonestà, che li fanno huomini di poco considerabile valore, et quel ch’è peggio sono tanto dediti alle sollevationi per le fattioni de’ grandi, che parendo loro di esser arbitri dell’Imperio per esserli riuscite molte temerarie imperiosità, spesse volte contra il voler del proprio re, si fanno legislatori et severi giudici delle facoltà et delle vite de’ grandi, il che causa grandissima contaminatione nel governo poiché et l’auttorità regia et la giustitia contro di loro difficilmente, o quasi mai, viene ad havere il suo luoco, et sono hoggidì queste da fattioni de’ giannizzeri et spahi fatte tanto contrarie tra di loro per li accidenti passati, che li medesimi bassà generali quando sono fuori in campo con li esserciti, non si fidano molto di loro uniti, et separati li impiegano con gran timore nelle fattioni importanti.
Appresso questi li timarioti, cioè feudati, sono per le spese delle lunghe guerre così consumati et impoveriti, che con difficoltà possono comparer con buoni cavalli, ben armati et con tutti li suoi atti et buoni al combattere, ma fuggendo quanto possono d’andarvi, se pur vi vanno, compareno col suo numero de’ soldati a cavallo così sgratiati, inermi et imbelli, che si può dire con verità che facciano l’essercito più per il numero grande che per la qualità et conditioni de’ soldati forte et fomidabile, sì che per le cose narrate si conosce chiaramente che così come li esserciti di questo grand’Imperio non scemano, anzi accrescono del suo ordinario numero, così per le conditioni et valore de’ soldati, et poca esperienza de’ capi, non sono al presente in quella consideratione et di quel spavento che erano molti anni a dietro, et facilmente possono esser superati, com’è seguito più volte nella nostra età, et ulteriormente s’è veduto fare non solo dalli esserciti dell’imperatore, ma anco dal Persiano et dalli ribelli.
Quanto poi alla militia et forze da mare, io dirò il mio concetto a Vostra Serenità, il qual è che se Turchi non fossero stati svegliati dall’armata spagnola più volte, con l’esser comparsa con poco suo utile fino sopra le porte dei Dardanelli, et da bertoni da corso, che gli hanno fatti importantissimi danni, haveriano tralasciato all’oblivitione le cose da mare, stante le guerre terrestri, la strettezza del danaro et la confidenza della pace et buona volonta di questa Serenissima Repubblica, et col tempo haveriano ricevuto un grandissimo crolo, oltre che il Cigala, che era capitano del mare, et generale se la passava senza haverne se non apparente cura per mezzo de’ suoi ministri; et cosa certa è che se per le dette cause haveano talmente abbandonato li anni passati questo pensiero, che non solo sprezzavano et trascuravano li soggetti di questa proffessione, lasciandoli senza paghe et senza alcuna riputatione, ma il proprio loco dell’Arsenale, et le galere del re, non comprese quelle de’ particolari, che sono dalli proprii patroni conservate, tutto andava all’opera del tempo, senza ristoro alcuno, et le artiglierie et armizi più erano consummati da galeoni de’ sultane et de bassà che dalle galere che fossero nel servitio del re, et nelli altri luochi, dove ogn’altro anno era solito fabricarsi corpi di galee; in Nicomedia, dove si tagliavano li remi; in Samo, dove si faceva la feramenta; in Trebisonda, dove si havevano li canevi et filadi, et in Galipoli et Smirne, di dove si havevano le telle. Li ministri tutti delli predetti luochi con intelligenza de’ maggiori convertivano per il più tutto in suo uso, senza che il re ne sentisse utilità alcuna; ma doppo la morte del Cigala, essendo successo nel capitaneato Dervis bassà, soggetto di vivacissimo ingegno, et altrettanto mal affetto alla Serenissima Repubblica, svegliato dal danno et infamia che ricevevano dalli vasselli ponentini, et per altri suoi pravi fini si applicò con tutto il spirito all’Arsenale, di maniera che parve, che in poco spatio di tempo tutte le cose cadenti et corrose dall’oblivione, si ristorassero alquanto, et che presto dovessero rimettersi, con l’haver esso Dervis dati buoni ordini in tutti li luochi, essendo nel proprio stato del Gran Signore la madre, che li sumministra tutte le cose appartenenti al fabricar galee et ad armarle, senza andar per le mani de altri.
Morto Dervis si ritornò alla trascuragine di prima, et si andava annichilendo quelle provisioni che nel poco suo tempo haveva ridotte nell’Arsenale, ma, havendosi fatto novo capitano da mare, et sentendosi travagliata la navigatione più che mai, et in pericolo di perdersi il viaggio di Alessandria, pare che hora ognuno pensi a ristorare le forze maritime, et perciò si attende alle provisioni di tutte le cose, poiché realmente l’Arsenale è sfornito del tutto, et in particolare de’ corpi de galee, perché de navigabili con difficoltà in esso ve ne saranno sessanta, et quelli poco buoni, et atti per la loro debolezza a resister a travagli del mare, et se non attenderanno a farne fabricar, in pochissimi anni se trovaranno senza. Hanno appresso tre maone nel detto Arsenale, et altre tre ne fabricano in Mar Negro, ma sono vasselli stimati poco riuscibili et al navigare, et al combattere. In fine hora si attrovano in stato tale in proposito de’ apprestamenti, et de’ altre cose, che con le galee che si attrovano fuori nelle guardie, proveranno gran fatica a poner in mare cento vasselli. Onde si può far certo argomento che Turchi con non poca difficoltà possino in tempo breve rimetter quete forze nel pristino stato, aggiongendovisi massimamente la strettezza del danaro, le rovine della Natolia, di dove cavano li galeotti et apprestamenti, et in particolare il non esservi soggetti da commando di tal professione atti a questo carico; ma se per li sodetti accidenti queste forze sono hora quali io rappresento alla Serenità Vostra, non si devono però sprezzare, perché quando Turchi saranno sforzati dal bisogno potranno, col beneficio di qualche poco di tempo, et con la diligenza di qualche capitano valoroso, far armata considerabile, almeno in numero, et accompagnarla anco con qualche galeone, havendone hora la città di Constantinopoli per il viaggio di Alessandria alquanti de’ grandi, belli et benissimo armati; et se bene de’ galeotti provano al presente gran difficoltà, per le rovine della Natolia et delli habitanti in quella provintia, nella quale sono assignati et descritti per la provisione di trecento galee; nondimeno nel mancamento d’huomini di quella parte, si accommoderiano Turchi con li schiavi che hanno, avezzi a simili fatiche, et con altra gente di Romelia et altre provintie d’Europa, come hanno fatto l’anno passato, et per marinarezze di quella che serve sopra un numero grande de’ caramussali, et altra sorte de’ vasselli che essercitano la navigatione. È ben vero che io non debbo restar di rappresentare alle signorie vostre eccellentissime quello che dalla ragione et dalla esperienza ho conosciuto esser in effetto, affine che in ogni occasione di guerra, che faccia il Signor Dio, che sia lontanissima, sappino con fondamento reale il stato delle cose.
L’armata de’ Turchi a tempi presenti, quanto maggior si attroverà tanto maggiori saranno le difficoltà nelle quali s’incontrerà, et perciò nel partir che farà di Constantinopoli per uscir dalli Dardanelli, sarà sempre armata di poca stima, et pochissimo atta ad alcuna fattione, perché mancarà in gran parte di tutte le cose necessarie; ma capitando nelle isole dell’Arcipelago, e Negroponte et nella Morea, andarà accrescendo in qualità et in forze, perché nelli luochi sodetti riceve la polvere, che le viene di Alessandria, si fornisce di biscotto, s’interza di galeotti et s’arma de’ spahi, huomini di spada, perché in questi luochi per l’ordinario son deputate et assignate le sopradette provisioni, in modo tale che se l’armata restasse priva et impedita di tutte queste commodità, indubitamente riuscirebbe inutile, et il privarnela penso che non saria molto difficile, quando per tempo cinquanta forbite galere sottili, e quattro grosse, si mettessero nell’Arcipelago et lo scorseggiassero fino al Tenedo, che è vicino poche miglia alla Dardanelli, in che non haveriano alcun minimo impedimento, anzi che per esser l’isole dell’Arcipelago habitate da Christiani, et molto devoti al nome veneto, riceveriano le sodette galee infinite commodità di tutte le cose, et certamente impediriano non solo l’uscita dell’armata da Galipoli, ma la unione delle galee delle guardie, la navigatione di tutte le parti di fuori per Constantinopoli, et metteriano in un strettissimo assedio la città et, se pur l’armata turchesca, stante questo impedimento, volesse far sforzo per mettersi all’ordine, et per uscire, ciò seguiria con tanta confusione et così tardi che’l tempo poi non gli serviria ad alcuna dissegnata impresa. Ho io con l’esperienza conosciuto che’lcorso de’ quattro soli bertoni con alcune poche tartane, che si posero un anno nell’Arcipelago et nelli mari del Tenedo, lasciandosi spesso vedere in bocca delli Dardanelli, con l’impedir per poche settimane solamente la navigatione, assediarono di maniera Constantinopoli, che ognuno per la carestia di tutte le cose, et per li danni che si riceveva, malediceva il mal governo, per vedere che così poco numero de’ vasselli di corso travagliasse la più potente città del mondo; et doppo partiti li bertoni si viddero entrar con ammiratione et giubilo de’ tutti per una settimana continua forse 500 vasselli carichi di diverse cose, tutte necessarie per il vitto et uso, li quali erano stati interdetti, et si havevano salvato chi qua chi là, per timor di non capitar in mano delli corsari. Hor se così poco numero de’ vascelli alla quara hanno fatto tanto danno, s’immaginino vostre signorie eccellentissime quello che farebero tante galee guidate da un valoroso capitano. Ardisco di dire che quando in occasione del bisogno la rissolutione fosse presta, et la esecutione solecita et diligente, per le molte commodità che si possono havere dal regno di Candia, queste sole basteriano a divertir la guerra, et ad esser causa della pace; et se ciò ne seguisse, saria tanta la riputatione che acquistarebbono, et tante le commodità che cavarebbero da quelle isole dell’Arcipelago, de’ schiavi turchi, de’ greci christiani buoni marinari et di monitione de’ grani, che sarebbe sussidio sufficiente per rinforzare il resto dell’armata, et per sostentarla per qualche tempo; et riusciria doppio questo tratto, perché con il far a sé stessi tanto bene fariano a suoi nemici altrettanto male; ma il tutto starà particolarmente nell’haver sopra l’isola di Candia buona provisione de’ grani, et altri apprestamenti necessarii, et nella prestezza, per prevenire et confondere il nemico. Ho voluto rappresentare riverentemente a Vostra Serenità questo mio spirito cavato da quanto ho con molta diligenza osservato per il servitio pubblico, quale però sottometto alla prudenza di questo eccellentissimo Senato, come faccio il resto che son per rappresentargli.
Quanto al danaro per queste guerre, non solo si trova essicato del tutto il Casnà di fuori, nel quale entrano tutte le entrate regie, et serve per le paghe delle militie et d’altri stipendiati della corte del re, le quali si fanno de’ tre mesi in tre mesi a quartieri; ma nel Casnà di dentro, nel quale per li tesori ammassati da Selim et Amorat, avo et proavo di questo, si attrovavano milliona assai de’ sultanini, oltre le continuate entrate del Cairo et spogli de’ huomini grandi, par che hora ve ne sia poca quantità, perché ordinariamente se ne sono cavati per ogni sorte di spese, non supplendo le entrate ordinarie, et il re, non senza cosa più molesta che il dover dar danari fuori di questo Casnà per supplire alle necessità, et si conta che per la guerra di Ongaria, che è stata di sedici anni, siano usciti per pagar militie et per dar a generali più di 19 milliona d’oro, oltra quelli che sono andati nelle guerra di Persia, et prestati al Serraglio per le spese della casa, che sono anco questi una gran summa d’oro.
Le entrade certe di quest’Imperio, per la informatione da me havuta, et come haverà inteso Vostra Serenità più particolarmente da altri, non eccedono sei milliona d’oro de’ sultanini, et queste sono de’ datii, de’ carazzi et de’ taglioni ordinarii sopra le città et popoli; et pare che queste hoggidì siano assai diminuite. Nell’Asia per esser distrutta, et per render essa poca obbedienza, nell’Europa per la guerra di Ongaria, che teneva in continua confluttuatione quelle provintie, et poiché anco pare che quelle regioni della Grecia si siano grandemente dispopulate, di maniera che per questi rispetti tutte le entrade ordinarie non si sono fin’hora riscosse, né entrate nel Casnà, et le spese sono fatte maggiori, et grandemente accresciute, et però come si sa certo che nel Casnà di fuori non vi è danaro, così con ragione si crede che quel di dentro sia grandemente consumato.
Oltre queste entrate ordinarie, ne ha l’Imperio una estraordinaria, degna di esser saputa, ma non da esser imitata né abbracciata, et questa è quella degli spogli de’ huomini d’ogni sorte, grandi et piccioli, et in particolare de’ quelli sopra la testa de’ quali casca o la spada o la maledittione del re, in modo che per compendio de’ tutte le cose grandi con questo solo concetto dirò quello che è vero, che quanto viene in tutto il regno donato, guadagnato et rubbato, tutto al fine capita col tempo in poter del re, perché quello che’lpicciolo guadagna, o robba, capita in mano del mezzano; quello che’lmezzano ammassa per suoi dissegni viene ad esser per mille vie del grande, et quello che il grande accumula per farsi stradda alla perpetuità de’ carichi grandi, ne’ quali procura di conservarsi con presenti, et per altre vie, tutto cede alla sua perditione, perché non lasciando il re star alcun ricco lontano dalla Porta, non con altro fine che per haver presso di sé et sicuro il suo tesoro, con ogni leggier occasione, et per qual si voglia minimo disgusto, questi tali ricchi sono o fatti morire o inquisiti, et così perdono o la vita o tutto il rubbato ammassato et accumulato, che tutto doppo un certo corso di tempo capita al re. Di questa ragione de’ tesori de’ bassà, et de’ altri huomini grandi et richi, l’entrata che si chiama estraordinaria, è fatta così grande et ordinaria che se questa non fosse il re non si potria certo conservare con le eccessive spese che fa ordinariamente de’ tutte le cose, ma in particolare de’ donativi, li quali consistono in vesti, spade, pugnali, penachi et in altre cose simili gioiellate, per milliona de’ ducati all’anno; et se bene sono considerabili li presenti che gli vengono mandati, et fatti da tutti quelli che le baciano la veste, così forestieri come de’ suoi, non però si può dire con verità che sia cosa di momento et rilevante rispetto a quello che il re dona, et che le sultane et le donne consumano nelli serragli, quando li sodetti presenti, che sono fatti alla Maestà Sua, non fossero accompagnati dalla sodetta entrata estraordinaria.
Per le quali tutte cose narrate cascheria una conclusione verissima, che’lCasnà di dentro del Signore non fosse per mancar mai, il che saria verissimo, quando la militia non fosse tanto moltiplicata et le guerre non fossero state così longhe. Più volte ho considerato fra me stesso dove si può ritrovare tant’oro dispensato in tanti anni a militie suddite, et non forestiere, et speso in sostanze che nascono nel suo stato, et non fuori; et doppo haver ben pensato ritrovo che l’oro che possedevano li re ottomani si può comparare ad un’acqua che sia ristretta in un lago, over stagno, la qual unita et profonda fa una grande et nobile apparenza, ma se tagliato il lago si disperde in una campagna amplissima, assorbita dalla terra, poco o niente si vede. Così il tesoro delli re quando era tutto unito dentro il Casnà, come fu sotto sultan Amorat, si faceva vedere et sentire da tutti per una gran massa; hora che per le lunghe guerre è stato sparso et diviso tra tante militie, et assorbito da tanti capi di esse, non si vede né si conosce; et così quella summa de’ tanti milliona d’oro per esser in tante mani, par che non vi sii, né si vede, et senza dubbio questa ancora col tempo, ma lungo, ritornerà in mano delli re per le ragioni dette, et per la esperienza delle cose che passano, poiché nella morte de’ questi tali caporioni se gli attrovano o in casa, o per il più sotterati, a chi 50 et a chi 70 et fin cento mille cecchini, che in vita non mostravano segno di poter vivere con la paga. Da che si scuopre anco un altro disordine irreparabile, che la militia de’ giannizzeri et spahi, se ben è descritta nelli libri del re in tanto numero, realmente non è tanta, ma così la tengono descritta per rubbar le paghe et per arrichirsi, et con questo disordine convengono correr per molte guerre et travagli che hanno senza rimedio.
Ha un’altra conditione quest’Imperio nel danaro separata da tutti li altri, et è che non ha mai debiti, perché dalla militia pagata impoi, che non può né vuole star senza paga, perché con quella vive, tutto il resto de’ stipendiati, che è un numero infinito, se il re lo vuole pagare lo paga, se non conviene ogn’uno haver patientia, et contentandosi di quanto le viene dato, tenendo ogn’uno in pochissima stima il credito che ha con il re, il quale, se bene si scuopre nelli libri, nondimeno, passato l’anno, ogn’uno si può dir che perde le sue ragioni, et perciò la militia è strepitosa al tempo della paga, né mai si trova alcuno che sia stato, né che sia herede, né pretensore de’ tali crediti; è ben vero che questa è opportunissima occasione alli defterdari, che sono li camerlenghi di rubbare, perché cavano mandati et pagano chi vogliono, et se ne rimborsano loro tanto che si fanno richissimi, se bene non godono il rubbato, perché fin hora pochi sono stati quelli che fuori del carico hanno portata salva la robba et la vita, poiché la maggior parte sono stati inquisiti, et quelli che hanno havuto per gratia la vita, v’hanno almeno lasciato il tesoro, in modo che se rubbano, rubbano in fine per lasciarlo al re.
Hora avendo io rappresentato il stato di questi tali fondamente a Vostra Serenità pieni di tante imperfettioni, come ha inteso, è bene che anco intenda et sappia in che termini si attrovano le provintie et li popoli di questo Imperio, poiché da pochi anni in qua per li accidenti occorsi di guerre, di strettezze, di danaro et di crudeltà usate dalli imperatori, sono grandemente mutati di conditione; dove prima erano forti, uniti, obbedienti et fedeli al suo re, par che hora in gran parte siano alterati. Parlerò in generale, et dirò prima.
Che l’Asia, nella quale Sua Maestà possiede diverse provincie, per il più è alienata dalla obbedienza, poiché fra li ribelli aperti, che sono stati alla campagna, et altri bassà, che sono al governo delle provincie, che in tanto obbediscono alli commandamenti del re, in quanto le torna commodo la maggior parte, per non dir tutte, è dominata da humori particolari, et in tanto il re ne ha parte, in quanto li predetti bassà governatori delle provincie vogliono, così nel mandar militia alla guerra, come nella contributione de’ tributi, in modo che per via di simulatione il re hoggidì comporta tutti questi disordini, et cava quello che può, con speranza hora che sono stati cacciati li ribelli di ridurli alla pristina obbedienza; ma secondo che le viene occasione, per via de’ diversi allettamenti, con darli maggior carichi, o per altre vie ingannandoli, procura di estirparli et di levar loro et la vita et la robba, il che le viene fatto assai facilmente perché li grandi si odiano insieme, et per servir alla volontà del re ogn’uno s’ingegna di trapolar il compagno, et in questo modo Sua Maestà domina hoggidì tante provintie in questa parte, nella quale la Natolia et la Caramania restano per il più destrutte de’ habitationi, de’ habitanti et de’ animali, di mancanza che quando anco per un gran pezzo non vi fossero altri ribelli, con fatica grandissima potrà rimettersi; in tanto li bassà et sanzacchi che si attrovano in essa, si trattengono ancor essi con quella maggior simulatione che possono, per goder il stato presente senza travaglio.
L’Africa poi è dominata più in apparenza che in essentia, perché se non fosse la volontà propria de’ quelli mori del paese di viver in quella setta moresca, et sotto l’ombra di un imperator, che li può difender da altri principi, certo non obbedirebbero a commandamenti di Sua Maestà, perché sono per natura altieri, superbi et arroganti, et la militia turchesca è talmente incarnata in quel paese con la moresca, che in quelle delitie gode essa di haver il freno in mano et di predominare a tutti li bassà come le pare, in modo che se li popoli comportano il tributo grave, et il dominio, lo fanno per il loro particolare interesse, et per la loro conservatione, con tutto ciò l’Imperio cava grandissimo utile et commodo dalla parte dell’Egitto, perché oltre li seicento mille sultanini annuali et certi che ne riceve il re de’ contanti, cava anco due tanti di più, con quali si supplisce alla paga delle militie et alle occorenze della Meca, dove se ne manda sempre buona summa; le munitioni poi di polvere, le spetiarie, il riso et li legumi d’ogni sorte sono tante, et di tanta consideratione, che senza dubbio servono a grandissimo commodo di Constantinopoli, oltre che la navigatione, che si fa due volte all’anno de’ un buon numero de’ vasselli, che di Constantinopoli vanno in Alessandria per caricar le vittuarie sopradette, conserva et accresce la marinarezza, tanto che di essa poi si servono in tutti li altri bisogni, et perciò ha sentito gravemente la Maestà Sua con tutti li grandi, che li corsari christiani habbiano preso la volta di distruggere quella navigatione, la quale quando mancasse patirebbero Turchi estremamente, et nel commodo della città di Constantinopoli, et nel bisogno della guerra marittima; et questa è una della cause principali che fa pensare a Turchi a rimetter le forze da mare, perché conoscono che non provedendovi perderebbero molto con il tempo.
In Europa, coma sanno bene l’eccellenze vostre, la Maestà Sua possede molte provintie, parte con dominio assoluto, come la Tracia, la Thesalia, la Macedonia, tutta la Morea, l’Epiro et tutte le altre provintie molto ben note a questo eccellentissimo Senato, et altre ne possiede per via di tributo, come la Bogdania, la Valachia et la Transilvania; le prime per esser vicine al capo dell’Imperio, che è Constantinopoli, et piene di timarioti ricchi et potenti convengono viver molto soggette, oppresse et grandemente aggravate, perché essendo il paese stretto, et dominato da molti luochi forti ne i quali è tenuto presidio, pare che le ribellioni et la inobbedienza non possi haver quel fomento che ha nell’Asia, et perciò da questa parte si cava assai gente, assai danari et anco tutte le altre commodità che sono necessarie alla guerra; così per nutrire li proprii turchi soggetti alla corona, come anco li Tartari, gente ausilliaria, che altro non hanno che quello che mangiano et rubbano. Da che si può haver per certo che essendo li popoli di queste provincie aggravati già tanti anni per il peso della guerra, non solo sono impoveriti et destrutti di tutto quello che havevano, ma talmente disperati che abbraciarebbero ogni sorte di partito per liberarsi da tante calamità, poiché se per il passato havevano gravezze grandi et la perdita delli figlioli, hora più gravemente patiscono il medesimo, et per aggionta restano spogliati dalla militia di quello che doveria servir al loro vitto, in maniera tale che sono ridotti in ultima povertà et disperatione, né sanno trovar altro rimedio al loro male per non scoprir speranza in alcun principe christiano del suo bene che di farsi turchi, et di essere con gli altri alla rovina del paese, et di questa maniera liberarsi dalle gravezze.
Quanto poi alla Transilvania, Valachia et Bogdania, fin hora per li travagli che ha hauti la Porta, et particolarmente per la guerra di Ongaria, essendo convenuto a quei principi star quasi sempre con le armi in mano, il Gran Signore ha cavato molto poco, ma hora che si va riducendo alla pace, pagano et pagheranno li suoi tributi anticipatamente, per il timore che hanno di esser mutati, stante massime le male sodisfattioni che la Porta ha havuto da tutti loro, per le quali quanto prima si sentirà novità, perché li Turchi non voglione certo che il Polaco habbia alcuna pretensione sopra la Valachia et Bogdania, come pretende; di necessità vi converrà esser qualche mutatione delli presenti soggetti che regnano, perché realmente non sono descendenti delli principi naturali et antichi di quelle provincie, ma intrusi con male arti et con favore de’ altri, che per occasioni delle occupationi dell’Imperio li hanno favoriti, et li veri discendenti hora si attrovano in Constantinopoli, supplicando di esser rimessi, così per termine di giustizia, come per riputatione, in modo che se fin hora Turchi hanno dissimulato, ciò è seguito per haver l’animo et le forze impiegate in altri travagli. Queste tre provintie, perché confinano col Polaco et la Transilvania in particolare con la Ongaria, et di necessità servono al passo de’ Tartari, ha opinione, chi intende ben il governo della Porta, che Turchi habbino in animo di ridurre un giorno, se mai potranno, a begliebeati, et cacciarne del tutto quei principetti per haverne l’assoluto dominio, perché di questa maniera non solo assicurarebbono tutto il suo stato di qua del Danubio, ma con facilità potrebbono pensare contra Polachi, et anco contra l’Austria, et altre provintie della Magna; è però negotio difficile da riuscirle, non solo perché li proprii principi et li popoli si vogliono conservare nel loro dominio et nel loro ritto, ma perché il re di Polonia et l’imperatore in ogni tempo gli lo impediranno per li loro interessi.
Appresso possede la Maestà Sua molte isole, così nell’Arcipelago come fuori, quasi tutte habitate da Greci, dalle quali, oltre l’utile et il commodo delli frequenti commercii, della maestranza et della marinarezza, cava anco una grossa summa de’ sultanini per il carazzo delli habitanti, et molte cose necessarie per l’Arsenale, come pegole, feramenta, tellami, legnami di ogni sorte. Li popoli di queste sono aggravati quanto comporta la rapacità della natura de’ Turchi, così da quelli che assistono al loro governo come dalli capi et bei delle galee che sono alla guardia dell’Arcipelago et d’altri luochi, ma in particolare dal capitano del mare, perché essendo parte di esse isole applicate per l’entrata di lui, et quelle, et tutte le altre dell’Arcipelago sotto il suo governo, le tratta a modo suo, et sempre male, perché li Turchi non sanno far bene ad alcuno, massime a Christiani, onde restano ancor loro malissimo sodisfatti et desiderosi di sentire et di veder qualche novità et rivolta, amando essi il dominio de’ Franchi, et in particolare della Serenissima Signoria, al nome della quale si rallegrano sempre et s’inchinano, et quando le occorre vedere o galee o altro vassello della Repubblica, mostrano segni di grande consolatione, et li usano sempre considerabile cortesia, sumministrandoli tutti li bisogni et dandoli ciò che sanno desiderano.
Nel mio tempo questo re si ha trovato occupato in tre importantissime guerre, due delle quali sono state con principi esterni, et una civile nel proprio stato. La principale è stata quella della quale hanno havuto origine et sono state fomentate le altre, et fu in Ongaria con l’imperatore; la quale doppo il corso di 16 anni ha terminato di quel modo che sa Vostra Serenità et ogn’una delle signorie vostre eccellentissime.
L’altra è con il re di Persia, fatta già di sei anni, et l’ultima, più recente, è quella delli proprii sudditi ribelli. Nella guerra di Ongaria ha il Gran Signore speso grand’oro et consumato numero infinito di militie vecchie et valorose, et, se bene pare che abbia più tosto acquistato che perduto in quelle parti, nondimeno il danno che ha ricevuto dalla guerra di Persia, et dalli ribelli, tutto causato da quella d’Ongaria, è stato et è così grande che non si può esplicare, et certa cosa è che se fosse continuata haveria posto la Porta in irreparabili travagli; però con tanta ansietà hanno desiderata la pace, et con indicibile allegrezza conclusa.
In quella di Persia ha perduto il Gran Signore non solo grandemente di riputatione, ma di stato et di forze, quanto habbia mai perduto quell’Imperio in alcuni tempi, perché, oltre le tre rotte date da quel re al capitano Cigala morto, nelle quali tre anni sono gli disfece un essercito di più di 160 mille soldati veterani, gli prese anco più di 150 pezzi di artiglieria, et tante altre armi et munitioni quanto basta ad imaginarsi; fin hora anco si ha impatronito di Tauris, Gengè di Cars, di Demircapì, di Servan, di Revan, di Tiflis, et di tanti altri castelli che sono in quelle provincie fino alli confini di Arzirum, et se havesse quel re caminato questi dui ultimi anni come ha fatto li primi, indubitamente hoggidì si ritrovarebbe nella Natolia, padrone di molte altre provincie, perché dalla morte del Cigala in qua, mai la Porta ha potuto mandargli essercito formato contra, così perché le militie di Europa erano impedite nella guerra di Ongaria, come perché quelle di Asia stavano occupate contra li ribelli in Natolia et Caramania.
Questo re di Persia, per esser giovane di 32 anni in circa, bellicoso, accompagnato dalli chiurdi et confederato con li quattro principi georgiani, desidera grandemente continuare la guerra contra Turchi perché, se bene ha ricuperato tante provintie, come hanno inteso le signorie vostre eccellentissime, stima però di haver fatto poco, se non si pone in Babilonia, sede antica de’ suoi antenati; per tanto al mio partire se intendeva come era grosso in campagna, accompagnato da molti ribelli de’ Turchi, con fine di espugnare Arzirum et Van, per passare poi all’impresa di Babilonia, et a quelli confini li bassà di Mesopotamia et di Bagadet si provedevano, et dubitavano grandemente di tanto apparato, et alla Porta havevano fatta instanza di militie et de’ danari per ripararsi. È vero che in Constantinopoli si ritrovava un personaggio persiano mandato da quel re molti mesi sono, sotto colore di esser dipendente dal suo primo vesir, che hebbe necessità di rispondere ad una lettera scrittagli da Amorat bassà generale concernente negotio di pace, ma la verità è che havendo inteso il re le negotiationi frequenti di pace che si trattavano tra il Gran Signore et l’imperatore, dubitando che passassero innanzi, volse inviar questo soggetto per haverne da sicura persona la certezza. Questo ambasciatore, o personaggio che sia, ha sempre negotiato sagacemente la pace alla Porta con questi termini, che al suo re fosse liberamente lasciate possedere tutte le provincie acquistate fin hora, le quali erano di ragione del regno di Persia, et che di presente li confini fra il suo re et l’imperator restassero posti nella provincia di Arzirun esclusive che quando havesse parola di tale apuntamento, sperava che il suo re facilmente si sarebbe contentato, né si lasciava intendere di haver commissione di concluderla meno in questi termini et con tali conditioni. Et questa così accorta negotiatione dava segno a Turchi che più tosto questo fosse non modo di trattenerli et di deviarli dalle provisioni che termine rissoluto di voler concluder la pace. Però anco il bassà trattava irresoluto, né mai volse condescender ad alcun particolare; solo ultimamente gli disse che facesse capitare alla Porta soggetto di consideratione con auttorità di concluder la pace, perché facilmente si sarebbono accordati, et al mio partire il predetto soggetto haveva havuto licentia di passarsene in Persia al suo re con questa rissoluzione. Questo ambasciatore più volte desiderò ritrovarsi con me, come spesso l’ambasciator d’Inghilterra si ritrovava con lui; ma io anco con sua sodisfattione non volsi mai abboccarmi per levar a Turchi ogni ombra di sospetto, ma però intesi quanto egli mi voleva communicare, il che era l’affermarmi che il suo re era rissoluto di continuare la guerra, che si doleva grandemente che, havendo aperta la strada a principi christiani per ricuperare il suo, et di opprimere con molta facilità il commune nemico, in capo a tanto tempo, nel quale egli haveva fatto tanti progressi, alcuno non si fosse mosso; anzi che l’imperatore, con il quale haveva firmato una perpetua rissolutione di guerra contra Turchi, havesse con sprezzo di giuramento et di parola imperiale, conclusa la pace, con tanto pregiudizio della Christianità, et offesa sua. Che haveva il suo re espedito ambasciatori al papa et a tutti li principi di Christianità per farli certi della sua buona volontà, et della sua rissolutione, per saperne con fondamento la loro intentione, perché saria stato sempre constante et risoluto alla guerra, quando havesse veduto che dalla parte di Europa li stati et le forze del Gran Signore fossero state invase da loro, et in questo modo egli haverebbe potuto sperare con certezza acquisti grandi. Che si sarebbono nutriti et accresciuti li ribelli, et si sarebbe con facilità confusa potentia così formidabile, come era quella de’ Turchi; che ad altro non era stato mandato alla Porta che per osservare li andamenti di essa, et quanto si trattava per la parte dell’imperatore, che ritornato che fosse al suo re gli haverebbe dato conto di tutte le cose con fondamento di verità, et che sperava di ritornarsene presto alla Porta, con il medesimo fine che era stato fin hora, quando però il re suo non fosse stato sforzato alla pace dalle honorevoli conditioni che gli erano state accennate da Amorat bassà primo vesir. Mi fece dire appresso che il Tartaro di Osbech era huomo infedele et doppio, che ad instantia del Gran Signore havea dato de’ gran travagli al suo re, ma che anco era stato castigato di quel modo che meritava la sua temerietà, et finalmente mi fece accennare che quando il peso di tutte le forze de’ Turchi si volgessero contro il suo re, et non fossero per qualche verso in parte divertite, che facil cosa sarebbe stata il sentire anco un honorevole accommodamento in Persia, et che all’hora poi Christiani con ragione haveriano da dubitare et da dolersi di sé medesimi, et non del suo re; et questo è quanto di Persia io posso rappresentare a Vostra Serenità et alle vostre signorie eccellentissime.
La guerra poi ultimamente introdotta dalli ribelli ha havuto origine dall’accrescimento fatto delle militie per supplire al bisogni di più guerre, et dal non essersi pagate alli suoi tempi ordinarii, ma molto più dall’avaritia de’ ministri principali, li quali vendendo tutti le cariche, hanno causato tanta tirannide nelli governatori delle provincie et città, che non potendolo li popoli sopportare, hanno per necessità convenuto darsi alla inobbedienza et alla ribellione, et sono stati così potenti et grossi, et commandati da capi di valore, che non è stata provincia dell’Asia Minore che non sia stata restata da loro travagliata, in modo che le città et il paese tutto è stato talmente combattuto che hoggidì si attrova per la maggior parte dishabitato, fatto inculto et desolato; et perché contra di questi non potè il re mandar mai sufficiente essercito per distruggerli, né con il negotio far tanto che bastasse a componerli, ritrovandosi Ali Giovanni Polat patrone di Aleppo, et confederato con tutti li principali signori della Soria, et in campagna con più di 24 mille eletti cavalli, in buona intelligenza anco con Calender Oglì et Seid arabo, capi di ribelli nella Natolia, si rissolse finalmente Sua Maestà di tralasciare tutte le altre et attender a questo eleggendo, come fece due anni sono, Morat bassà primo vesir per generale contra di loro, acciò con tutte le milizie dell’Imperio tentasse di superarli, come gli andò fatto, perché essendosi ridotto con un floridissimo essercito nella Soria, et essendo stato aspettato et assalito da Giovanni Polat, restò più per buona fortuna che per valor delli soldati ottomani vittorioso, da che ne nacque la ricuperatione della città di Aleppo, et la disperatione di Giovanni Polat, per la quale si andò a dare in mano del re con sicurtà della vita. La quale rotta di Giovanni Polat fu causa anco che li altri capi di ribelli, con tutti li suoi seguaci, perdessero molto di riputatione et restassero confusi et rotti, l’anno dietro, dal medesimo bassà con due giornate sanguinosissime, come a quel tempo scrissi a Vostra Serenità, sì che quelli pochi che restarono, che furono da dieci mille con li loro capi già nominati, convennero ritirarsi in Persia, et fatti persiani furono da quel re ben veduti, ricevuti et accarezzati; et il bassà vittorioso delli ribelli, et glorioso di haver ricuperato oltre Aleppo anco Bagadet, che con il crido di tante vittorie gli cascò in mano, volse ritornare alla Porta con pensiero nel camino di passare contra Giusuf bassà, essattore nella Natolia, che si attrova nelle parti di Magnesia, per distruggerlo, essendo tenuto ancor egli per ribelle, poiché mai ha voluto obbedire alli commandamenti imperiali, ma sforzato il bassà dalla stagione, et dalle militie, che non volsero seguirlo, gionto in Angori convenne abbandonare l’impresa, et ritirarsi a Constantinopoli, lasciando questo soggetto in campagna con più di dieci mille buoni soldati, destinato et tenuto per ribelle da tutti; et se bene al mio partire dalla Porta per esser nel mezzo dell’inverno, non si sentiva nella Natolia gran mossa de’ ribelli, tuttavia l’esser questo Giusuf in piedi, et il sentirsi diversi residui in molti luochi de’ huomini cattivi, che infestavano il camino, teniva tutti li grandi in sospetto che non fosse del tutto questo male delli ribelli estinto, però attendevano la primavera per veder dove inclinassero li pensieri di questi tali, et quello anco che fosse occorso de’ gli altri fuggiti al Persiano, li quali minacciavano di voler ritornare nella Natolia sua patria più potenti et più disperati di prima. Appresso anco vivevano con gran pensiero delle forze del re di Persia, perché s’intendeva che facesse gran preparamenti per tranferirsi a fare la impresa di Arzirum et di Van, per impatronirsi poi di Babilonia, ma sia quello che voglia, dureranno li Turchi gran fatica a far rihabitar la Natolia de’ proprii habitanti, perché infiniti ne sono morti, et li restanti vivi si attrovano senza sostanza alcuna fuggiti nelle città di Scutari, Pera et Constantinopoli, arteggiando et mendicando senza alcun pensiero di poter ritornar alle loro case, poiché sono state abbruciate, et li meschini s’attrovano nudi, onde, levate alcune delle città principali, tutto il resto si ritrova dishabitato, inculto et fatto ombra di morte; et, se bene a questo il bassà primo vesir ha l’occhio et la mira di rimettere il paese, per non lasciar perder l’Imperio, si può dire il suo giardino et le sue ricchezze, con tutto ciò dispera di poterlo fare per molti contrarii nei quali s’incontra, onde, se bene pare che restino disfatti li ribelli, resta però la Porta disfatta anco di grandi entrate, de’ numero infinito de’ vassalli et priva di tanti apprestamenti per l’armata, et di tante altre cose, che realmente non si può rappresentare la miseria et la calamità nella quale si ritrova quella provincia. Et se io devo riverentemente rappresentare il mio senso in questo proposito de’ ribelli, dirò che credo che difficilmente siano per liberarsene del tutto, perché dove non regna la giustitia et dove non ha luoco la ragione, et che il tutto passi con la forza dell’oro, per necessità bisogna che in quel luoco vi habiti la inobedienza et la tirania, dalle quali cose hanno origine le ribellioni de’ sudditi, essendo massime li soggetti senza buona religione, et non fondati nel viver moralmente, ma dediti del tutto al senso, alli vitii et alle dishonestà, né altro più proprio rimedio saria per levar del tutto questa infettione che una regola di buon governo, et un ridurre le militie ad un numero possibile ad esser sempre pagate; il che non si potendo fare per esser già trapassato in natura il mal uso, de’ qui è che io credo et tengo per certe che mai quell’Imperio sia per star libero da questa contagione, forse anco nutrita da grandi per li suoi dissegni, et per le mala sodisfattioni che passano fra di loro. In tanti travagli et guerre, nelle quali hanno lungamente versato, vanno hora dissegnando Turchi tutte le cose alla quiete, et a ridurre del tutto l’Imperio in pace, perché restandogli solamente la guerra di Persia in piedi, il sospetto de’ altri ribelli et la perturbatione della navigatione in mare, attende questo primo vesir a preparare quelle maggiori forze che potrà, così per mare come per terra, per mover a questa stagione quelle di terra, dove più il bisogno le ricercherà, et quelle da mare contra l’armata di Fiorenza, et d’altri vascelli, per veder di assicurare il viaggio di Alessandria, et anco per vendicarsene delli danni et del vituperio ricevuto l’anno passo. Ma restano così dispari le forze de’ Turchi, se bene havessero cento galee, dalli galeoni armati da corso di Fiorenza et altri, che sarà buona fortuna loro se non s’incontreranno in essi, poiché, come sa benissima la Serenità Vostra, il mare da molti anni in qua ha mutato faccia, et resta commandato et dominato più da vasselli tondi ben armati da guerra che da galee sottil, poco atte a stargli a fronte et a combatterli, come tante volte si ha esperimentato, et però da qui innanzi con termini diversi dal passo, bisognerà pensare a prevalere nel mare, stimando io per questo rispetto principale le forze marittime turchesche indebolite, perché Turchi non hanno il modo di poter armar galeoni da guerra et galee grosse, ma solo galee sottili, et queste anco malamente perché mancano di marinarezza atta a governare tali vasselli, et de’ huomini da commando di gravità et di honore. Et se ben abbondano de’ corsari, questi hoggidì con li predetti galeoni armati perdono il sapere et la intelligenza, come più volte di loro propria bocca hanno affermato, dicendo che come prima le navi non potevano resister alle prove delle galee, così hora le galee non possono star a vista di esse, quando sono armate da guerra. Ma sia come si voglia, è svegliato in Turchi l’odio grande contra Cristiani per li danni ricevuti et per li molti schiavi monsulmani che si attrovano nelle loro mani, et desiderano veder in pace il suo regno per pensare ad alcuna importante impresa contra di loro, la quale conveniria cadere o sopra il stato di Vostra Serenità, o contra Polachi; et se bene la farebbono più volentiera contra Spagnoli, Maltesi et Fiorentini, nondimeno per stimarla molto difficile, per non dir impossibile, credo io che la tralasciariano, stimando di non potervi pensare stante le isole di Candia et di Corfù in mano della Serenissima Signoria, stimate da loro importantissime; et però a queste doverà haver l’occhio la Serenità Vostra, tenendole ben presidiate et meglio munite, poiché quando venisse voglia a Turchi di tentarle, le tentarebbono più con speranza di acquistarle con la fame che con la forza delle armi, havendo questo concetto che patiscono grandemente de’ grani, et che il regno di Candia in particolare non possi sostentarsi senza l’aiuto delli formenti del loro stato; il qual regno è stimato da loro molto importante, et atto a fare grandissima armata quando fosse nelle loro mani, havendo io inteso a dire diverse volte da molti di quei grandi che quel regno nella mani di Vostra Serenità non vale per un quinto di quello che valerebbe nel dominio del suo imperatore, et mi adducevano le ragioni come ottimamente informati, le quali sono che la Repubblica lo governava con molto rispetto, che li vassalli erano pochissimo aggravati et che sempre s’attrovano in penuria del vitto; che all’incontro, ricchezze, con tutto ciò dispera di poterlo fare per molti contrarii nei quali s’incontra, onde, se bene pare che restino disfatti li ribelli, resta però la Porta disfatta anco di grandi entrate, de’ numero infinito de’ vassalli et priva di tanti apprestamenti per l’armata, et di tante altre cose, che realmente non si può rappresentare la miseria et la calamità nella quale si ritrova quella provincia. Et se io devo riverentemente rappresentare il mio senso in questo proposito de’ ribelli, dirò che credo che difficilmente siano per liberarsene del tutto, perché dove non regna la giustitia et dove non ha luoco la ragione, et che il tutto passi con la forza dell’oro, per necessità bisogna che in quel luoco vi habiti la inobedienza et la tirania, dalle quali cose hanno origine le ribellioni de’ sudditi, essendo massime li soggetti senza buona religione, et non fondati nel viver moralmente, ma dediti del tutto al senso, alli vitii et alle dishonestà, né altro più proprio rimedio saria per levar del tutto questa infettione che una regola di buon governo, et un ridurre le militie ad un numero possibile ad esser sempre pagate; il che non si potendo fare per esser già trapassato in natura il mal uso, de’ qui è che io credo et tengo per certe che mai quell’Imperio sia per star libero da questa contagione, forse anco nutrita da grandi per li suoi dissegni, et per le mala sodisfattioni che passano fra di loro. In tanti travagli et guerre, nelle quali hanno lungamente versato, vanno hora dissegnando Turchi tutte le cose alla quiete, et a ridurre del tutto l’Imperio in pace, perché restandogli solamente la guerra di Persia in piedi, il sospetto de’ altri ribelli et la perturbatione della navigatione in mare, attende questo primo vesir a preparare quelle maggiori forze che potrà, così per mare come per terra, per mover a questa stagione quelle di terra, dove più il bisogno le ricercherà, et quelle da mare contra l’armata di Fiorenza, et d’altri vascelli, per veder di assicurare il viaggio di Alessandria, et anco per vendicarsene delli danni et del vituperio ricevuto l’anno passo. Ma restano così dispari le forze de’ Turchi, se bene havessero cento galee, dalli galeoni armati da corso di Fiorenza et altri, che sarà buona fortuna loro se non s’incontreranno in essi, poiché, come sa benissima la Serenità Vostra, il mare da molti anni in qua ha mutato faccia, et resta commandato et dominato più da vasselli tondi ben armati da guerra che da galee sottil, poco atte a stargli a fronte et a combatterli, come tante volte si ha esperimentato, et però da qui innanzi con termini diversi dal passo, bisognerà pensare a prevalere nel mare, stimando io per questo rispetto principale le forze marittime turchesche indebolite, perché Turchi non hanno il modo di poter armar galeoni da guerra et galee grosse, ma solo galee sottili, et queste anco malamente perché mancano di marinarezza atta a governare tali vasselli, et de’ huomini da commando di gravità et di honore. Et se ben abbondano de’ corsari, questi hoggidì con li predetti galeoni armati perdono il sapere et la intelligenza, come più volte di loro propria bocca hanno affermato, dicendo che come prima le navi non potevano resister alle prove delle galee, così hora le galee non possono star a vista di esse, quando sono armate da guerra. Ma sia come si voglia, è svegliato in Turchi l’odio grande contra Cristiani per li danni ricevuti et per li molti schiavi monsulmani che si attrovano nelle loro mani, et desiderano veder in pace il suo regno per pensare ad alcuna importante impresa contra di loro, la quale conveniria cadere o sopra il stato di Vostra Serenità, o contra Polachi; et se bene la farebbono più volentiera contra Spagnoli, Maltesi et Fiorentini, nondimeno per stimarla molto difficile, per non dir impossibile, credo io che la tralasciariano, stimando di non potervi pensare stante le isole di Candia et di Corfù in mano della Serenissima Signoria, stimate da loro importantissime; et però a queste doverà haver l’occhio la Serenità Vostra, tenendole ben presidiate et meglio munite, poiché quando venisse voglia a Turchi di tentarle, le tentarebbono più con speranza di acquistarle con la fame che con la forza delle armi, havendo questo concetto che patiscono grandemente de’ grani, et che il regno di Candia in particolare non possi sostentarsi senza l’aiuto delli formenti del loro stato; il qual regno è stimato da loro molto importante, et atto a fare grandissima armata quando fosse nelle loro mani, havendo io inteso a dire diverse volte da molti di quei grandi che quel regno nella mani di Vostra Serenità non vale per un quinto di quello che valerebbe nel dominio del suo imperatore, et mi adducevano le ragioni come ottimamente informati, le quali sono che la Repubblica lo governava con molto rispetto, che li vassalli erano pochissimo aggravati et che sempre s’attrovano in penuria del vitto; che all’incontro, quando fosse in mano del loro imperatore, lo commanderia assolutamente senza dubbio et pericolo di alcun ammutinamento, che lo teniria abbondante de’ grani et d’ogni sorte de’ vittuarie, et che sicuramente ne caveriano l’armar di cento galee senza nessuna spesa con le quali, presso a quelle che possono havere, dicono, che indubitatamente il Gran Signore si facci monarca del mare et della terra. In questo concetto tengono quel regno per esser li habitanti ricchi et grandemente atti a maneggiar le armi, et molto inclinati alla marinarezza et alla navigatione, conoscendolo per esperienza per quelli candiotti che, o rinnegati o in altra maniera, servono sopra l’armata turchesca, che riescono mirabilmente; et però è da dubitare che quando si ritrovassero in pace, et ristorati dalli danni et spese passate, che facilmente potessero applicare l’animo alli stati della Serenissima Repubblica più per farsi stradda facile al danno de’ altri Cristiani che per mala inclinatione che hora le habbiano, essendo Turchi, massime quelli che governano, molto ben edificati dalla buona pace che le ha conservato la Serenissima Repubblica in tempo delli loro travagli, et dell’ottima volontà et dispositione che ha sempre a loro dimostrata.
Potriano con l’istessa facilità moversi contra Polachi, et stimeriano poter far la guerra non solamente giusta, per vendicarsi delli affronti ricevuti, ma commoda per la vicinanza del Tartaro crimiense che li confina, conservando Turchi memoria del tributo levato loro da Polachi delli 40 timpani di zibellini all’anno, per sottrahersi dal nome di tributarii et dall’obbligo di dipender dalla Porta nella elettione del loro re, punto preteso altrettanto da Turchi quanto abhorito da Polachi, appresso per haver grandemente a cuore che li detti Polachi si habbino arrogato la protettione del principe et del stato di Bogdania, oltre che delli Cosachi, che sono banditi di Polonia, et della qualità de’ Uscochi, sentono continuamente gravissimi danni nel Danubio, et specialmente alle bocche del Mar Maggiore, li qual Cosachi, dicono Turchi, che sono spalleggiati da Polachi et da Bogdani, perché vivono ed escono da quel paese; et se bene odiano li Turchi mortalmente li Spagnoli, col nome delli Italiani loro sudditi, coma Napolitani et Siciliani, et non meno di questi li Fiorentini et li Maltesi, come ho detto, per li molti danni et scorni ricevuti, et che giornalmente ricevono da loro vasselli armati, nondimeno per estimare più difficili le imprese de’ loro stati, come lontani, et più facile quella delli stati di Vostra Serenità, è da dubitare che inclinassero più facilmente a questa che a quelle, credo bene che per mover guerra alla Serenissima Repubblica voriano tempo da poter preparare buona armata et buona munitione di oro, per poter con gran forze muoversi, il che potria ritardare alquanto li suoi pensieri, presupponendo anco che la Serenissima Repubblica, doppo tanti anni di pace, habbi sempre pensato alla guerra da questa parte, et habbi ben accommodato il suo stato di fortezze et l’armata da mare de’ validissimi presidii, che sono le galee grosse, stimate da loro formidabili, così per la prova seguita contra di loro medesimi, come per quello che di recente hanno sentito del suo gran potere. Appresso stimano che la Repubblica si attrova con molti danari, et molto favorita dall’amore de’ suoi vassalli, per il concetto che hanno della molta prudenza con che li governa, et conoscono che il moversi contra di lei saria un eccitar tutti li altri principi cristiani all’unione contra di loro, ma in queste considerationi alcuni d’ingegno più sottile discorrono anco all’incontro per facilitar la loro intentione sopra la poca intelligenza che passa fra Cristiani, le imperfettioni et difficoltà che nascono nelle leghe, et ben spesso la tardanza et discordia che se le intramette, et al presente per li accidenti di guerra che passò col pontefice, havendola scoperta sola rissoluta alla diffesa, ancora che Sua Santità fosse stata unita con le forze di Spagna, stimano che Vostra Serenità per sé stessa possi molto, et che sola vorrebbe con molte forze difendersi; il qual concetto, per riputatione pubblica, è sempre stato da me disseminato et divulgato in tutte le occasioni, in maniera che è accresciuta la Repubblica tanto di riputatione presso di loro, così per il modo di trattare che si ha tenuto a quella Porta, come per il concetto che hanno che, oltre la rissolutione vi saria nella Serenissima Repubblica animo et forze da resister et difendersi, che al sicuro penseranno sempre assai alle cose loro.
Questo buon concetto, Serenissimo Principe, è stato combattuto et procurato di diminuire grandemente dagli ambasciatori di Ragusi, li quali nel tempo particolarmente che versano le difficoltà de’ Lagosta per vendicarsene, oltre li travagli datimi importantissimi, sempre hanno tenuti informati li bassà, et altri personaggi della Porta, di tutto quel più che poteva servire a deprimer le forze et la grandezza della Repubblica, et a suggerirle nell’animo tutto quello che le potesse esser d’incommodo et di travaglio, informandoli sinistramente di tutte le cose, come se fossero stati aperti nemici, in modo che posso dire con verità che tutto il male che è stato disseminato, et il mal animo che hebbe li primi due anni del mio bailaggio il re, et li grandi della Porta, tutto habbia havuto origine dal perfido et sinistro loro proceder; et io ho toccato questo negotio con mano, come con mie lettere più volte ho avisato, poiché nelle fastidiose trattationi che ho havuto con li bassà, et altri, li ho scoperti impregnati, anzi che più volte ciò mi è stato confidentemente communicato da bassà miei amici, così per farmi favore, come per gara che passava tra loro bassà, affine che potessi più facilmente reggermi nelli negotii, et guardarmi da chi offendeva la Repubblica, ma, lodato Dio, che essendo stato terminato il negotio de’ Lagosta, né havendo havuto Ragusei alcuna più occasione di far arz al re et di sparger il loro veneno, anzi havendo li Turchi havuto conoscimento delli sinceri pensieri della Serenissima Repubblica, quel primo mal concetto, che era anco nutrito da bassà primi vesiri mal affetti, si sia del tutto levato dalla memoria del re, et de’ tutti li bassà, li quali per esser hora ben disposti verso questo Serenissimo Stato, stimano per suo interesse il conservarsi in buona intelligenza con Vostra Serenità, come più volte me lo hanno affermato, et io gli l’ho scritto.
Hanno Turchi, nel mio tempo, sentito gravissimi danni da corsari ponentini d’ogni sorte, li quali, così nell’Arcipelago come nel viaggio di Alessandria, gli hanno preso molti vasselli carichi di ogni sorte di munitione, per il che, et nella marinarezza, et nel commodo del viver della città si sono gravemente risentiti, et sia certa Vostra Serenità che chi levasse a Constantinopoli il commodo della polvere, delli legumi d’ogni sorte, di riso, de’ zucari et de’ spetiarie che cavano dall’Egitto, delle quali cose il Turco per natura fa gran consummo, gli levaria sicuramente un terzo, per non dir la metà, dell’uso del vivere, et si riduriano in gran necessità, non havendo da altra parte del suo stato quello che cavano dall’Egitto; onde fu tanto il dispiacere et il danno che sentirono dalla presa fatta nel primo anno del mio bailaggio da Inglesi di un bellissimo loro galeone, che ricchissimo tornava da qual viaggio, et reiterato per li continui danni ricevuti poi da corsari italiani, et ultimamente da fiorentini per la presa de’ tanti galeoni et caramussali carichi di tanta ricchezza, et de’ tanti Monsulmani, che pur ritornavano da quel viaggio, che sapendo che la prima presa fosse stata fatta principalmente da un corsaro inglese ben accompagnato da altri vaselli de’ principi d’Italia, vennero in opinione di pensare di levare l’amicitia che hanno col re d’Inghilterra, et ne tennero particolar consultatione nella quale, doppo molti discorsi, fu considerato che, se al presente si ritrovava quel re finto amico non era bene farlo dichiarire aperto nemico, perché non potendo quel regno esser travagliato da loro in alcuna parte, et potendo essi da quello, col mezzo delli suoi bertoni armati sentir notabilissimi danni nel viaggio predetto di Alessandria, et anco nel resto della navigatione, rissolsero di passarsela con dissimulatione; ma non si poterono tener tanto in freno che non dessero segno del loro mal animo perché, ritrovandosi nel porto di Constantinopoli un vascello inglese, che era stato preso nelle acque di Cipro con merci di Soria da Saban bassà luogotenente da mare, asserendo che fosse corsaro, et mandato al Gran Signore, mentre l’ambasciatore inglese si sforzava di farlo conoscere per mercantile et non de’ corsari, una notte all’improvviso fu fatto abbrucciare con tutto il suo carico, et ne fu causa, come poi si scoperse, Dervis, all’hora bostangi bassì, che eccitò il re a questo per far vendetta in parte delli danni ricevuti; né di esso potè l’ambasciatore ricuperar altro che li huomini, ben con fatica, li quali erano stati posti in galea, et per li ultimi danni havuti da Fiorentini vennero Turchi in pensiero di levare la prattica de Cristiani in Gierusalemme per la visita del Santissimo Sepolcro, con opinione di mover per questa via tutta la Christianità a far desister le Christiani dal corso et alla restitutione delli loro turchi schiavi. Ma neanco questo concetto fu posto in essecutione per li loro proprii interessi, cavandone Turchi grande utilità dalli pelegrini che visitano quel santissimo luoco, il che mi dà occasione di dire alle signorie vostre eccellentissime che se il re di Spagna, et quelli che corseggiamo il mare aspirando a prede et a danni de’ Turchi sapessero di quanta importanza è all’Imperio la navigatione di Alessandria, et il commodo che da essa ricevono, et conoscessero la facilità di levarglielo, forse che non penseriano ad altro, et lasceriano in pace li vasselli de’ altri principi loro amici, perché con poco travaglio, con poca spesa et con grand’utile loro gli fariano un’asprissima guerra et un danno inesplicabile; et Turchi, che prevedono il pericolo, si sforzano hora di provedergli con tutto il loro potere per non lasciar prender piede ad un male così grave et molesto, essendo io sicuro che se anco gli venisse proposta la pace o tregua da Spagnoli et da Fiorentini, l’abbracciarebbono più che volentieri, così perché hora inclinano grandemente alla pace con tutto il mondo, come perché s’avedono di poter operar poco a’ suo servitio contra li predetti principi, et vorrebbe questo bassà primo vesir, come vecchio et esperimentato, trionfare di haver posto l’Imperio in pace con tutti per riordinare, se fosse possibile, anco il governo caduto per le lunghe guerre in disordinatissimi abusi, onde per levarli et per introdurre l’antica forma di esso, per riordinare la militia et per accumular danari, et altre cose necessarie, conosce il bisogno di qualche anno di pace; et questo è concetto non solamente del primo vesir et de’ grandi, ma della militia istessa, stracca et afflitta, in particolare delli timarioti, o feudati, che ogni anno convengono passar alla guerra in paesi così lontani et incommodi, con tanta spesa et mortalità de’ animali, essendo obbligati di andarvi, se vogliono conservarsi nella possessione de’ luochi, che altrimenti li perderebbono.
La Porta al presente passa in buona intelligenza et si conserva in amicitia con il re di Francia, con il re d’Inghilterra, con il re di Polonia, con la Serenissima Repubblica, et anco con l’imperatore et con li arciduchi di Austria per la pace ultimamente conclusa; et in Constantinopoli vi è la residenza delli ambasciatori di Francia, d’Inghilterra et di Vostra Serenità, et per il re di Polonia vi soleva stare un agente, come anco tengono un agente il re de’ Tartari crimiense, il Bogdano, il Valaco et il Transilvano.
Il re de’ Tartari di Osbech non tiene ambasciator alla Porta, ma però passa in buona corrispondenza con il Gran Signore per esser dell’istessa setta maumettana. Questo è quello che confina con Persiani, et che viene invitato et sollecitato grandemente da Turchi a tenerlo in continua guerra, come pare ch’habbia fatto quest’anno passato con gran sollevamento de’ Turchi, havendo convenuto il re di Persia star perciò occupato nella diffesa del suo regno; et come di questi Tartari non si servono mai li Turchi nelle guerre, per esser soggetti al loro re solamente, così di quelli del Crimiense se ne vagliano in tutte le occorrenze, come tributarii et soggetti che così proffessa la Porta, che siano per la mossa de’ quali non fa il Gran Signore gran spesa perché quella non è militia stipendiaria, solamente manda al re tartaro, quando lo vuole far levare con gente, un presente di vinti mille cechini per li stivali, come dicono, da montar a cavallo, una spada et una veste per honore. Nel resto, se ben fossero cento et doi cento mille, tutti vivono alla busca, si pagano delle prede, del riscatto de’ schiavi et mettono a bottino tutto il paese per dove passano et nel quale guereggiano, che così gli è permesso di fare senza obligo di altra obedienza et soggettione che quella che portano al loro re, o al capo che li guida, il quale per il più è il re proprio, o il principe, et questi sono tanti, et in tanto numero, se ben gente imbelle et inerme, che con tutto che di essi sempre in tutte le fattioni se ne faccia sanguinolente consummo et stragge, non mancano però mai. Questa militia serve a cavallo, anzi con doppi cavalli per uno, perché di essi così nelli viaggi lunghi come nella penuria di vittuarie, si servono per il loro vitto.
Fra tutte le amicitie che ha il Gran Signore con li principi, narrate a Vostra Serenità, conoscono bene li grandi della Porta che nissuna gli sia più utile et necessaria per li loro interessi di quella della Repubblica, perché, se bene con la Franza vi è qualche sorte di commercio, non è però tale et tanto che basti a tenerli per questo in gran stima et conto, ma realmente conservano l’amicitia con Franza per l’inimicitia che hanno con Spagna, et perché proffessano parentella con loro, et vincolo d’un antico maritaggio. Et con Inghilterra, se bene odiano mortalmente quella natione, come data al corso, alla rapina et al disturbare la navigatione, et stimano che tutti li loro bertoni siano da corso con la buona occasione; non ostante ciò si conservano in una apparente amicitia per tema che hanno che un’armata de’ loro galeoni non si mettesse a levarli et disturbali il viaggio di Alessandria, importantissimo et di estrema consideratione, come ho detto. Ma se conservano amicitia con la Repubblica, oltre li altri rispetti, vi è quello dell’utile delli datii in moltissime scalle, il quale ascende a grossissima summa, et del quale ne fanno gran conto per le loro entrate. Per tanto fra tutti lo ambasciatori non c’è il più nominato et stimato di quello della Serenissima Repubblica, né c’è chi possa più del suo bailo, poiché oltre la honorevolezza et splendidezza della casa aperta a tutti, riescono di gran consideratione, allettano et obbligano grandemente gli animi li presenti che con opportunità se gli fanno, tanto che si può dire che quello che non può far il bailo di Venetia non lo possi far neanco gli altri. Et certo che mi è occorso esperimentare in alcuni interesi communi l’auttorità della Serenissima Repubblica, et ho ritrovato che quello che non hanno potuto ottenere gli altri uniti, io solo assai facilmente ho conseguito; il che riesce per la natura avida et rapace de’ Turchi, li quali per il più non hanno altro fine che’lproprio interesse et l’utile, non sapendo loro che cosa sia termine di creanza et di honore; anzi che, parlando delli grandi, non vi è alcuno che viva con fine principal di servire al suo re et di giovare all’Imperio, ma tutti attendono al proprio et a sfogare li suoi desiderii, et al bene presentaneo. Et de’ qui sono nate tante guerre inconsiderate, ingiuste, dannose et precipitose, perché sono state causate da bassà primi vesiri per sfogar il loro odio et la mala volontà concepita contro o qualla tal natione o quel tal soggetto, essendo il re in tali negotii come un pennello da vento, esposto al voler del primo vesir che commanda, o di qualche altro in potestà del quale habbia rimesso il governo del suo Imperio, perché come quello che mai sa altro che ciò che da questi le viene detto, né ha alcuna minima cognitione delle cose del mondo, ingannato dalla credenza s’applica immediate a ciò che le viene sumministrato, credendo che quello sia il ben suo, et il servitio del suo Imperio. Però è regola infallibile coltivare sempre l’animo de’ chi commanda de’ buoni pensieri, et procurar di haverlo sempre affettionato et inclinato, perché con questo si viene a viver sicuri da tutti li travagli, si superano tutti li mali incontri et si ottiene appresso poco ciò che si desidera. Il male è che un tempo in qua non si ha veduto durar li primi vesiri o altri soggetti favoriti dal re, molto tempo nel carico, et ciò nasce così per la natura di questo re, che è di sua volontà, et si fastidisce facilmente, come per li accidenti che nascono dalle guerre, dalle militie et dalla persecutione fra loro grandi, le quali cose ritrovano et fanno fare facile il re al rissolversi contra di loro, così per attribuire il male alla loro mala fortune come per levarli la robba, stimolo hoggidì nella strettezza in che si attrova unico, et di estrema consideratione.
Fra li carichi grandi della Porta, cinque sono principalissimi, che danno commodità et occasione di accumular gran richezza, et che sono di gran comando:
il primo vesir;
l’agà de’ giannizzeri;
il capiagà;
il capitano di mare;
il defterdar grande.
Il primo vesir, quando è soggetto di valore et di polso, perché in lui solo assolutamente sta il commando de’ tutte le cose dell’Imperio, il dismetter, l’elegger nelli carichi, il terminar tutte le cose indifferentemente et il rissolver le guerre et le paci, et a lui solo è lecito per ragion di buon governo parlar al re delli negotii dell’Imperio, et far memoriali delle occorrenze, li quali senza dubbio per il più vengono sempre espediti secondo il suo volere.
Il capiagà è un eunuco, il quale è preposto alla custodia della persona del re dentro del Serraglio, il quale sta per il più con la Maestà Sua, et fuori delli giorni della udienza delli bassà, et altri, che sono li due giorni del Divano, la domenica et il martedì, non è chi possa dar né far dar per l’ordinario memoriale o arz al re che non passi per le sue mani, et è quello che ha l’orechia del re ad ogni suo piacere, et che governa la famiglia dentro del Serraglio de’ huomini, in modo che quando sia soggetto che voglia attender all’utile può far quanti danari che vuole, perché può prestar gran favore et causar gran bene.
L’agà de’ giannizzeri è capo di quella militia, che chiamano sacra et sostentamento dell’Imperio, et hoggidì accresciuta a tanto numero, come ha inteso la Serenità Vostra, che’lcapo di essa si può dire arbitri di tutto il governo dell’Imperio, perché, essendo fondato nelle armi, questa, che è il maggior nervo, ha sempre anco et maggiori forze et maggior riputatione de’ tutti gli altri ordini. Questo ha il governo assoluto di essa; al suo cenno ubbidiscono tutti, et da lui conoscono il suo stato, buono o malo che sia, in mancanza che, come corre gran pericoli, così è fatto molto riguardevole da tutti li grandi, et ha occasione di arricchir grandemente perché nelle sue mani, et de’ capi suoi dipendenti, capitano tutte le paghe; a lui sta l’accrescer et diminuir il numero et il stipendio, col farne però motto al re, il dispensare, il castigare, il premiare, il condannare et in fine il disponer di loro, come se li fosse il padre et patrone assoluto. Questo ha obbligo di andar alla guerra quando va il Gran Signore, ovvero il bassà primo vesir, et è quello, per dir il vero, che con li suoi fa il sforzo delle espugnationi et sostenta il peso di tutte le fattioni, et nell’essercito è tanto stimato, come il proprio re et il medesimo bassà, et da questo carico passa facilmente al vesirato.
Il capitano da mare ha il commando di tutto l’Arsenale, nel quale per l’ordinario vi sono descritti 900 rais, 3.300 tra comiti, sottocomiti, compagni, bombardieri et sotto bombardieri, et maestranze 700, li quali tutti tirano paga ordinaria de’ signoria; et oltre di ciò passa la sua auttorità in ordine in tutte quelle provincie dalle quali si cavano apprestamenti per esso Arsenale. In particolare governa tutto l’Arcipelago et tutti li luochi di marina, mettendo et dismittendo li governatori, detti bei, et li subassì a suo gusto, in maniera tale che da questo ne trahe per l’ordinario, come si ragiona, da cento mille cechini de’ entrata. È ben vero che di alcune isole di Arcipelago il re si ha riservato per sé la rendita, ma la maggior parte sono obbligate al capitaneato, il quale è il più bel corpo di utile certo che dia il re a qual si voglia grande, poiché appresso l’ampio dominio cava anco de’ presenti et de’ altri estraordinarii, per non dir mangiarie, quanto vuole, et in poco tempo può arrichirsi, come ha fatto il Cigala, d’infelice memoria, convertendo in suo utile quello che di ragione doveria esser dell’Arsenale. Questo carico è alle volte congionto col grado di bassà vesir, com’è stato il Cigala, Dervis, et Acmat, tutti e tre soggetti di pessime qualità et di mala volontà verso la Serenissima Repubblica; ma hora si ritrovava ultimamente nel mio partire collocato et conferito nella persona di Alil bassà, che era agà de’ giannizzeri, soggetto turco nativo di natione armeno, di età di anni 57 in circa, stimato di bontà et di costumi molto pratticabili, di gran stima per il valore che ha dimostrato nelle guerre terrestri, ma senza esperienza alcuna delle cosa da mare, del quale, per non haverlo pratticato, altro non posso dire a Vostra Serenità et alle vostre signorie eccellentissime.
Il defterdar grande è un essattor generale delli tre che maneggiano le entrate del regno, ma questo primo, che si chiama il grande, è quello che governa et che in questa materia commanda agli altri. Per l’ordinario suole sempre esser huomo che sia passato per li altri gradi, sì che possi haver acquistato la prattica et l’intelligenza delle negotii, et è di tanta auttorità che non cede punto alli altri vesiri. Questo tiene tutti li libri, tutti li conti delle rendite et entrade che per qual si voglia immaginabil via sono della Porta, così del Casnà di dentro che di fuora, applicandole secondo il costume dove vanno. Ha la cura di essiger dal Cattaver, quando trova, di bollare et ricevere le facoltà che provengono in signoria per li soggetti decapitati, o morti da sé, de’ quali il re si voglia far herede, intendendosi sempre primo herede di tutti, quando così voglia, altramente poi succedono li figlioli, et questo in virtù del nome et carattere che ogn’uno porta impresso di esser schiavo di Sua Maestà, per il che ciò che ha si intende esser del re, suo legittimo signore et patrone. Il defterdar grande affitta li datii, tiene conto delli carazi et delli tributi, sumministra al bassà il modo di accrescerli et d’innovare ancora altre gravezze, ha cura di far la paga ogni tre mesi alle militie, et a tutti gli altri stipendiati, et di sumministrare alli generali in campo danari per loro bisogni, in modo tale che per attender a tutte queste cose, et alla materia del danaro tanto necessaria, la sua auttorità viene ad esser grandissima, et la commodità di arricchirsi tanto facile che più non si può né desiderare né rappresentare. Li soggetti che essercitano questo carico difficilmente portano la vita et la robba molto tempo innanzi, prima perché sono sottoposti per la stretezza nella quale si trovano al presente de’ danari, alla furia delle militie, et quando pure si preservano da questa, non fugono poi il dar nella rete del re, il quale, vedendoli richi et opulenti, et sapendo che il tutto è del suo, o con causa, o senza causa, li fa inquisire, et così ingannati da questa fame di oro si ingrassano non per loro o suoi figlioli, ma per il re, et con tutto che se ne vedono di ciò tanti essempii, nondimeno è carico alla Porta molto desiderato.
Sono altre dignità principali tenute in gran stima, ma però non hanno le conditioni delle soprannominate, ma in suo genere fanno li sogetti molto riguardevoli et di gran conto, et queste sono il muftì, che è come il loro pontefice, il quale non attende ad altro che alla religione, et è grandemente rispettato, ma però è anco lui schiavo del re et sottoposto alla mutatione et privatione, come sono tutti li altri soggetti. Li cadilescheri, begliebei della Grecia et della Natolia, cavalarizzo maggiore, cacciador maggiore et coza, che vuol dire precettore della Maestà Sua; tutti attendono alli loro carichi particolari, et ascendono secondo la volontà del re, et il favore che hanno del primo vesir. Non mancano anco altri carichi importanti dentro del Serraglio, ma perché solo servono alla persona reale, et all’economia del Serraglio, di essi non mi importa il parlarne, perché sono come in un seminario, et disposti uscendo fuori, alli carichi prenominati, et ad altri governi di province secondo l’occorrenza, le vacanze et la volontà regia.
Il governo di tutta questa gran machina dell’Imperio, che contiene in sé tanti regni, come sanno vostre signorie eccellentissime, se ben è sottoposto ad un re solo, che assolutamente quando vuole commanda a tutti, et ha tutti per schiavi, è però governato et commandato dal Divano, il quale si può dir simile a un collegio dove quattro volte alla settimana, che sono li giorni di sabato, domenica, lunedì et martedì, in luoco deputato a questo effetto nel Serraglio del Gran Signore, si riducono li bassa vesiri, quanti si trovano alla Porta, l’agà de’ giannizzeri, li due cadileschieri di Gracia et Natolia, li tre defterdari, il cancellier grande et il nisangì, che è un carico separato dal cancelliero, diversi secretarii et moltissimi scrivani. A questo Divano pubblico et aperto concorrono tutti li pretensori, et in questo si rissolvono tutte le cose per via summaria; ma quello che è di stupore et di consideratione grande, è che tutto viene proposto al bassà primo vesir, et egli commanda, rissolve, dellega et fa solo li arz al re, et se bene la domenica et il martedì il re esce ad un suo Divano dentro il suo Serraglio appartato, et fa chiamare alla sua audienza l’agà de’ giannizzeri primo, li cadileschieri secondi, li defterdari terzi, et ultimi li bassà, perché tutti li rifferiscano le cose appartenenti al suo carico, non è però alcuno che ardisca né di rappresentare né di far arz alla Maestà Sua di alcuna cosa se prima non ha la volontà et il consentimento del primo vesir, perché se altramente facesse perderebbe la dignità, et forse la vita insieme; a tanto si estende la grandezza et l’auttorità del primo vesirato, anzi che li altri bassà rare volte in Divano si ingeriscono o parlano in alcun negotio, né meno alla presenza del re, se non sono ricercati, di maniera che tutta la summa del governo consiste nella persona del primi vesir, il quale, oltre all’assister alli pubblici Divani, ogni giorno anco fa Divano nella sua casa, dà audientia alli ambasciatori de’ principi et espedisce senza altra consultazione, quando così le pare, tutto ciò che vuole, per cosa importante che sia, et come quello che ha il sigillo del re, espedisce commandamenti, et è obbedito come se fosse l’istessa persona di Sua Maestà. Sogliono alle volte li primi vesiri nelle cose importanti consigliar con li altri bassà, chiamar delli grandi della Porta, et portar poi la consulta al re; et il re anco alcune volte suole chiamare al chiosco, o stanza di belvedere che si voglia dire, chi gli piace per consultare. Ma per il più il primo vesir solo si ritrova col re, overo gli fa arz di quello che ha rissoluto, il qual arz, o sia memoriale, capita a Sua Maestà per mano del capiagà, et, havendone il placet dal re, come succede per il più, fa la espeditione senza altra consulta né saputa degli altri, di maniera che si conclude che, se bene a questo governo pareno molti li applicati et destinati, un solo però è quello che con la regia auttorità commanda et espedisce tutti li negotii; et questa grandezza si conserva nelli primi vesiri non per altro che per star il re ritirato, non veduto, né pratticato da altri, per il che non sa né può sapere per altra mano, il stato delle cose sue, et per viver in tanta ritiratezza per maggior grandezza et veneratione della sua persona passa questo inconveniente nel suo governo.
Alle volte in questo governo sogliono dominare assai le sultane, come la regina madre o la regina moglie favorita, come si ha veduto nelli tempi passati, perché, applicandosi per il più il re nell’ocio, passano alle donne, se le danno del tutto in preda, et come quelle che sempre gli stanno a canto lo dominano a suo gusto, non con altro fine che di arricchirsi. Era anco solito esservi diversi bassà fatti per donne parenti del re, li quali, havendo il brazzo et favore delle predette sultane, se bene non erano primi vesiri, dominavano assai, et questo abuso et commando de donne ha sempre partorito grandissimi scandali et confusioni, di che avvertito il presente re scacciò nell’ingresso suo all’Imperio l’ava, che tanto scandalosamente dominò sotto sultan Mehemet suo padre, la quale ancora vive nel seraglio vecchio, commise alla madre che non dovesse mai ingerirsi nelle cose di stato, la quale morì poi, et non permette che le sue donne, se ben ne ha de’ favorite, s’intromettano nel governo dell’Imperio, et li bassà suoi cognati, et zii, stanno molto ritirati et bassi, come se fossero privati, et con quella sola auttorità che gli permette il carico che hanno.
Il trattar delli negotii in generale alla Porta riesce assai facile, rissoluto et breve, perché si tratta con una persona sola, che è il primo vesir, et quando egli resta capace et ben impresso, con facilità si viene alla loro espeditione, et quello che stimo sopra tutte le cose è che non c’è negotio, né tanto difficile né tanto arduo, et dirò anco né così contrario all’interesse del Gran Signore, che non vi sii il modo di superarlo o di portarlo innanzi quando il bassà non sii appassionato, et si voglia usar quei termini con quali si guadagnano li Turchi, che sono li presenti et l’oro; il qual mezzo, se bene pare che hoggidì si faccia piazza in tutte le corti, a quella Porta principalmente ammollisce ogni durezza, supera tutte le difficoltà et rendo gli animi nemici amici et disposti a qual si voglia cosa desiderata. È vero che le cose grandi non si possono far con poco, perché li Turchi soggetti grandi sono huomini di gran polso, di gran ricchezza et vogliono che li presenti corrispondino alle loro condizioni, perché il medesimo fanno anco loro per conservarsi in gratia del re, o de’ chi può molto presso Sua Maestà, perché ordinariamente convengono presentar molto, altramente caderebbero dal suo stato et dalla sua riputatione; et è cosa di gran stupore sentire et vedere a che et dove arrivano li donativi et li presenti di quelli che vogliono li carichi grandi et principali, poiché si tratta sempre di desene di migliaia de’ cechini, oltre le vesti et gioie che corrono come accessorii; da che nascono tutte le tiranie nelli governi, et la confusione della giustizia, consistendo hoggidì il tutto nella fora et nella potenza dell’oro, et la virtù et il valore non trova loco di premio et di recognitione, se non è accompagnato da quello che può più di tutte le cose.
Per il contrario nelli particolari negotii, se si incontra in bassà vesir che sia o mal affetto alla natione, o mal inclinato alli negotii o alla persona che tratta, tutto riesce difficile et di grandissimo incommodo, nel qual caso il meglio è differire et portar il tempo innanzi, perché per ordinario, et sotto questo re in particolare, le teste de’ grandi sono di vetro, et facilmente cascano et si mutano li governi, massime durando le guerre, dalle quali, occorrendo sinistri incontri, come succedono, vengono sempre attribuite al mal loro governo, et con il loro castigo credono di mutar la mala fortuna.
Io, Serenissimo Principe, mi son ritrovato a negotiare nel mio bailaggio sotto tutte due le conditioni de’ tempi et de’ soggetti. Nel mio primo anno incontrai in Mustafà bassà, in Sinan Soffì bassà et in Chider bassà, con quali ho sempre passato negli interessi di Vostra Serenità con tanta quiete et soddisfattione che più non potevo desiderare, perché veramente erano molto affettionati alla Serenissima Repubblica, et stimavano grandemente la sincera pace conservata con occasione de’ tanti loro disturbi. In particolare sotto il governo di Mustafà bassà io ottenni la restitutione delli confini di Zara, negotio veramente importantissimo et di molta consideratione, et col mezzo dell’istesso Mustafà hebbi anco il catacumaium dal re, che è un aggionto alla capitolatione, il quale riesce di tanta utilità et è così necessario alli negotii per la honorevolezza pubblica, che maggior non si può desiderare, del quale me ne son servito in tutte le pubbliche occasioni, come se ne potranno servir sempre tutti gl’illustrissimi baili con molto loro sollevamento et riputatione di Vostra Serenità, il qual catacumaim nella rinovatione de’ capitulationi, potrà esser inserto, come quello che comprende cose diverse, et che serve a levare molte cavilationi turchesche introdotte da loro per non fare quello che sono obligati di ragione, et per giustitia. Ho poi ben pagato il datio delli gusti passati, quando mi è avvenuto di trattare con Mehemet bassà, et con Dervis, che furono primi vesiri tutti due soggetti così mal affetti alla Serenissima Repubblica, che peggio non saprei rappresentare a Vostra Serenità et alle signorie vostre eccellentissime. A questa loro mala natura et volontà, s’aggionsero le sinistre informationi, le male impressioni et suggestioni fatteli continuamente dalli ambasciatori di Ragusi, che essacerbarono di maniera li animi di detti bassà, che io ho provato la maggior durezza et li maggiori contrarii che si possono dire; onde ho convenuto, et per publico interesse et per riputatione della Serenissima Repubblica passar molte borasche et diversi pericoli, come de’ tutti di tempo in tempo diedi con mie lettere particolar aviso, dalle quali persecutioni et inimicitie mi son sempre guardato con l’aiuto del Signor Dio, et con molta circospettione et destra dissimulatione, non mi havendo lasciato nelli punti di honore levar un pello del publico; anzi mi sia lecito di così dire, perché così è il vero, con modo inusitato appresso l’arrogantia et superbia di quella gente, ho più volte alla presentia de’ grandi, et d’infiniti Turchi, così provocato dalla loro temerarietà, sostentato sopra la loro faccia la libertà, la grandezza et la rissoluta et constante volontà della Serenissima Repubblica, affermandoli sempre che prima perderà l’esser et la vita che l’honore et la riputatione; et ciò ho ritrovato che, stante la conditione de’ tempi che correvano, mi ha giovato assai in tutte le cose, così presso l’universale de’ Turchi, come presso alli bassà, essendo per natura molto superbi, dominanti es senza alcuna discrettione verso gli altri, anzi tenendo tutto il resto del mondo per fango et vile rispetto a loro, et pur confessano di esser tutti schiavi et nati vilmente, et lodato sia il Signor Dio che anco con loro mi son talmente trattenuto che ho passato il mio bailaggio senza disturbo alcuno, et ho ricevuto anco da loro nelli disgusti grandi che passavano qualche favore et servitio. Della multeplicità de’ negotii, così pubblico come de’ particolari che ho trattato a quella Porta, mi par superfluo in questa relatione trattare particolarmente. Mi basta di havere accennato le cose più importanti, et mi assicuro che, havendone io di tempo in tempo tenuto avvisato questo eccellentissimo consiglio, tutti restano alla memoria per potersene servire nelli accidenti che potranno occorrere per giornata, et però ho stimato bene fuggir il tedio che le haveria apportato. Dirò solo questo per instruttione del modo del negotiare a quella Porta, che non bisogna con Turchi trattare sempre con termini di ragione et con una forma ordinaria, come s’usa con soggetti discretti et di prudenza, ma è necessario star occulati et osservanti del stato delle cose loro, et della natura et costumi delle persone, con chi si tratta, et secondo quelli governarsi con l’esser alle volte placidi, facili et mansueti, et alle volte bruschi, arditi et rissoluti; et se l’huomo sarà ricco de’ partiti et de’ inventioni, et conoscerà il tempo et le occasioni, gioverà sempre alli negotii, perché per la maggior parte li Turchi sono vili, ignoranti, et con poca prattica delle cose di stado, in modo che levati dalla loro superbia di tenersi monarchi del mondo, quando trattano, riescono, se non sono maligni, assai facili nelle rissolutioni, massime quando scuoprono che non si vogli trattar con loro del pari, etiam nelli termini di giustitia, nel qual caso pare che ogni cosa riesca difficile.
Il re è giovane di 21 anni, sano, di ottima complessione, di statura ordinaria et di una buonissima dispositione di corpo. Per li segni delle varole ha la faccia un poco deturpata, et pare che con qualche difficoltà metti barba. Ha la guardatura così scura et torta che ognuno nel primo aspetto lo congiettura et stima fiero et crudele, com’è in effetto. Ha l’animo nudo di virtù et poco dotato di alcuna disciplina, ma però sa legger et scriver tanto che intende et commanda, ma non però sa quanto vorrebbe et bisognerebbe perché, nelli suoi teneri anni, non è stato educato con diligenza nelle discipline et nella eruditione come se havesse a succede all’Imperio, perché se non doppo la morte violenta di Mustafà principe fu la Maestà Sua destinata al regno, et si duole spesso di non esser stato documentato, perché conosce esser stato il mancamento d’altri, et non suo. La natura sua è superba, fiera et sanguinolente, inclinata al moto, et come quella ch’è nuda d’ogni sorte di cognitione del stato, del mondo et delle potenze, et forze de’ altri principi, et che sta imbibida dalli suoi adulatori di esser solo monarca potentissimo, et che gli altri siano suoi dipendenti, et che regnino per sua permissione et humanità, viveva con tanta estimatione di sé stesso che più non si può dire, chiamandosi la maestà sua Gran Signore, et appoggio del mondo, che così è sempre nominato da’ suoi ministri. Però nell’ingresso primo che fece all’Imperio, li suoi pensieri si scoprivano inclinati alla guerra et all’acquisto di quel resto di mondo che dicono che le manca di posseder, perché, vedendosi giovane, con tante forze et impresso dalla adulatione de’ suoi de’ vittorie, et de’ facilità grande in tutto quello che potesse desiderare, stimava la Maestà Sua non solo di poter da per sé regger il suo Imperio et di commandarlo sufficientemente, ma di soggiogar tutti con molta facilità, onde principiò con una severità a commandare, a disponer le cose importantissime del regno et a far morire quelli che se gli mostravano contrarii, indutto a ciò et disposto assai da Dervis bassà, ch’era all’hora suo bostangi bassì, che gli stava sempre all’orecchie, di maniera che in breve tempo si avvide di haversi accresciuti gl’incommodi et di andare perdendo l’amore de’ suoi, ma fatto più certo da molti sinistri et inaspettati mali incontri, seguiti nelle guerre di Persia et contra li ribelli, per le rotte ch’hebbe il Cigala et per la mala riuscita che fece quando passò in Bursia, par che per tutti questi accidenti si accorgesse di esser ancor egli vincibile et sottoposto alli travagli del mondo. Et così, ritornato di Bursia con molto rossore et pieno di maledittioni de’ suoi, principiò a declinare dalli suoi primi pensieri, a lasciare il governo in mano delli bassà, a stare con qualche malinconia et assai più del solito ritirato; et pare che da quell’hora in poi si sia rimesso assai nell’esser di sua volontà et crudele, essendosi di più applicato al senso et alla lussuria con tutti li spiriti, et perciò pare anco che sia poco amato et stimato, se bene grandemente temuto dal popolo. Non ha la Maestà Sua sposata alcuna schiava fin hora, et si ritrova haver con tre donne quattro figli, due maschi et due femine. Il maggiore, destinato alla successione, haverà cinque anni forniti; si attrova haver anco un fratello di età de’ anni dieci in circa, il quale sta dentro il Serraglio, et per quello che si dice è molto amato da lei et accarezzato, se bene il poverino quando vede il re fugge, come presago della morte, et quando conviene accostarsegli per forza, si getta immediatamente piangendo ai piedi suoi, in modo che intenerendosi la Maestà Sua lo abbraccia et lo accarezza dolcissimamente. Questo è educato fra le donne, et dalli eunuchi soleva esser portato in collo a cavallo per li giardini, et hora il re gli ha concesso che possi cavalcare alcuni piccoli cavalli, et per consolarlo gli tiene detto che viva allegramente senza timore, perché lo vuole per compagno nell’Imperio, convenendogli per le guerre uscir in campagna, il che lo tiene alquanto consolato; ma si crede che presto finirà li suoi giorni, et quanto prima il principe sia fuori dell’età pericolosa puerile, non perché il re a questo inclini, ma perché lo sforzeranno il muftì et li dottori della legge, essendo di già questa inhumanità, oltre l’ordinario costume della casa ottomana, passata a canon legale per conservatione dell’Imperio, et di già ne hanno più volte fatto l’instanza. Ma il re per amarlo, come ho detto, porta et porterà il tempo innanzi quanto più potrà.
S’attrova anco il re diverse sorelle da marito, et molte di più zie, delle quali si va liberando secondo le occasioni et l’opportunità che le viene de’ soggetti a’ quali applica l’animo, come ha fatto in mio tempo di due sorelle et una zia, date a bassà vesiri, nel maritar delle quali li bassà mariti, secondo l’uso generale et ordinario del paese, le fanno la carta de’ chebino, che vuol dire la dote, che almeno sarà di cento mille cechini, et il re ad esse dona, et le fa la cassa de’ vestimenti et gioie, come più le piace; et per l’ordinario pare che le presenti un Serraglio, de’ quali mai il re ha mancamento, perché, con la morte de’ tali et altri bassà, ne viene la Maestà Sua ad havere sempre abbondantemente. Queste donne uscite dal Serraglio non possono ritornarvi, se non per occasione di visita con licenza del re o della regina, et non altramente, et s’intendono esser signore delli mariti, in segno di che portano sempre un pugnale alla cintura. Questi matrimonii sono per il più di gran servitù et rovina nella robba alli bassà, perché convengono esserle molto soggetti et fargli una gran spesa per l’appartamento separato che tengono di casa et per la quantità de’ schiave et de’ eunuchi che hanno al suo servitio, parte de’ quali, se bene tirano paga dal re, vogliono però altra paga et veste dalli bassà. Oltre di ciò convengono spendere per le sultane nel continuo loro vestire et uso di gioie, né da esse o per esse cavano altro che qualche grado grande, che gli dà commodità di avanzare assai et di precipitarsi presto. Per questa parentella li bassà non acquistano alcuna domestichezza con il re, ma si conservano schiavi dell’uno et dell’altra, come erano prima. Le dette sultane, et altre schiave nel Serraglio del re stanno et vivono molto ritirate, né mai si veggono, perché habitano nel loro appartamento, servite da schiavi et mori negri tutti tagliati, come anco sono li bianchi che servono a Sua Maestà.
Le donne di dentro quando escono nelli giardini, o fuori con il re a diporto in altri luochi, sono molto guardate, perché tutte le stradde sono serrate di bande di tella et sbarrate di maniera che alcuno non se li può accostare, né vederle. Hanno ben spesso prattica di donne hebree et di esse si vagliono in molte cose che riescono male per tutte, poiché per il più, et le hebree in fine sono fatte morire, et quelle di dentro fatte di notte annegare, come si ha veduto et haverà più volte inteso la Serenità Vostra.
Tengono li Turchi in gran veneratione il loro re; non lo lasciano pratticare da alcuno, et poche volte vedere, et stimano di far gran favore alli grandi forestieri, come ambasciatori de’ principi et altri personaggi, il lasciargli da loro bacciar la veste, il che è solamente quando vanno alla Porta et quando si partono, né permettono che mai con la Maestà Sua si parli lungamente, né meno si tratti di negotio, ma il tutto si opera col bassà primo vesir, come ho detto.
Al presente qual dispositione possi havere il re verso la Serenissima Repubblica non lo posso rappresentare alle signorie vostre eccellentissime se non per congettura da quello che so essergli stato più volte rappresentato da suoi primi vesiri et da negotii che gli sono passati all’orecchie, che furono il fastidioso negotio de’ Lagosta, le continue incursioni et danni de’ Uscochi, li ardenti et mali ufficii fatti con suoi arz dalli ambasciatori di Ragusi et, per quello che son stato più volte certificato, le male relationi che gli fecero con occasione delli sopradetti due negotii et altri appartenenti alla guerra con l’imperatore, Mehemet et Dervis, primi vesiri morti, nemicissimi aperti del nome della Repubblica; onde posso dirle con ragione che nel principio del mio bailaggio sia stata Sua Maestà mal impressa, massime che per il negotio de’ Lagosta, essendo grandemente et lungamente importunata da Ragusei et trovando nel Senato una costante resistenza et rissolutione, stimando trattarsi della sua riputatione, si rissolse non voler più vedere né rispondere alli arz delli Ragusei, da che conobbero li bassà che era adirato et che non occorreva parlargli più di tal negotio, per il che anco con me trattavano aspramente et con minacie, come avvisai più volte a Vostra Serenità. Si aggionga a queste cose che Dervis bassà, per coprir la negligenza de’ Turchi nel custodir Durazzo, quando fu preso et sacheggiato dalle galee di Spagna, impresse Sua Maestà che, per esser nel Colfo di Venetia, si assicuravano sopra la guardia delle galee di Vostra Serenità et che per loro negligenza, anzi forse con sua intelligenza, fosse preso; et so che più volte il re per queste impressioni ne tenne proposito col bassà perché il rifacimento fosse fatto dalla Repubblica, come anco esso bassà me ne accennò. Ma da un pezzo in qua, credo, che sia grandemente rimesso et indolcito, poiché sempre alle orecchie di lei io ho fatto capitar non solo il buon animo, ma anco quanto del continuo la Serenissima Repubblica ha operato, che è riuscito di suo commodo; onde mi assicuro che per la buona volontà di tutti li bassà che hora governano et del capiagà, la Maestà Sua viva con l’animo sincerato et ben disposto con tutto ciò bisogna pregar il Signor Dio che l’animo et le forze di lei siano impiegate in altre parti et con altri principi perché, quando restasse libero, facil cosa sarebbe che con un poco di mala sodisfattione del primo vesir si volgesse ad abbracciare occasione di offendere li stati della Serenissima Repubblica.
Ho lasciato alla Porta che sedevano in Divano nove bassà, il primo de’ quali si chiama Morat, soggetto di nation bossinese, rinnegato, vecchio di più de’ anni 70, esperimentato et consummato in tutte le guerre passate, nelle quali fu anco per parechi anni in priggione, così in Persia come in Ongaria, e in apparenza nel trattare placidissimo, ma nel commandare rissolutissimo et crudelissimo. È di poche parole, cuppo et dato al danaro in modo che, se bene con lui per la sua avidità riesce assai facile il trattare ogni sorte di negotio, nella conclusione poi non è chi si possa promettere de alcuna cosa. Questo soggetto, per haver fatto la pace di Ongaria, per haver cacciati li ribelli di Natolia et per haver ricuperato Aleppo et Bagadet da mano de’ ribelli, ritornato trionfante alla Porta et pieno di molte richezze, gode la gratia del re; et essendo in molta consideratione presso le militie, et in altretanta veneratione del popolo, commanda nell’Imperio, si può dire, assolutamente, perché il re, come giovane et inesperto adherisce a quanto gli propone, ne fa più né meno di quello che vuole. Il fine et la intentione sua è di ridurre l’Imperio in pace, perché ha provato li travagli et il dispendio delle guerre, né si scopre che egli habbia particolar mala inclinatione verso di alcuno per sua natura; è vero che per li accidenti che occorrono è necessitato a odiare quelli da quali pare che venga più che da altri travagliata la navigatione, con l’havere et le persone de’ Turchi; però mentre che questo soggetto viverà et si attroverà alla Porta sedere in Divano primo vesir, io credo che sempre più inclinerà alla pace che alla guerra, et particolarmente più de gli altri principi, può Vostra Serenità sperare ogni avantaggio perché egli non solo si ha mostrato affettionato, ma è restato sempre anco ben edificato delle dimostrationi sincere et della buona volontà della Serenissima Repubblica. Il medesimo concetto ho lasciato in quasi tutti gli altri bassà, se ben soggetti di poco valore et meno atti ad intraprendere negotii importanti. De’ altri soggetti io non ne faccio mentione, perché realmente non si scopre alcuno che negli interessi di stato habbia l’orechia et la volontà del re in pugno, seben per altre cose non mancano diversi suoi agalari, cioè corteggiani favoriti, di avanzarsi molto, così per via delle donne, come per la continua domestichezza; et al presente le sultane, se bene gli sono care, non perciò si scopre che ardiscano interessarsi in negotii gravi, perché realmente il re con la sua natura severa si fa da tutti più tosto temere che amare.
Intorno poi alla opinione che ha il re, et altri bassà et grandi della Porta, se la Repubblica habbia sumministrato gente et danari all’imperator per aiuto et per conservar la guerra, dirò a Vostra Serenità che la verità in questo negotio non ha il suo luoco perché ognuno ha discorso con le sue passioni, et ha stimato et creduto quello che gli ha dettato il suo buon o mal animo, poiché quelli che amano la Repubblica credono il vero, et quelli che l’odiano si persuadeno il falso; et di ciò ne ho veduto la esperienza perché con alcuni bassà et altri ben affetti, con quali mi è occorso di trattare, ho trovato che da loro stessi mi hanno detto viver sicuri della sincerità della Repubblica et che mai hanno havuto tal concetto. Con altri poi di mala inclinatione ho incontrato che pubblicamente mi hanno rimproverato che non solo si habbia dato aiuto de’ danari all’imperatore, ma anco di gente, di passo et di tutto quello che ha potuto venire dal suo stato; anzi che se intendi con Uscochi acciò non dannifichino li suoi luochi, per lasciarli dall’altra parte predare quelle [26] de’ sudditi del Gran Signore, et mi hanno detto che sono sicuri che se la Signoria volesse, Uscocchi non li danneggiarebbono, perché ha forze di poterlo fare. Et questo concetto di haver dato aiuto de’ danari all’imperatore et de’ Uscochi, fu detto da Mehemet bassà al re quando ritornò in Constantinopoli dall’impresa di Strigonia, come son stato certificato havendogli presentato insieme un venetiano per schiavo, il quale serviva in quella fortezza per bombardiero, et appresso per maggiormente imprimer ciò nella Maestà Sua le disse anco che haveva con li propri occhi veduto artigliaria marcata di San Marco; et se bene io ho provato in tutte le occasioni di far conoscere la verità con efficacissime ragioni, non però nelli animi mal coltivati et impressi de’ alcuni, ben di poca portata, ho potuto far alcun frutto, scoprendo in loro dissimulatione per la conditione de’ tempi; ma lodato il Signor Dio che li due bassà che profesano aperta inimicitia con la Repubblica, che furono Mehemet et Dervis, tutti due primi vesiri di grandissima riputatione, sono morti et estinti, et che quelli che hora regnano sono di natura placidissimi et amici della Serenissima Repubblica, essendo tutti ben impressi della sincera volontà et delle attioni che ha fatto per conservar inviolata la pace col suo signore. Et spero che, mentre questi viveranno et commanderanno, sia in che stato esser si voglia quell’Imperio, Vostra Serenità potrà sempre non sono viver sicura da travagli, ma anco trovar facilità in tutti li negotii et conservar la riputatione che s’ha acquistato; il che è quanto in questo proposito posso dire per via di discorso a vostre signorie eccellentissime, poiché con fondamento non è chi possa affermare alcuna cosa, essendo tanto mutabile et variabile il governo et la volontà de’ Turchi, che più non si può dire né rappresentare, per quello c’ho scritto per il corso di questi anni passati.
Fra tutte le nationi forestiere che hanno commercio con Turchi, non c’è la più grossa che riceva et dia più utile alle scalle del Gran Signore che la venetiana, perché ella in tutti li luochi di negotii ha la prattica et la espeditione delle sue merci, come panni di seda et di lana, veludi d’ogni sorte, et altri merci di gran valore et importanza, et questa utilità che ricevono è conosciuta in effetto da loro, perché, oltre qualche altro rispetto, principalmente dicono di veder et di far cortesia volentieri alli sudditi di questo Serenissimo Dominio, et che è ben conservar seco la pace.
Di quello che passa in Cairo, in Soria et in molti altri luochi, io non parlerò per aspettar questa relatione ad altri. Dirò qualche cosa delle scalle di Smirne et di Constantinopoli, come quelle che sono governate dal bailaggio. Quella di Smirne per li primi due anni del mio carico fu molto florida, ma al presente, battuta anco lei dalli ribelli, che hanno consummati li gottoni et danneggiata grandemente dalli infortunii, così del mare come de’ corsari, è diminuita molto di negotio. Quel console, nominato Francesco Marini, se dimostra molto diligente, et si fa stimare quanto conviene alla sua riputatione da quelli cadì et emini; et io in tutte le sue occorrenze non ho mancato di accrescergli il rispetto, con haver fatto rimuover da quelli governi tutti quelli ministri che hanno ardito di voler alterar il canon ordinario, et molestar li negotiatori, per il che il negotio passa a quella scalla honestamente, quanto comporta la conditione de’ tempi.
Quella di Constantinopoli non arriva al presente a quel segno che soleva esse in tempo che fioriva la Porta, che le sultane dominavano et che le gioie et panni pretiosi erano in gran prezzo, perché nella pace li re havevano gran tesori et spendevano largamente, et li bassà, con il resto delli grandi et huomini da guerra con tutti della militia, che non sentivano gl’incommodi delli viaggi et delle guerre, si vestivano pomposissimamente, et profondevano l’oro; da che ne seguiva spazzo grande di tutte le cose a contadi, et con molto utile. Ma hora che le guerre lunghe hanno consummato li danari, che con fatica le militie vengono pagate, et che otto mesi dell’anno la città di Constantinopoli resta, si può dire, vuota di militie, nella quale al presente si vive con carestia grande di tutte le cose, si fa pochissima espeditione di robbe a contadi, et quello che è peggio per vendere è stato introdotto dare a tempo, et a Hebrei, che si hanno hoggidì usurpato il dominio di tutti li negotii, li quali poco stimano il fallire et mancar di fede, come si è veduto in molti questi anni passati, da che il negotio è ridotto in pochissimi mercanti de’ nostri, et quelli anco restano con pochissime faccende di quelle che corrono nel paese, perché li nostri mercanti di Venetia, che doveriano favorirli et tener li negotii che fanno in loro mano per loro interessi et compagnie che hanno con Hebrei, aiutano a’ rovinare il tutto, mandano et redrecciano le cose loro in mano delli detti Hebrei, li quali con le loro ordinarie fraudi levano in parte quel poco che deve capitar in cottimo; et come riesce facilissimo il riscuoter dalli mercanti venetiani, così in loro si prova una indicibile difficoltà, perché non si può astringerli per altra via che per quella di minacciargli di tenergli le lettere, così nell’andar come nel ritorno, a che anco trovano il rimedio con mandarle o nelli pieghi de’ altri, o sotto nome di qualche franco, et quando sono estraordinariamente stimolati, come ho fatto far io dal mio rasonato Francesco Girardi, il quale certo si ha portato molto bene, sì che con la sua diligenza si ha riscosso assai et merita gran laude, sono così arroganti che somministrano alli bassà vesiri che il bailo di Vostra Serenità alla Porta vogli scuoder gravezza dalli sudditi del Gran Signore, a tanto ardire è pervenuta quella perversa gente, perché con l’oro s’aprono la via non dirò all’amore, ma ben alla protettione et favore de’ grandi. Et così per tutti questi accidenti resta diminuito il negotio hoggidì in quella città. Con tutto ciò si cava d’avantaggio le spese che fa Vostra Serenità nelli salariati della sua casa et altri ministri. Et se bene pare che havendo et conservando Turchi amicitia con Francesi et Inglesi, questi con le loro navi et mercantie possino esser in parte causa della diminutione del detto negotio; dirò a Vostra Serenità, per quello che ho veduto, che non molto nelle dette scalle della Smirne et di Constantinopoli è il danno che riceve da questo, perché rari vasselli francesi ho veduto capitar in quella città, et quelli pochi che sono capitati con pochissima robba, ma ben con danari per far cuori per Marsiglia. De’ Inglesi poi fino doi all’anno ne ho veduto, et il sforzo del suo carico è stato polvere, solfere, stagni, arme, salnitri et poche balle di carisee et londre, in modo che non ho mai veduto che per l’arrivo de’ simili vasselli, così Francesi come Inglesi, le merci de’ nostri habbino preso gran smacco et alteratione. Quello che fa molto danno alla panina di seda di Venetia è la panina di seda forestiera, et di Toscana, la quale passando di Ancona a Ragusi, et da Ragusi per terra capitando a Constantinopoli, et anco capitandone per mare di contrabando con li proprii vasselli venetiani, di ragione de’ nostri mercanti, fa che questa panina forestiera, per esser più sica, più lustra et per vendersi a miglior mercato, alle volte tiene bassa et leva la riputatione alla venetiana.
In fine se li ordini et parti della Serenissima Repubblica fossero osservati, indubitamente non s’incontraria in tanti mali. Ma ognuno opera a suo gusto, et nelli ministri vi è poca cura, et così vanno le cose di male in peggio; et sappiano la Serenità Vostra, et le signorie vostre eccellentissime che, essendo la mercantia pura industria degli huomini, quando con la istessa industria et vigilanza non sarà conservata, mancherà sempre nelli mani delli trascurati, et crescerà presso quelli che con ogni spirito gli attenderanno. Et questa Serenissima Repubblica lo prova in sé stessa senza prender l’essempio da altri. Chi negarà che’lmancamento de’ tanti floridi viaggi, et in Ponente et in Levante, quali erano da Venetiani frequentati con stupore del mondo, et utile loro, non siano mancati per la poca cura che si ha usato da gran tempo in qua da noi, et per la vigilanza de’ altri principi che li ha usurpati? Il che è causato per haver applicato l’animo ad altro, et tralasciato il mare col quale è nata, si conserva et si conserverà sempre questa Serenissima Repubblica. Li negotii hanno bisogno di esser sempre coltivati et conservati illesi da mali accidenti, accioché si conservino et prosperino, et quando sono abbandonati, trascurati et lasciati in mano della fortuna, s’imboschiscono et col tempo si annichilano et distruggono, et passano in mano de’ altri, come è seguito et seguirà da novo de’ questi pochi che restano, se non vi si penserà più di quello che si è fatto fin hora. Io per me nel mio bailaggio ho fatto la parte mia, et ho superato molte difficoltà, et spianato molte vie alli negotii che s’erano fatte impratticabili, et ho voluto in particolare che per sicurtà della navigatione le navi obbediscano alli commandamenti pubblici; et ho ritrovato che ciò ha partorito buon effetto. Et certo che se tutti li ministri facessero il loro debito, non sentiria la Repubblica tanti danni, né li particolari tante rovine. Ho voluto far questa poca digressione in negotio così importante perché ogn’una delle signorie vostre eccellentissime intenda il suo interesse et si procuri di rimediar al male, se si desidera conservar li negotii, li datii et le entrade della Repubblica, nervo così principale senza il quale non si può conservar né la pace né la riputatione, perché se si trascureranno le provisioni, per la vigilanza de’ altri principi perderanno anco facilmente ciò che resta di negotio.
Non debbo lasciar di dire anco questo alla Serenità Vostra, che io ho osservato ritrovarsi in Constantinopoli infiniti artisti et molte maestranze che lavorano di marangone et di calafatto, sudditi della Serenità Vostra dell’isola di Candia et di Tine, li quali si adoperano indifferentemente così nell’Arsenal come fuori, la maggior parte invecchiati con moglie et figli, sì che non pensano più a ritornar alla Patria. Questi vivono come sudditi della Serenissima Repubblica per non pagar il carazo ordinario, et per non esser sottoposti ad altre gravezze, et si preservano con un bollettino che gli viene fatto dalli baili in testimonio che siano sudditi, quale ogni anno rinovano per maggior loro sicurtà. Io nel dar questo bollettino son stato molto accurato et osservante delle persone, per procurar il ripatriare di alcuni di loro, et non son stato così liberale nel concederlo a tutti, acciò che quelli, battuti dalle gravezze che sono gravissime, massime in questi tempi di guerra, si rissolvino di abbandonar quella stanza, et altri, che sono per andarvi da novo, mutino opinione et se ne astenghino. Et certo se Vostra Serenità et le vostre signorie eccellentissime potessero metter a questi qualche compenso col farli trattenere in Candia nelli loro esercitii, sarebbe ottima provisione poiché per quello che ho sottrato da loro stessi della causa della partita, non ho ritrovato che altro li habbia mossi a levarsi dall’isola che in non haver trattenimento, et non poter viver sopra la sua arte; et tutta questa è gente prosperosa et bellicosa, della quale quando hanno bisogno li Turchi se ne servono sopra le galee per huomini da remo et maestranze, facendoli però con la forza stare all’obbedienza, et quando vi è bisogno nell’Arsenale, et per altre fabbriche, sono li primi chiamati a lavorare, et con paga et senza paga convengono soccomber alla fatica a forza de’ buone bastonate; et quello che è peggio sono sì debolmente edificati nella religione che per ogni picciolo mal incontro, nel quale si tratti di pericolo di vita o d’altro interesse, facilmente si fanno turchi. Riescono però questi tali molto affettionati al nome della Serenissima Repubblica, et portano San Marco nel cuore, et in ogni occasione lo dimostrarebbono con gl’affetti, poiché si scuopre in loro obbedienza et timore verso li baili.
AS Venezia, Collegio, Relazioni b.5.
Trascrizione di Maria Pia Pedani, in Relazioni di ambasciatori veneti al Senato, vol. XIV, Relazioni inedite. Costantinopoli (1508-1789), a cura di Maria Pia Pedani, Padova, Ausilio, 1996, ora in https://unive.academia.edu/MariaPiaPedani