5 marzo| 1617 - 3 maggio| 1617 Gabriel Morosini
Dispaccio del 7| giugno| 1618|
N. (senza numero)
Serenissimo prencipe,
con ultima mia ho dato riverente conto alla Serenità vostra delli motti di questi turchi confinanti, che, sollevati e scacciato il sangiaco, havevano risoluto con tal occasione di calare, per mettere li confini qui et a Sebenico, con distrutione delli racolti, impressione nella fortezza di Vospoi [?] e con pericolo che succedesse scandoli di grandissima conseguenza, l’acenai le proviggioni che ero andato facendo con l’intelligenza delli illustrissimi signori conti di Sebenico et Spalato, havendo di tutto dato aviso all’eccellentissimo signor capitano generale, che da sua eccellenza hebbi in risposta mi dovessi parar alla meglio, ma perché vedevo pur le sollevationi continuare come la Serenità vostra si compiacerà vedere dalli ingiunti constituti, né essendo io assueffato a questi strepiti, poiché gratie del Signor Iddio, in tempo di due anni che mi rittrovo a questo regimento, ho passato con così buona inteligenza con li ministri turcheschi, che non è succeduto niun imaginabil disparere, anzi che quando alcuni di questi morlachi, molto inquieti per natura, ne proponevano al signor sanzacho, tale era la confidenza sua che il tutto rimetteva a me. Risolsi di espedir persona pratica et molto ben veduta nel paese, e del quale mi sono valso con turchi in altre occasioni, con molto avantaggio del pubblico servitio, li diedi li miei ordini di quanto doveva tentare con il cadì di Clissa, che hora in mancamento del sangiaco et capo principale, lo accompagnai di miei lettere sensate et concernenti maggiori avisi e, similimente, li diedi un embro [?] novamente mandatomi dall’eccellentissimo signor bailo da Constantinopoli, sopra il ben vicinato con li quali ordini e recapiti. Resosi allo sforzo e, fatto capo col detto cadì, con apparenza di diverso negotio, le portò la mia lettera, et espose le sue commissioni: inteso il cadì et considerato quanto li havevo scritto, rispose che infinite erano le prettensioni de morlachi, li quali addimandano giustitia, esso hessendo ricevuto molti danni doppo la guerra con arciducali da sudditi di Vostra serenità, usurpatoli le ville et fattoli preda di molti anime che però lui desiderava ogni bene, se bene con popoli solevati malamente si può promettere, et perché stimai io che l’acquietarsi questi sollevationi, forse suggerite de chi desidera apportar travagli alla Serenissima repubblica, sarebbe stato molto bene né trovando cosa più facile a prender la volontà de turchi che qualche donativo, diedi commissione al medesimo confidente che vedendo il negotio non prender quella piega che desideravo con li officii procurassi con qualche segno di recognitione di far tener tutte le cose al bene et alla quiete, se ne convenne valere, et trattò concludendo che dovesse il medesimo cadì far discioglier affatto lo sboro, né più si parli di confini, acquietasse li morlachi et facesse fede amplissima che per la parte nostra non è seguito novità alcuna, perché all’incontro ciò succede prometteva per mia parte di fare capitar 5 vesti, dui di veluto, due di raso et una di pano, che veramente in quantità alterò la mia […]. A questa proposta penso che il cadì acquietasse il rumore, e disse dover fare per sua parte tutto il potere perché io restassi consolato e li streppiti non continuassero. Rittornò il confidente et condusse seco un nepote de cadì, che mi verrà a vedere, li quali trattai amorevolmente, e spero che il tuo si riddurrà alla quiete quando però l’instabilità de turchi, suggerita da morlachi solevati e senza capo, me lo possi certificare, tanto magiormente che per avisi et nuovi constituti intendo lunedì prossimo, si dovrà tornare a far lo sboro, ben cosa oggetto di caciar affato il sangiaco, se non sarà partito, havendo io avisi certi che già se ne sia andato. Si può creder Serenissimo principe et Signori eccellentissimi che questo turco avido come sono tutte le nature di simil genti, habbi fatto sporger fama di questi sinistri pensieri, perché le venisse fatto da rappresentanti di Vostra serenità qualche donativo, ma si può anco credere che come ho detto di sopra, suggerito da chi desidera confusioni per tutto, potessero far qualche ressolutione che, in questi dubii, ho stimato aproposito rissolversi quello che altre volte si è costumato di fare in casi simili e quello che ho creduto esser di servitio delle Eccellenze vostre che, se fosse giudicato diverso, credi la Serenità vostra che la volontà fo ottima, e che il mio fine non venire ad altro che alla reputatione et conservatione di questa Serenissima patria. Gratie etc.
Di Traù, li 7 giugno 1618.
Gabriel Morosini, conte e capitano.
Allegati (6 cc.).
In lettera di Traù di 7 giugno 1618, a dì 22 maggio 1618.
Essendosi havuto qualche avviso che li turchi solevati contro il signor sanzaccho di Clissa siano per calar in grosso numero a mettere li confini di già [?] alla giurisditione di Trau et Sebenico, però l’illustrissimo signor conte et capitano, invigilando con la solita sua ardenza nelli interessi publici, et per non mancare in fatto di tanta conseguenza a ogni debito a esso possibile, oltre che alla provisioni fatte, per oviarlo, volendo per ogni morlacchi che da quelle bande calano nella città, acciò si poscia havere qualche relatione delli motti de turchi, per occorervi con le provisioni necessarie et darne li debiti avisi a Sua serenità et all’eccellentissimo signor generale.
Però in essecutione della detta terminatione, fatto venire un morlaco di statura alto, vecchio, con barba canuta et camisciola rossa, et interrogato del nome, patria et professione, rispose: “Mi chiamo Toniza Dravichevich da Bristiviza, son morlaco che attendo a laorare.” [Le risposte in discorso diretto degli interrogati sono state riportate con i due punti e tra virgolette, non presenti nel testo originario.] Interrogato che cosa, è intervenuto al sanzacco di Clissa et perché tutte le città et popoli se li sono solevati contro, rispose: “Il sanzacco haveva tolto a un turco chiamato Cirovich [?] alcuni suoi beni, per il che detto turco è andato a Constantinopoli et havendo appreso servità con un visir, ottenne lettere et comandamento che il sanzacco li dovesse restituire ogni cosa, ma non havendo il sanzacco obedito, questo turco si è messo a subornare tutti li cadì et haga del sanzachato che ha potuto, mostrando che il sanzaco faceva delle iniustitie et estorsionii, et così, fattoli solevar contro, questi hanno tratto appresso questi tutto il resto del sanzacado.” Interrogato se tutte le città sono state nella solevatione, rispose: “L’orzavigh [?] che avea Clissa, Sin, Varzisa, Verniz, Rorvaza [?] con il resto, ecetto che Seliuno che le sono state contro, et anco è stato causa di accitar questa solevatione per haver dato licenze in seritto a molti diversi al servitio della Repubblica, et di poi haverli licentiati, li ha fatti pagar la penna, onde parendo di esser stati assassinati, si sono in questi notti facilmente solevati et per molti inguastiti, che faceva il Chiaia, al quale havevo lasciato tutte le cose nelle mani, et in questa occasione il signor sanzacho voleva dare il Chiaia allo sboro, perché se [?] facessero quello le pareva, ma il sboro non lo ha voluto, et ha detto che non vogliono metter la mano né in esso, né in nel sanzacco, ma che vadino via, che non li vogliono al governo, e gli hanno fugati sono di là da Seliuno, all’acqua detta Zablia, et li sono venuti incontro la radunanza di Seliuno, le quali hanno pregato che non se li faria mal alcuno, perché loro lo manderanno via, e così è stato lasciato.” Interogato se sa se ha partito il sanzaco per Constantinopoli, e dove sia adesso, rispose: “Si trova in Schopia e, se non è partito hoggi, prima non haveva fatto, et non si sa dove tirerà”; interogato se il sborro li ha fatto danni nelli beni, rispose: “Non si può stimare quanto ha grave il danno che li è stato fatto, con grandissimo strage, ma è molto più la vergogna, sendo gran tempo che non sia visto tal solevatione.” Interogato se il sboro è disfatto e tornato ciascuno alle sue case, o, se pure sono in armi, se lui è stato con loro, e quanta gente poteva essere, rispose: “Io non son stato, ma un mio nipote, et potevano essere circa 2000 archibugi, a piedi oltre la cavallaria et altri, et il sboro si è disfatto et tornati tutti a casa, ma con ordine il dover domenica tutti rittornare al cadì di Clissa, capo dello sboro, al quale il sanzaco haveva mandato doi somme di dannari [?], ma non li ha voluti acettare, e così detto giorno si dovrà far il sboro da recao, o Rodosich, o appresso Clisa.” Interrogato che cosa si deve fare in questo sborro, rispose: “Certamente che tutti hanno giurato sotto la semmitarra che se dovrà far questo sborro, per metter li confini a Trau et Sebenico da Clissa, sino a Schendora, e veder le raggioni e prettensioni delli morlacchi per rispetto delle regalie et teratici che pagano li signori venetiani e suoi sudditi, nel che dicono essere aggravati et così per sminuire le molte gravezze che hanno li sudditi turcheschi, nelli datii et altro, et questa è cosa certissima, che è seguito con giuramento, anzi che si è stabilito per smaco di quelli che mancassero di andar allo sboro, et appuntamento fatto, se haverà moglie che le sia levata, et sposata ad un altro impresenza di tutti per sua vergogna.” Interrogato se si ha potuto intender o penetrar niente che li turchi restino disgustati dalli sudditi o rappresentanti veneti, e se possono dever [?] sian cattivo animo, o pure cercano di far questo per evitar scandoli et disturbar la buona pace, e se questo sborro fa questa deliberatione di sua libera volontà, o pure con ordine o embri del Gran signore, respose: “Il cadì di Clissa haveva portato un embro dalla Porta in proposito delli confini dirretto al bassà della Bosna, perché esso insieme con il cadì li mettesse, ma il sborro havendo dubio che il bassà tolesse [?] in gola da signori venetiani, ha detto che non vol che altri che loro medesimi vedino li loro interessi, et così si raddunano a questo effetto, et non so se possino haver gli animi disgustati, ma ben so che sono solevati e volendo loro far questo di propria volontà e autorità, bisogna bene che habbino qualche disgusto.” Interrogato che quantità di gente potrà essere a questo sborro, respose: “Sarà credo do volte più di questa altra volta, ma non posso sapere la quantità.” Interrogato se queste cose le sa per essersi trovato a giurar ancor lui con li altri, o se lo ha inteso a dire, respose: “Miei di casa che sono stati al fatto et hanno giurato lo sanno, et in casa mia si trova il caranbassà da Podgorgie, Iuzacorvigh [?] da Signi [?], che lui medesimo lo ha detto, et domenica passata, tolto lui li animali che erano di Chiaia da Acilos Budanovich, et altri.” Interrogato se hanno havuto ordini di portare il ducato che sogliono pagare al Gran Signore quando anderanno a questa raddunanza, respose: “Signor sì che havevano havuto questo ordine, et si partireno sabbato sera o domenica prossima a questo effetto.” Interrogato se sa qualche altra cosa intorno a quelli particolari, se possono haver pensiero sopra alcun luoco o città detti turchi solevati, non so di ciò cosa alcuna, ma potendolo penetrare e ne farò avisar volentieri, sendo io divoto et affettissimo alla Serenissima Repubblica. Quibus habitis et per lectis confirmavit cum giuramento.
A dì 23 detto
Havendo l’illustrissimo signor conte et capitano visto il sudetto constituto, e desiderando di venir in cognitione della verità, spedì subito in Cettina [?] Marco Zadunovigh, huomo pratico et atto per penetrare le ressolutioni de turchi; il quale, andato e diligentemente informatosi sendo ritornato questa sera, ordinò sua signoria illustrissima che fosse tolto il suo constituto.
In esecutione del quale fatto venir il detto Marco alla presenza di sua signoria illustrissima, et interrogato dove ha stato et a che fare, respose: “Son andato a Cetina di ordine dell’illustrissimo signor conte et capitano per intendere il seguito del sboro che è stato contro il sangiaco di Clissa, et quello che si tratti di fare, et havendo parlato con Iadio Pugliacovich, morlaco di Cetina, et con Vido Bosich de Limon [?], et Gregenza [?] Giuvich del detto luogo, miei cari amici et confidenti, et havendo da essi diligentemente interquecito il seguito del sanzaco, et per li altri motti che tratti novamente di fare il sboro, dove loro sono stati et restano informatissimi, mi dissero con ogni sincerità che si era fatto questo sborro per molte angarie et ingiustizie che il suo Chiebaio faceva alli popoli, li quali però, uniti con gli altri ministri del sangiacado, cadì, agà et spai, si sono messi a scaciarlo dal sangiacado, et così l’hanno fugito sino a Schopia, et assignano termine 10 giorni a levarsi via, con l’averlo assicurato della vita, et gli hanno depredato et ruinato tutti li suoi beni et robba et animali, et così il Chiebaia et dopo haver fatto questo si disfece il sborro venerdì passato, et sono tornati alle loro case, et li primo [?] concluso et stabilito, che fra otto giorni, che dovrà esser il termine hoggi, si doveva di nuovo a tornare fare nuovo sborro, a effetto di vedere se il sanzaco sarò levato di Scopia, et poi per vedere li confini et stabiliti, et terminare le pretensioni delli morlachi, li quali si dolgono di non voler pagare il carraggio al signor per i beni, perché possedono et poi anco il terratio alli trausini et le regaglie al Serenissimo principe di Venetia, et a questo sboro saranno uniti tutti li cadì et ministri della provincia, li quali hanno da mandare 3 o 4 persone deputate a questo effetto, che così hanno risoluto.” Interrogato se ha potuto penetrare che hanno per trattare altra cosa in detto sboro, e se questo lo fanno li popoli di lor capricio o pure di ordine della Porta, respose: “Non ho potuto penetrare di che ordine sia questo, ma si bene che ci deve intravenire delle persone andare dal signor bassà di Bosna, né so se hano per trattarvi altri.” Interrogato se ha sentito nova altra cosa in questo proposito, et imparar qual sia il giorno preciso che si doveva fare, et in che luoco, respose: “Non ho inteso altro, né potuto intender, et lo sboro si deve fare a Sin et hoggi.” È il termine, et questo è quanto ho potuto sottrarer per verità. Quibus habitis et per lectis confirmavit cum giuramento.
A dì primo giugno.
Fatto venir un morlaco vecchio, alto di statura, con barba grande et canuta, et interrogato alla presenza dell’illustrissimo signor conte et capitano, rispose: “Mi chiamo Elia Iluvizich, son morlaco e laoro tereni.” Interrogato da dove vienne e quando è giunto, rispose: “Vengo da Bristiviza e può esser un’hora che son giunto qua.” Interrogato che cosa ci sia di nuovo nel paese, e se si fa più sboro o se intende che li popoli siano solevati a qual fine, et per calar dove, rispose: “Vi è ordine di fare sboro per dominicia mattina, al luoco detto Verua, vicino a Cittina, e quelli che sono da lontano dovessero cominciar hoggi a incaminarsi, et cose nove [?] che in questa radunanza si deve far risolutione di scriver al sanzaco perché vadi via, poiché l’essercito si fa di nuovo per andarlo a scaciare, se non partirà di nuovo da Scopia, dove si intende che sia, et si parla che in questo sboro si dovrà trattare anco de confini sì di Sebenico, come di Trau, sin dove arriva il sangiacado.” Interrogato se si intende cosa alcuna che quei di Salona [?] fanno instanza che deve calar gente per guardia per sospetto di spagnoli, rispose: “Quei di Clissa havevano mandato una lettera al cadì, con dire che loro non potessero andare al sboro perché volevano guardar la fortezza, per sospetto de spagnoli, che si dubitava dovessero venire, che hora che è svanita questa voce, dovranno ancor loro andar allo sboro.” Interrogato quanto numero di persone potranno esser, respose: “Si andarà un huomo per casa, se come si dice potrà esser 4 in 5.000 persone.” Interrogato in che modo lui sa queste cose, respose: “Io son stato l’altro giorno in tutti li conti delle ville, dal signor cadì di Clissa, et mentre tra loro trattavano, son stato presente, et così lo so.” Interrogato se sa qualche altra cosa in questo proposito, respose: “Signor no in verità, ma questi due o tre giorni si intenderà meglio, e ne saprò dar conto.” Quibus habitis et per lectis confirmavit cum giuramento.
A dì 5 zugno.
Fatto venir alla presenza dell’illustrissimo signor conte et capitano l’antescritto Tomiza Dravichevich morlaco, et interrogato con il mezo del sorenio [?] del signor capitano […] Renis, quello sia di nuovo e a dello sborro che si doveva fare, respose: “Il sborro è disfatto, si è radunado una parte all’herba, all’acqua e cominciò uno giobbia passata, e seguitl dunarsi [?] uno heri, che fo cadì [?] et levò dopo mezo giorno, fatta la loro radunanza, fo poi disfatto et tornato ogni uno a casa sua.” Interrogato se lui vi è stato, respose […]. Interrogato che cosa si è trattato, respose: “Tutti questi che erano venuti erano rissoluti che si mettessero li confini secondo prima si era stabilito, ma il cadì di Clissa se lo è opposto e ne ha impedito l’effetto.” Interrogato per che causa, respose: “Il cadì disse esser in contumacia con il sanzaco e che non voleva far l’istesso con li franchi, et che li signori conti di Trau, Spalato et Sebenico havessero raddunati molti combatenti, per ostere a queste solevationi, e però per questo effetto e per non romper la pace, non si doveva mai fare questo tentativo, mostrandoli certe scritture et parlando sensatamente, dicendo che se bene haveva un comandamento dal Gran signore, che dovesse vedere li confini, non di meno per non haver lui gli huomini del sangiaco, et per non haver gli latri del bassà della Bosnia, non poteva lui metter la mano a questo, et tanto operò che il tutto si rupe, se bene si lamentavano contro il cadì, con dire che l’illustrissimo signor conte di Trau haveva mandato il […] a trattar con lui, et che lo haveva ingolato, infino il […] e andar a Sin a casa sua.” Interrogato se sa se alcuni altri di questi altri capi habbino trattato insieme per raddunarsi tra loro a far qualche opera, respose: “Hanno mandato un’altra al sangiaco con dire che se venere o sabbato non si leva de Scopia e parti per via, lunidi di nuovo si radduneranno.” Ha dimandato se ha opinione che, tornandosi a fare il sboro per andare contro il sangiaco, li possa esser più dubio che la sudetta gente solevata ha per calare a fare le sudette male ationi, respose: “Questo io non so, se lo potrò scoprire non mancarò di farlo subito avisato.” Quibus habitis et per lectis confirmavit cum giuramento.
AS Venezia, Senato, Dispacci, Dalmazia, b. 18
Trascrizione di Francesco Danieli.