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1723 - 1727 Francesco Gritti

Relazione|

Serenissimo Principe.
Che li cittadini al regresso degl’impegni sostenuti per la Serenità Vostra alle corti esibiscano le relazioni di esse, delle loro massime e degl’interessi è una legge tra le più utili et acclamate della Serenissima Patria. Rinovatone non ha molto e vigorosamente il commando è dover mio per il ministero debolmente adempito presso la Porta ottomana di secondarlo, come con l’ossequio così con l’obbedienza. Nel farlo userò studio tanto maggiore di vincere le repugnanze del rossore et il difetto del talento, quanto può essere maggiore il proffitto in conoscere esatamente la situazione e gl’oggetti di quella grande e fina potenza, più che d’ogn’altra. Il continuo e lungo confine di terra e di mare con li suoi stati, il commercio con le di lei scale, più che altrove necessario, le dispute frequenti, le molte et attrocissime guerre, sono circostanze che portano la Serenissima Repubblica ad avere ad essa quella più vicina relazione per cui si è acquistata il merito e la gloria, talora col consiglio di disarmarne l’avidità de pretesti, e talora col vigore dell’armi di repulsarne la violenza. Dando dunque luogo alle sudette considerazioni, crederò di poter meglio rispettare la tolleranza di vostre eccellenze ommettendo di rifferire tutto ciò che, essendo principi noti di quella una volta barbara nazione, ora servirebbero semplicemente alla curiosità, che può essere facilmente altronde appagata. Forse più utilmente occuperò il tempo restringendo la mia a ciò che vaglia ad informare della presente situazione di quella potenza e dell’Imperio:
1. per lo stato del governo, rispetto al sovrano et alli suoi ministri;
2. per le forze de quali è munito;
3. per il commercio che lo feconda;
4. et, in fine, per gl’interessi dalli quali rispetto agli altri principi è regolato.
Salì al trono Acmet, terzo di questo nome, nell’anno 1703, per quella via che fu assai frequente alli monarchi ottomani, cioè per la violenta ribellione del popolo, e con l’espulsione di sultan Mustafà suo fratello, che tradotto in sua vece alla carcere pochi mesi doppo morì, non senza sospetto di violenza.
Ha il regnante condotti sinora 24 anni di regno, e 56 dell’età sua, tra varie vicende di fortuna, alle quali seppe però mirabilmente accomodarsi. È dotato di molto talento per governare; ama di farsi leggere le memorie, o siano annali della monarchia, e le esposizioni dell’Alcorano, parla perfettamente e, contro il costume delli sultani, scrive il più erudito che possa desiderarsi. Attentissimo per altro al governo, vuole, o più tosto tenta, di saper quanto passa, e potrebbe per la sua capacità assai ben giudicarne, se giungessero a lui le notizie non offuscate dalla passione e dall’interesse delli di lui ministri.
Per tali qualità averebbe potuta conservarsi la grazia per cui il popolo tumultuante lo sollevò all’Imperio, se non le avesse corrette con molti vizii, li più disdicevoli ad un monarca, e che conosciuti sin dal principio del suo regnare lo resero bensì temuto, ma è allora e poi sempre più mal inteso.
Quelli che più ne possedono l’animo suo, e con molta forza, sono quelli della crudeltà e dell’avarizia. Di questi però ha fatto che l’uno servisse all’altro per impinguare l’errario suo particolare, che fatto ricchissimo ugualmente per la raccolta che per il risparmio, egli sta giornalmente vagheggiando, raccolto (per quanto ne parla la fama) in vasi trasparenti, più che a delizia dell’occhio a stimolo del desiderio. Per quanto però siano in lui violente queste due passioni, fu et è sempre disposto di ambidue sacrificarle alla timidità che lo predomina.
L’attuale primo visir, conoscendo quanto a sé importasse diminuire nel popolo la mala opinione verso il sovrano, pose in opera ogni studio a riformarlo. Lasciò correre questa ultima, senza molta cura di moderarla, giudicando che ella sarebbe sempre un rimedio ad assicurare la sua fortuna, ma niente poi ommise a migliorarlo nel resto. Col promovere fabriche, divertimenti et spettacoli publici, onde allettarlo, gli riuscì renderlo più trattabile. Col castigare altresì quando gli è occorso, ma severamente, e coll’uso di esilii più tosto che di carnefice, e col far entrare in cassa di Sua Maestà per strade piacevoli e industriose ciò che prima era prezzo di sangue, ne mitigò la fierezza e ne bandisce continuamente l’avarizia.
L’età pure ha avuto qualche merito nel corregere un altro vizio più volgare, ma che presso la licenziosa nazione passa a titolo di virtù, hebbe egli, et ha a sua disposizione, varie donne. Una tra esse, circassa di origine, e Defigan di nome, è da molto tempo la favorita, ma non moglie, non avendo potuto l’amore, quantunque armato di lusinghe e di arte, vincere in di lei favore la passione troppo impegnata per il risparmio. Patì però ella ultimamente grave rischio, sino ad essere scacciata dal Serraglio, né si sa se convinta o imputata di aver alienate alcune gioie per supplire in difetto di assegnamento alla decenza del di lei posto. Ottenne ciò nonostante d’esservi richiamata, e di rimmettersi in grazia.
Da questa ha la Maestà Sua procreata la maggior parte della reale figliolanza. Sei sono li principi in età pocco distante tra il primo, di 16 anni, e l’ultimo, nato durante il mio soggiorno a quella corte. È Soleiman primogenito, e perciò il più osservato; diede la natuta aspetto fiero, indole austera, genio superbo. Ad un solo tra questi fratelli Mahometto, secondogenito, ella fu parziale con bellissime e dolci fattezze, al che aggiongendo egli per inclinatione maniere graziose e disinvolte, e tratto assai cortese, si è guadagnato la prefferenza nell’amore e nelle speranze del popolo.
Pure è a compiangersi la fattale condizione a cui sta esposto un principe di tal indole e di tal fortuna. Ella è l’ordinaria che minaccia le vite delli principi di questa casa, che hanno diritto immediato sul trono. Questo potrebbe essere pericolo commune a tutta la posterità del regnante qualunque volta, mancando egli, vi fosse inalzato Mamut primogenito tra li tre principi figli di sultan Mustafà precessore. È molto a dubitarsi che aprendosi un tal caso, e molto più se per violenza volessero il popolo e la nazione correggere l’ingiuria fatta già alla natura et alla legge in pregiudicio di questo herede legitimo et innocente. Forse che fin d’allora reclamando secretamente negl’animi delli ribelli, la pietà e la giustizia svegliarono in favore di questo principe, ancor tenero, li rimorsi della violenza, e che perciò li giannizzeri cogl’ulemà, o siano gente di legge, si risservarono la ragione e presero sopra di sé l’impegno di farsene render conto, come di un deposito sacro alle speranze et all’occasioni dell’Imperio.
Tale attenzione, che essi di tratto in tratto pongono in uso, essendo in sommo significato, punge vivamente il cuore del sultano e delli ministri suoi, a segno che forse si sarebbe tentato sopra di lui se o più libere fossero state le congiunture, o se non si fosse temuto di accelerare il male con un rimedio intempestivo. Non saprei descrivere all’eccellenze vostre quanta fosse l’universale tristezza de Turchi allora che nell’anno precedente, benché in mezzo alla fauste conquiste di Persia, erasi diffusa la voce di grave infermità di questo principe. Insorsero sfrontati, se non sediziosi, discorsi a segno che o fu buona sorte del governo che la malattia non finta cessasse, o fu sua prudenza et interesse sopirne ben presto il supposto, che fu communemente giudicato un esperimento. Questo favore ha per base la commune e vantaggiosa opinione ch’egli, maturo già di età (giungendo alli 32 anni), abbia felicissimo talento, quantunque abbandonato di coltura, generosità d’animo, benché tradita dal diffetto di mezzi e valore di forze, benché senza altrui esperimenti, che finti.
Viene trattenuto nel reale Serraglio di Costantinopoli, ma segue sempre il sultano ovunque vada. Si tentò di farlo passare nel vecchio, ma tanta fu la sua repugnanza, e tanta l’altrui mormorazione, che se [4] ne abbandonò il pensiero. Pure in appartamento separato, custodito da genti del Serraglio, e a titolo di servizio gli si tengono intorno alcuni eunuchi, ditribuiti in varie funzioni. Ha pur destinata per lui una femina, ma infeconda, e di ettà atta più a custodirlo che a dilettarlo, tanto è lo studio che non si innesti d’arbore così infesto alcun nuovo frutto. Qualunque però sia l’avvertenza, la persona di questo principe è una cometa che inspira spavento al governo, e potrebbe un giorno influire conseguenze non meno funeste del pressaggio.
A prevenirle tendono le già rifferite attenzioni del primo visir per migliorare l’animo del sultano, e per moderare in esso quelle qualità che lo espongono alla detrazione delli sudditi. Sia ciò zelo o amor proprio in questo ministro, vuole il di lui merito e vuole l’argomento che se ne parli.
Egli è Ibrahim Passà, oriundo di Cesarea, in ettà di 65 anni, di temperamento delicato, e deteriorato per le licenze, di figura non molto avantaggiosa, ma d’aria altretanto dolce e di tratto cortese. Visse sempre nel Serraglio impiegato in varii ufficii, e tra gl’altri di segretario della regina madre. Seppe egli allora, e col di lei mezzo, acquistarsi la grazia del sovrano. Ne conobbe e ne guadagnò in progresso le inclinazioni, a segno che puotè sempre maneggiarne l’animo a suo talento. Lo fece con tale industria che ne divenne genero, ottenuta avendo in sposa la principessa sultana primogenita di Sua Maestà. Anche prima di ottenere questo privileggio era in sua mano l’inalzarsi a primo visir. Benché sicuro a sua voglia del posto, ebbe perciò la moderazione e la prudenza di vagheggiarne in distanza il lume, ma di distinguerne l’enorme peso, sin tanto che le congiunture avverse lo aggravavano. Vedeva l’Imperio angustiato per le frontiere perdute nell’Ungheria e minacciato anche dalle vittorie di Cesare, e perciò contentavasi, stando in Adrianopoli caimacan all’imperial staffa, arbitrare in sostanza degl’affari e risservarsi le insegne del commando ad all’hora che la pace sperata lo facesse sicuro. Ma dubitando poi che Mehemet, allora primo visir, con le azioni della campagna sconcertasse li suoi dissegni per la pace, si affrettò di porre ad effetto quello di seccederle. Da tal modo egli assicurò le sue massime, e segnando il trattato di Passarovitz, diede al suo governo auspicii felici et applauditi, acquistando nelli primi momenti gloria e grazia come liberator dell’Imperio.
Questa condotta diede li primi saggi della di lui pacifica inclinazione, e del di lui buon discernimento. Egli è infatti umanissimo, colto, inclinato al favore, e verso li Franchi manieroso e facile ad essere imputato dal popolo. Ha cuor generoso e liberale verso le milizie et il popolo; ha mente pronta, penetrante, ferace e così attiva che sa meditare ad un tempo più proggetti, et indefesso poi alla fattica, non meno esseguirli. Sta assiduo presso il sultano, di cui si è sempre meglio stabilita la confidenza.
A tanta grazia influisce l’amor di Sua Maestà per la principessa sua primogenita, et a lui moglie, che dotata di molto talento e di spirito virile, rileva presso il padre nelle visite frequenti che ne riceve, quanto sia il merito e quanto utile sia la prudenza del marito tra gli impegni difficili e la presente agitazzione dell’Imperio. A queste insinuazioni il visir appiana la strada al cuore del sultano, consacrando intieramente alla di lui predominante passione gl’immensi et arbitrarii proffitti del grande impiego, in cui non cura d’esser povero per starvi sicuro. Usando di questo contegno e di tanti vantaggi sa schermirsi dalli contratempi, che di tratto in tratto lo minacciano, continua a reggere con somma facoltà et affettando apparente dipendenza, con industrioso e rare volte fedele rapporto degl’affari, arbitra però nel commando.
Sopra due altri pincipii questo grande ministro ha rassodata la sua fortuna, cioè con tenere unito a sé e da sé dipendente il ministerio, e con tener lontano, quando non gli riesca deprimere, chiunque può giudicar atto a farsele rivale.
Li due ministri li più adoperati e necessarii nel ministero, da lui prescelti, cioè il chiaià et il reis effendi, riuscirono tali che provano il di lui buon giudizio nella scielta, e la di lui finezza in farla servire alle sue massime.
Fu assai che si determinasse il visir in favore di Mehemet effendi per costituirlo suo chiaià, doppo averlo fatto suo genero. Fu questo huomo un lavoro della sua prottezione e del suo genio sino dalli primi anni dell’età sua, che appena giunge alli 40; ma se è forza credere che quantunque lo sapesse senza alcuna coltura di spirito, e senza averne fatti altri esperimenti che domestici, conoscesse in lui buon intelletto e capacità corrispondenti alla vasta incombenza. Non si ingannò, incredibile essendo con qual prontezza di spirito, anche a prima vista, intenda gl’affari, con quanta accortezza li tratti e con qual rissoluzione li consumi, dando a conoscere quanto maggior merito in perfezionare un huomo abbia la parzialità della natura con li suoi doni, che tutto lo studio dell’arte co’ suoi documenti. Conosce il chiaià tutti li suoi vantaggi, e benché abbia la virtù assai rara di conoscere, e di confessare li suoi bassi principii, sa usarne in maniera che arbitra quasi più del suo patrone nelli riccorsi e negli arcani che passar devono per di lui mezzo al visir. Altro privileggio ha ottenuto, e tutto nuovo a rissalto del suo grado e della sorte, et è l’accesso facile e frequente al sultano. Sia o la di lui industria in farsi credere necessario, attese le gravi congiunture dello stato, o sia l’interesse del visir, onde avere un mezzo sicuro per le insinuazioni a sé utili presso il monarca, egli lo ha introdotto et il chiaià n’è gradito. Si agiutò forse, anche più accarezzando il genio del sultano, che gode nel ricambio di frequenti ricchissimi doni il prezzo del favore accordato. Niente però dona il chiaià che o non abbia preventivamente raccolto, o che non rissarcisca con usura, ammassando giornalmente ricchezze superiori ad ogni privata condizione. Lo fa però per ogni via, e di contribuzione dalli commandanti delle provincie, e di regali da chiunque o aspira a posti o presenta richieste, e sopra tutto di guadagni per l’ingerenza che ha presa negl’appalti delle dogane, delle miniere e delli monopolii. È perciò fatto odioso a tutti per l’avarizia, et alli grandi anche per la superbia con cui verso di loro abusando della sua sorte li neglige e li tiene depressi. Egli però non se ne cura e continua dello stesso passo, a misura che avanza in credito, in ricchezza et auttorità. Con mettodo insolito è gia preconizato passà di Cutaie e beilerbeii di Natolia, con che è dichiarato visir di tre code, ma titolare, acciò che l’attualità del grado, facendolo pari al visir, non l’escludesse per la formalità dall’uffizio che essercita. Fece egli ogni sforzo, ma inutilmente, e presso il sultano e presso il visir, perché gli accordassero la spedizione al passalaggio predetto, indottovi da molte ragioni, che ha pubblicate di sua salute, veramente gracile, ma dalle più secrete di previdenza in che prevale. Fra queste la più efficace deve supporsi quella che misurando egli dagl’accidenti del tempo la fortuna del primo visir, dubita possibile la di lui caduta, et è certo in tal caso che egli ne sarebbe il primo oppresso.
Differente prognostico egli farebbe al suo destino se potesse assicurarsi che il visir fenisse quietamente li giorni suoi. Il visir stesso con tal vista aiuta le di lui speranze, fomentando in di lui favore la buona opinione del sovrano, e lavorando a tutto potere il di lui ingrandimento.
Da tutto questo spicherà assai lo studio mirabile di sì avveduto ministro in preparare, mancando lui, con qualche patrocinio alla sua posterità, et altresì quanta ragione abbia il chiaià in seguire indivisibilmente quella fortuna, da cui riconosce il principio, e spera l’incremento della propria. Non sia dunque stupore se tra tanti vantaggi, e tra tali speranze, la grazia del chiaià sia il desiderio, benché sforzato di tutti li sudditi dell’Imperio, e la di lui amicizia sia un grande acquisto per li ministri stranieri. Se taluno di questi lo ha negletto, ha ben avuto a pentirsene, e l’esempio delli mali incontri per ciò sofferti, addittò agli altri la cura di guadagnarlo.
Molto differente temperamento, ma non meno uguale all’uffizio di reis effendi, cioè gran cancelliere, ha Mehemet effendi. Servì al visir nel Serraglio in figura di scrivano; ne uscì con lui e lo seguitò poi sempre. Avanzato in ettà, ma robusto, quantunque logorato perché libertino nel vivere, porta il gravissimo peso di sue incombenze, ma lo allevia con gli esorbitanti profitti che vuol trarne, e sempre inferiori alla sua avidità. È instancabile nella fattica, che gli riesce più facile perché instrutto di tutte le formalità, di tutte le ragioni e dello stile dell’Imperio. Impresso, come egli è della grandezza del sultano e delle massime del Monsulmanesimo, poco stima le convenienze degl’altri prencipi. Ciò lo rende spesso grave alli loro ministri, li negozii de’ quali per la maggior parte, riguardando le capitulazioni delli loro sovrani con la Porta devono passare per di lui mano, quasi fiscale dell’Imperio, oltre tutti gl’altri che devonsi terminare con ordini della Porta, bisognando della di lui segnatura. Caduti però che vi sono, o si arrenano per la di lui ressistenza, che corregge di concerto col visir li suoi troppo facili assensi, o languiscono per una incredibile tardità. Quantunque questa attribuiscasi a quel sopore che egli si procura coll’uso continuo et immoderato di rimedii narcotisi a ristoro dello spirito languido, per le licenze non meno che per la fattica, ella è imputata al suo costume austero, e più communemente a studio d’interesse.
A risvegliarlo in questo ultimo caso, li ministri esteri e li turchi egualmente, non hanno fomento più attivo che quello delli regali, quali esibiti facilmente riceve e sfrontatamente chiede se protratti. Se ne scandalizzano li stranieri e ne mormorano li sudditi, ma tutti poi a gara studiano di allettarlo e di vincerlo; nessuno, infine, che abbia affari con la Porta sapendo desiderare o ministro o ministerio men corruttibile di questo.
A questi due ministri, instrumenti principali del governo, altro ne va annesso, cui però quantunque di grado superiore ad essi (essendo visir di tre code), è data molto minor ingerenza. Egl’è Mustafà capitan passà, uomo, rispetto alli Turchi, di nobile estrazione. Al privileggio dell’origine, unì in lui la sorte una distinta ricchezza, possedendogli, oltre le rendite del carico, vastissimi fondi. Tradisce però la sua fortuna per l’avarizia, che l’ha reso odioso al popolo, e poco accetto al sultano. Pure essendo zenero del primo visir, e perciò chiamato frequentemente alle consulte, si sostiene con qualche credito et auttorità. Parlavasi che avesse ad essere promosso agà de’ giannizzeri, ma ne abortì poi la voce non ben fondata. Erasi bensì dissegnato di tenerlo caimecan in Costantinopoli, allora che, come humilmente principiai all’eccellenze vostre, credensosi imminente la guerra con li Moscoviti, il visir doveva allontanarsene.
È poi sommamente desiderabile per li riguardi della Serenità Vostra, e del Christianesimo, che egli duri nel posto per le ragioni esenziali che rifferirò ad altro nicchio. Ha ottime inclinazioni, nobiltà e sincerità di animo, né può dirsi venale, benché ami d’esser regalato, per vie però secrete e confidenti. Ha talento assai mediocre, nessuna cognizione della marina, e pochissima cura alle cose dell’Arsenale. Mi toccò far qualche utile esperimento delle di lui inclinazioni verso il pubblico nome, e ne restai molto contento negl’incontri che a misura delle occorrenze vostre eccellenze averanno raccolto dalli miei riverenti dispacii.
Con credito superiore, e con non minore frequenza, che il capitan passà è introdotto alle conferenze l’agà de’ giannizzeri, uomo vecchio, adoperato per la sua esperienza e stimato per valore, e per dirrezione ugualmente, e dal governo e dalle milizie; col di lui mezzo il visir si conserva ben inclinate e quiete quelle, che avvedutamente in pocco numero trattiene vicine, et accarezza con maniere cortesi, e sopratutto con la pontuale et regolare distribuzione delle paghe in ogni trimestre.
Accesso quasi che giornaliero presso il ministero ha il muftì, capo della religione, uomo trattabile, moderato, né gran nemico delli Christiani. Riconoscendo questo la sua dignità e la sorte sua dal primo visir, a lui come liggio consacra tutto giorno il voto suo, e nelle consulte, e nelle stese dei fetfà, o siano sentenze sull’Alcorano. Recenti furono gli esperimenti delle quali potrebbe aver vicino il pentimento (come si vedrà), se non si mitigassero gl’impegni difficili dell’Imperio, alli quali egli studiò di dar titolo di religione per giustificarne gl’auttori.
Non minore confidenza ripone il visir nel tefterdar, che è pure sua creatura. Egli restò pocco fa sollevato a tal cospicuo posto da quello, assai ordinario, di semplice scrivano nella reggia tesoreria. La di lui distintissima abilità e la sottigliezza della di lui mente, interessarono il visir a promuoverlo. Non si sa che da gran tempo siasi data più accurata o più utile ecconomia. Ella è tale almeno in quanto alle disposizioni quali poi in quel paese più che altrove possono essere deluse. Questo ministro porta sopra di sé riguardo alle congiunture et al genio del monarca un gravissimo peso, ma non se ne sgomenta; non debilita, non spaventa li consigli alli quali è chiamato, ma la corte può pentirsi di averlo prescielto.
Dalli descritti soggetti sono composte le conferenze più frequenti. Altri, che per dignità potrebbero esservi introdotti, ne sono esclusi per la loro giovanile ettà e per la loro imperizia. Sono tre visiri di banca, l’elevazione de quali è un’appendice dell’auttorità e della sorte tanto portentosa del visir. L’uno di essi è Acmet, figlio suo, di nessuna espetazione per il talento e per li accidenti di epilessia alli quali è soggetto. L’altro è Alii passà, nipote suo per sorella, cui si è pur annessa l’incombenza di nizanzì, o sia guarda sigillo, né di questo, benché di salute più vigorosa, può formarsi più vantaggioso giudizio. Ambi due forono sollevati a tal dignità col matrimonio di due principesse figliole del sultano, così che con unico esempio, e per favore il più distinto che siasi mai goduto da un suddito e da un ministro, il visir si è fatto marito, suocero e zio di tre reali principesse.
Altra di queste restando a colocarsi, n’era egli accutamente punto di gelosia, temendo che fosse data in sposa al selictar, antico suo emolo e favorito di Sua Maestà. Si maneggiò tuttavia con tanta industria, e tanto fu l’impegno della sultana sua moglie presso il padre, che lo determinò a prescegliere Acmet passà, figliolo di Cerchies Osman passà di Damasco. Toltasi il visir di mezzo quest’ombra, averà poi tempo per pensare espedienti, onde le due altre principesse ancor tenere, a misura che si faranno mature, siano disposte in persone che non inquietino la sua pace, e non facciano guerra alla sua grandezza.
Queste sono le persone che per il grado e per le incombenze loro, essendo hora in Costantinopoli hanno o dovrebbero avere il titolo alle conferenze e voto negl’affari dell’Imperio. Vi si admettono molti altri capi, e di milizia, e di legge, quando il visir le invita generali, il che, più che per averne consiglio, serve per appaggare il sultano et il popolo, et per trarne o pretesti o applausi per la sua condotta, a cui sarebbe assai sfortunato chi ardisse di contraporre.
Le più esenziali però, e le più arcane, almeno nelle correnti premure, sono ristrette nel solo chiaià, alcuna volta unito al reis effendi, e più frequentemente al muftì. È insolito bensì, quanto è raro, il privileggio ad Azi Mustafà effendi, non ancora promosso visir a tre code, di quasi sempre intervenirsi. Di quest’uomo tali sono il credito, l’ingerenza e li giudizii, che può essere all’avvenire, come è necessario allo stato presente del governo darne contezza.
Egli ha patite varie vicende, e fu soggetto a molti pericoli, particolarmente per l’amicizia sua col vecchio bostanzi e con Mehemet, già silictar, favoriti ambidue dal sultano e nemici dichiarati del visir. Il primo, come è ben noto, fu deposto et esiliato anni sono, e se più tardo fu però più artificioso né meno violento il colpo sopra il secondo. Ne ottenne il visir l’allontanamento con tale arte, che lo forzò ad essere da sé l’instromento di sua decadenza. Volle che egli stesso in sua presenza chiedesse premio d’un passalaggio dal sultano, che aveva prima disposto per mezzo della sultana sua figlia a concorrervi, come ad un atto di grazia e di giustizia insieme, verso un lungo servizio. Gli fu concesso quello di Chutaie, e di beilerbeii di Natolia; ma, distaccato che fu dal Serraglio, fu anche spedito dal visir in Persia, et esposto a tali e così difficili impegni, che screditato e deposto dal più illustre commando è ora ristretto senza fama e senza grazia nell’ozioso e ricco governo di Diarbechir.
Non meno efficaci, ma inutili intieramente, furono li tentativi per allontanare e deprimere il predetto Azì Mustafà. Questo, in tempo del feroce Alii passà primo visir, e auttore dell’ultima guerra, tenne il posto di reis effendi, et indi con molta riputazione quello di tefterdar. Gli viene universalmente attribuito grande ingegno; lo ha infatti agile, fecondo et atto a matura et accorta direzione. È tenace osservatore dell’Alcorano, appassionatissimo per la gloria e per l’interesse dell’Imperio. È indefesso a studiare et a conoscere gl’interessi della Christianità, di cui è acerrimo nemico, ne ha le notizie migliori, et inoltre il merito di averne diffuso lo studio nel resto del ministero. Queste qualità sono però contaminate da genio di crudeltà e dalla superbia, che gl’infonde la riputazione che gode. È consultato il tutto per commando del sultano, che lo stima, et in qualche caso lo admette alla sua presenza. Trattiene tuttora secrete corrispondenze in Serraglio, e per opera loro, come fu richiamato anni sono da una quasi manuale incombenza datagli in Gierusalemme, così potè deludere, per due volte durante il mio soggiorno, il dissegno concepito di allontanarlo, benché in qualificata figura, facendo giungere al sovrano altro più non desiderar egli che di servirlo in privata fortuna, senza curar posti e ricchezze. Il visir perciò, costretto a stimarlo, e nella necessità di obbedire alla Maestà Sua, dandogli voto negl’affari, studia accortamente che ciò serva a suo pressidio. Lo consulta giornalmente, et affettando di confiderne, lo fa passare per autore delli consigli, non tanto per accreditarli, quanto perché venga il giorno in cui abbia a renderne conto, se fossero traditi dall’evento. Azì lo conosce, ma altretanto cauto quanto è capace e zelante, mostrando ritiratezza, dipendenza e disinteresse, studia di coprirsi.
Questa è l’idea che può darsi di un uomo, che per tutte le ragioni pare destinato a gran fortuna. Se quella del visir venisse a mancare, e particolarmente per qualche colpo di aversità, o per qualche insorgenza sempre possibile in quel ministero, stanno per lui li pressaggi, li desiderii del popolo, le speranze della nazione e l’interresse del sultano.
In tale caso è difficile molto prevedere con quali massime egli dirigesse l’Imperio. Quantunque l’odio suo al Christianesimo e l’amore alla gloria potessero solleticarlo ad impegni, è ragionevole giudicare che egli mai ne prenderà senza prima veder radossate le cose dell’Imperio, onde promettersi interna calma. Documentato come deve suporsi dagl’errori e dal destino di Alii passà suo maestro, et informato com’egli è degl’affari d’Europa, deve credersi che non sia per mischiarvisi, se non allora che si veda in tal situazione onde trarne vantaggi, o senza o con pocco rischio. Non perciò egl’è di genio a star ozioso, ma usarebbe dell’intervallo per regolar et aumentare le forze, e particolarmente le marittime, per le quali egli ha tanta passione quant’è l’utilità che egli crede di trarne. Supplico l’eccellentissimo Senato condonare al zelo una tal libertà di giudizio, che ho fondato più che sopra semplici congieture.
Non saprei già precisamente asserire quali in tal caso fossero le disposizioni sue verso la Serenissima Repubblica, non avendo avuto occasione di trattarlo. Ho bensì cercata quella di blandirlo e di coltivarlo con mezzi naturali e non osservati, onde non esserne ributtato dalla vanità che egli affetta. Mi è riuscito anche, e più d’una volta a buon nicchio, di far lui giungere buone insinuazioni, e spero che quanto mostrò di considerare la mia povera persona, tanto più siami riuscito di meglio inclinarlo verso la Serenità Vostra. Questo uomo, in somma, che è il più riputato della nazione, è il solo che abbia potuto schermirsi dall’arte del primo visir, e potrebbe già esser stato l’inciampo alla di lui fortuna, se questo avesse ralentata l’industria a custodirla. Con impegno più facile persiste il visir stesso nella sua massima prima di tener lontani dalla corte tutti gli altri che potrebbero adombrarlo. Tiene perciò egli fisse, senza giro, le cariche più cospicue, e ne ritrahe due vantaggi: l’uno di guadagnar e conservarsi l’amore e la dipendenza delli possessori, dividendo con essi le spoglie delli governi più pingui; l’altro di star sicuro che li rimossi, impazienti di ozio e di vita privata, non fossero tentati dall’occasione e dal desiderio di novità, o che adoperati nel ministero, e felicemente riuscendovi, non gli si facessero rivali. Ciò tuttavia non lascia di promovere contro lui le mormorazioni delli negletti, alli quali fisca le speranze, e del popolo ancora, perché mancando con le ottazzioni motivi alle spese solite di tali incontri, resta in pocchi stagnante il denaro. Studia egli di contraporre promuovendo regolarmente con raggioni tutto contrarie le persone di legge nelli cadilaggi, e nell’altre simili incombenze, e perché essendo egli membro di quel corpo si tiene da essi sicuro, e perché doverebbe altretanto temerne se l’odio loro desse fomento al concetto che egli sia troppo indulgente a sé stesso, et agli altri ancora, nelli principii della religione e nelli costumi del Musulmanesimo.
Con studio del pari attento a mitigare il senso del popolo, lo alletta permettendogli un’insolita libertà, lusingandolo con la generosità, con ostentazione di zelo e con esercizio attentissimo della giustizia, che rende frequente nelli divani, e con decisioni mirabili in un uomo a cui manca coltura di studio et ogni prattica di civile giurisprudenza.
Con l’uso di così giuste avvertenze, e della più esquisita previdenza, va egli diffendendosi dalle contingenze naturali del paese incostante, sotto un monarca così vario negli affetti, et in un posto così lubrico, che egli vi numera, sotto il regno presente, 15 precessori decaduti e la maggior parte oppressi.
Non so se nel delineare all’eccellenze vostre il sovrano e li ministri principali della corte abbia doperati colori atti a ben figurare il capo di sì gran Imperio, come nell’intenderne le forze, e nel riflettere alle frontiere de’ suoi vastissimi stati, potrà aversi una qualche idea del forte braccio che lo sostiene.
Lungo sarebbe, et inopportuno, descrivere individualmente ogni genere di milizia terrestre che è in uso in quella nazione, non mancandone abbondanti e notissime relazioni. Dirò solamente, et in generale, che grandissime sono le forze di questa feconda nazione e di questa potenza, fatta dalla guerra et ordinata alla guerra, a cui tendono tutti li di lei principii, di religione e di stato. Ciò si è ben veduto in tutte le guerre precedenti, da essa intraprese con superchieria enorme di numero. Grazie a Dio però che non sempre ne fu corrispondente il valore, e che ne fu represo l’orgoglio in più miserabili sconfite. Le due ultime guerre di Christianità, non solo ne anno scemato il numero, ma le anno inoltre infiachite nel buon ordine e non meno avilite di corraggio, come di credito, anche presso la stessa loro nazione. La guerra sopravenuta di Persia ne ha consumate assai per la lontanza, per la differenza del clima, per diffetti di provisioni, e per le azioni sanguinose che sono corse in sì vasto teatro. L’Asia ne è quasi totalmente impoverita, a segno che doppo gli ultimi colpi della decorsa campagna, sarà costretta la Porta di perdere il rispetto alle truppe d’Europa, nelle quali al mio partire dissegnavasi il maggior rinforzo all’urgenza.
La serie di questi esperimenti, e li casi occorsi sul cadere del passato secolo, hanno sino d’allora svegliata la cura del governo a migliorarne et a fortificare l’armata marittima, e ciò che importa tanto hanno inclinato ad essa quanto hanno distolto dalla terrestre il genio delli sudditi. Vogliono perciò li pubblici riguardi che io ne tratti, quantunque più d’una volta siami onorato d’informarne l’eccellenze vostre per quell’attenzione che in grazia di essi ho creduto dovervi prestare.
L’armata sottile è composta di 16 galere, compresa la bastarda ad uso del capitan passà. Tutte sono di 28 sino a 30 banchi, ciurmate intieramente di schiavi et armate di leventi. Elle sono dirrette da beii, de quali alcuni passà di due code. Questi con l’assegnamento annuale e fisso, la maggior parte di 22 mille alcuni di 35 mille reali, sono in debito di tenerle sempre guarnite e pronte a disposizion del sultano, tanto in guerra quanto in pace.
A queste, che diconsi beilere, aggiongonsi altre galere dette zaccale, di 25 a 27 banchi, delle quali esistono nell’Arsenale 25 o 26 scafi. Armansi queste solo all’occorrenze per conto pubblico con 270 turchi di libertà, a ciascuno de quali sono mensualmente assegnati 6 reali di paga. Il capitan passà in tal caso ne scieglie li direttori, quali ne assumono l’armo, salariando li rimiganti, o siano leventi, più e meno col mettodo stesso cui si armano le navi in questo servizio.
Le galeotte pure hanno armo di libertà, alla scielta delli capitanii che lo assumono con paga fissa dall’errario. Quantunque oltre cento vinti se ne contino in Arsenale, sole 50 possono dirsi consistenti et atte al servizio. Esse sono di 16 banchi, di 18, e le più grosse di 21, e portano cannon letriero da 4 e da 6. In tempo di guerra sono numerosissime, tratte più che dal comando dalla speranza di proffitto. In pace poi restano disarmate e divise non solo nell’Arsenale di Costantinopoli, ma in Stanchiò, Candia, Negroponte e Metillino.
Serve pure all’armata sottile altro genere inferiore di bastimenti, detto ganzabassi, de quali contansi in Arsenale settanta scaffi. L’armo loro è simile alle galeotte, l’uso è per li sbarchi, la struttura è in qualche cosa differente e più robusta delli bergantini.
Tale è la presente costituzione dell’armata sottile. Non abbonda veramente di piloti et officiali di gran credito; tuttavia per la qualità di legni, per l’armo, per la robustezza delle ciurme, per la diligenza e per il dispendio in conservarla, apparisce il conto che ne faccia la Porta, in vista di tanti usi per essa utilissimi, quantunque non intieramente necessarii. Il cambiamento però de tempi et il documento delle occasioni e dell’altrui esempio trasferirono le loro applicazioni più serie alle navi.
Tutte quelle del Gran Signore, o esistenti nell’Arsenale, o altrove disposte, sono 30, e queste di rango, età e struttura differente, come mostrano li fogli altre volte spediti alle osservazioni della pubblica maturità. Confermo con mio piacere che tra queste 6 almeno, e queste di due coperte, possono dirsi inabili, a segno che sin da un anno meditavansi il loro disfacimento. Alcune altre sono assai pregiudicate, ma non tanto che non abbia a contarsi sopra di esse ancora per qualche tempo. Sopra di queste, e sopra tutte in generale, usano li Turchi ogni possibile attenzione a conservarle con le concie annuali, ripassandole ogni tre anni intieramente, sino col darle a tutta carena, quantunque restino oziose in Arsenale. Studiasi di compensare il danno delle inutili con la sostituzione di due, intorno alle quali attualmente si travaglia: una di tre ponti, già vicina alla sua perfezione, e l’altra di due coperte molto avanzata in lavoro. Tre altre del primo genere comprese nel sudetto numero di 30 sono gà intieramente leste nell’Arsenale, in cui una di esse fu costrutta con difetti però considerabili. Delle due altre l’architetto fu Janun Hoza a Sinope, e se fu facile notarle di alcun diffetto, l’invidia loro ha promossa una più severa censura.
Se questa sia giusta, mi riporto al giudizio che potrà esserne fatto dalli intelligenti sopra la descrizione assai minuta che di esse umiliai già, anche per stimolo che me ne fu dato dal regimento eccellentissimo dell’arsenal. Certo è che la loro mole le farà più difficili delle altre alle mozioni, e che li portelli del corridor, come li viddi quando anche erano senza il peso del loro carico e della savona, sono assai bassi, in maniera che in vento fresco difficilmente potrebbero aggire, quantunque l’auttore per risparmiare il pregiudizio facesse quanto gli fu permesso dalla necessità di dividere l’altezza e la proporzione del bastimento, ciò che in aggiunta avrebbe dovuto privileggiare il di lui lavoro fu il minore dispendio occupatovi in confronto a quello che era occorso nella prima, già disfatta, di questo genere, e nell’altra esistente in Arsenale e lavorata sotto l’occhio et il commando del capitan passà.
Costò la prima 250 mille reali, la seconda 400 mille, e le due di Janun Hoza, con in oltre una caravella, non costano più che 292 mille. Ne fu fatto l’esame rigoroso per ordine del visir dal terzanà eminì, o sia provveditor dell’armata, ma il rissultato di esso, che si tenne occulto al sultano, toccò sul vivo il ministero. Fu perciò più celermente proveduto d’impiego, ma lontano, Janun Hoza, a cui restò però presso la nazione il merito di aver fatto tal uso degl’arsenali di Sinope che sia facile il valersene in avvenire molto più che in passato. Ha egli disingannata l’opinione che, per il loro basso fondo, non potessero slanciarsi nell’acqua li bastimenti fabricativi senza altamente pregiudicarli, poiché riuscitogli d’esimerne questi due, di sì gran mole, diede a vedere che il pericolo era minacciato dall’imperizia più che dalla situazione. Diede in oltre a conoscere li considerabilissimi vantaggi che ella gode: è abbondantissima di genti atte al lavoro, e con mercede assai povera, fertilissimi sono li suoi contorni di ferro, di canapi e, sopra tutto, di rovere e di zapino. Per tutto questo è molto a dubitarsi che l’esperimento utilmente e felicemente per lui fatto, inviti a seguitarlo; e già prima della mia partenza ebbe qualche sentore che si potesse delegarne l’incombenza a Memis, reale delle navi.
Oltre le navi predette, meritano considerazione otto caravelle bastimenti inferiori, ma vigorosi però, e molto utili per la loro agilità, e per l’uso vario a cui possono servire. Non tutti portano armo uguale d’artiglieria. Quelle costrutte in Costantinopoli portano sino 34 pezzi; quella fabricata a Sinope non più che 22, e otto soli l’altra che fu fatta a Rodi perché destinata ad uso de trasporti; per lo che li male informati non l’anno compresa in questo genere, e tutte poi usano li remi in corridor tra un portello e l’altro.
Riassumendo il numero di tutti questi legni, e riflettendo non meno alla presente costituzione loro, che allo studio non intermesso a presservarli, molta è la considerazione da farsene, e tanto maggiore quanto è maggiore la facilità di quella potenza per armarli, articolo che m’impegnerebbe in qualche digressione, se non l’avesse già altre volte minutamente descritto.
Posso bensì assicurare l’eccellenze vostre che sino alla mia partenza non fu osservato farsi alcun lavoro estraordinario, anzi che assai lentamente procedevasi anche sopra le navi in cantier. Questa lentezza, mal intesa dalli meglio sensati tra Turchi, giustificavasi con le pesanti distrazioni in Asia. Ma non se ne deve però assolvere l’imperizia e la dissatenzione di chi è destinato alla grande et auttorevole incombenza. Questa istessa causa influiva alla povertà delli depositi, che tolta l’artigliaria già pronta per tutte le navi (come altre volte scrissi), erano scarsi d’ogni requisito, e particolarmente di legnami, tutti distratti in usi privati o di delizia, nelle molteplici e varie fabriche sul canale. A questo diffetto, erasi in atto di riparare con tagli abbondantissimi ordinati a Smit e a Sinope, e ben presto doveva esserna fatta et tradotta abbondante raccolta.
È veramente dono speciale della Providenza verso quel paese la facilità di abbondantemente provedersi di tutti li requisiti e delli materiali inservienti alle fabriche et a gl’usi di marina; mi parve ben occupata la curiosità di raccoglierne qualche lume preciso, e crederò non indegno delle pubbliche osservazioni l’unito foglio, che tutto comprende. Vedrassi inoltre in esso qualche osservazione per cui apparisce che aggionta alli privileggi della natura l’industria, il dispendio maggiore consiste nell’opera, più che nelli materiali e nelli atrezzi.
Se di questi è assai ferace il paese abbondante, egualmente, e sempre pronto per tutte le navi dell’Arsenale, è il treno dell’artigliaria, con tutte l’occorrenze ad usarne. Egli si conserva la maggior parte nell’Arsenale, diviso in depositi separati ad uso di ogni nave. Qualche porzione ne esiste nel Topkanà, dove inoltre era già nuovamente fabricata, parte della destinata all’armo nuovo di tre ponti, e continuavasi il lavoro per il rimanente bisogno delle medesime. A ciò si dava ogni studio, et al getto replicato d’essa invitati intervennero con pompa tutti li principali ministri e li subordinati del governo.
Di questa materia dovendo credere l’eccellenze vostre, minutamente et esatamente informate per una persona espressamente spedita a ciò sul luogo, mi cessa il motivo d’importunarle. Del genere pure più distinto e letriere da tre cantari, avendo già spedito alle pubbliche osservazioni quanto potei fondatamente rissaperne, altro non aggiungo se non che per usarne si è costrutto un vascello denominato pure di tre cantari, e che servì nella decorsa guerra. Questo ne porta due soli pezzi, li soli de quali in tal genere si è fatta la fondita; è inoltre armato d’altri dieci pur petrieri da 500, e tutto il resto dell’armo sino a 22 pezzi è del calibro di 16. Il bastimento però è ora ridotto a tale situazione per il peso sofferto nelle batteglie predette, che viene giudicato impotente a più soffrirlo. Quantunque si studiasse ultimamente a ripararlo, non pensandosi però a nuovo cantiere, o a nuovo getto, giova credere che se ne sia abbandonato il pensiero e forse anche screditato l’uso.
Per altro degli altri generi, continuo è il lavoro in prepararsi artiglierie di ogni calibro, per lo più ad uso di navi d’ogni rango, il che prova assai la prevenzione che si ha per la marina.
Non corrisponde già a tale studio l’attività o il numero di persone che potessero dirrigere all’occasione un’armata. Fra li capitanii che attualmente coprono le navi, molto essendo già vecchi et impotenti, altri prescielti per favore, o per interesse del capitan passà, otto al più si distinguono in riputazione et abilità, e di questi tre soli sono turchi di nascita; gl’altri cinque sono rinegati d’altre nazioni. Li più riputati sono due francesi et uno maltese. Molto in passato fu il credito di Alii Fiamingo, ma in adesso, fatto vecchio et decaduto in riputazione a misura che egli si diminuì l’ingerenza nell’Arsenale e la grazia del ministero.
Delli tre capi di mare, Alii capitanio delle navi, è huomo vecchio di qualche esperienza, e di valore sufficiente per l’incombenza, ma senza gran fama, e così deve pur giudicarsi di Memis reala, che è l’ultima delle tre insegne. Di Mustafa beii, che è patrona in grado che corrisponde all’almirante e che è figlio del tanto riputato Suleiman capitan passà, non nacque incontro, onde formarne giudizio, rispetto alla prattica o al valore. La nobiltà che lo portò al grado e l’esempio paterno dovrebbero animarlo allo studio et incitarlo alla generosità. Insomma, in tutto l’Imperio ottomano non vi è in ora soggetto in cui concorrano le parti più necessarie a qualificarlo per insigne e capace direttore di una armata.
Questo diffetto anima in tutti il desiderio universale in favore di Janun Hoza. Questo è forse il suo maggior pregiudizio, poiché li riguardi del ministero per il capitan passà, genero al visir, lo vogliono lontano da Costantinopoli, e con pocca ingerenza. Per questo sono inutili a suo prò le amicizie e le clientelle che egli conserva di molti riputati soggetti, come di Azì Mustafa et altri. Gl’uffizii di questi non ebbero maggior forza che di ottenerle una qualche mostra di ricompensa, e forse più per non tenere in lui agl’occhi universali un confronto presente e troppo disseguale di attività si è spedito alla Canea, vassallaggio con mediocre giurisdizione e con rendita pocco pingue. Con tutto ciò è difficile prevedere qual debba essere la fortuna di tal uomo, che se non ha gran credito di valore, è però riputato assai nell’arte di navigare, e tanto intraprendente quanto è noto per gli accidenti passati. Certo è che se seguisse il di lui richiamo a Costantinopoli sarebbe a dubitarsi che non fusse senza dissegno della corte e senza mutazione nel commando e nelle cose della marina. Vero è altresì che egli sempre più s’invecchia e si disgusta della sua sorte. Sin da quando era a Sinope affettava cautamente cultura d’offiziosità verso il ministro dell’eccellenze vostre, et io riputai del loro servizio adeguatamente corrispondergli. Infatti egli si dichiarava riconoscente al trattamento ricevuto sopra li legni veneti, nel tempo delle sue prime disgrazie, e come si gloria d’esser in guerra nemico feroce, così procura farsi credere in pace favorevolmente disposto per la Serenissima Repubblica. Lo provai anche tale in qualche caso occorsomi, come all’ora rappresentai all’eccellenze vostre; ma con tutto questo è da desiderarsi che non risorga la sua fortuna. In pace il di lui commando sul mare sarrebbe sempre un pericolo, per li frequenti disturbi che nascono; et in guerra sarebbe a dubitarsi che il di lui genio non lo rendesse molesto, correggendo gli errori conosciuti nelle passate occasioni, come non ha riguardo a dichiararsene.
Vorrà Dio allontanare et impedire questi esperimenti, e far sì che continuando per gli impegni presenti la distrazione di quella potenza, sempre formidabile e nemica, non si accrescano maggiormente le di lei forze sul mare. In ogni caso però sarà sempre a lei di grande aiuto il concorso delle navi cairine.
Queste sono in numero di 37, tutte di privata raggione, fabbricate per la maggior parte in Mar Bianco a Rodi et a Metellino, et alcune nel Mar Negro, assai robuste, perché armate da 50 sino a 60 pezzi di cannone. Servono queste in presente al commercio, ma con l’oggetto che fossero insieme atte e pronte ad uso di guerra; ed infatti 13 di esse sono capaci di tenere bravamente la linea di battaglia in Mar Bianco, fornite particolarmente che siano d’artigliaria dal sultano. Altre dieci furono fabbricate in modo tale che potessero servire all’occorrenze di guerra in Mar Nero, restando l’altre 14 libere ad uso di commercio.
Non può negarsi che stimabilissimo non sia questo rinforzo in caso di bisogno, perché sempre pronto e più vigoroso anche di quello che darebbero li Barbareschi. Da tutti tre li cantoni però trarrebbonsi sempre otto assai poderosi vascelli, e se non meritassero tutta la stima per il loro vigore, servirebbero però a numero, e sarebbero utilissimi a tessere, a scoprire, ad inseguire et ad altre simili importanti fazioni.
Dall’imperfettamente esposto, raccolgono l’eccellenze vostre l’interno vigore di quel potentissimo Imperio. Quantunque egli abbia non pocco sofferto per le guerre precedenti, o sia tuttavia soggetto a pesanti distruzioni, non trascuranto Turchi di fortificare e custodire le di lui frontiere. Continue perciò sono le spedizioni di atrezzi e rinforzi alle vecchie fortezze, et incessanti sono li lavori in quella di nuova errezione, Bender et Asach, guardano il confine gelosissimo della Moscovia. Doppo la ricupera del secondo, fortunatamente conseguita in un trattato imposto al czaro più che dalla forza de’ suoi nemici dalla sua eccedente confidenzia, vi tengono Turchi un passà di tre code, copiosi arsenali, e con tutte le annuali espedizioni di bastimenti in Mar Nero vi spediscono ogni genere di rinforzo. Bender poi, piazza da qualche tempo fortificata a fronte delli Moscoviti, serve a freno non meno delli Tartari confinanti che delli Polachi. A questi però più altamente punge il cuore Cotzin. Questa piazza, posta al confine della Moldavia in faccia a Caminietz, sul Niester, è una solenne ingiuria al trattato di pace convenuto in Carlovitz tra la Porta e quella corona, a cui perciò la demolizione accordata non dà altro vantaggio che quello di aver tolto alli Turchi il piede che avevano oltre quel fiume.
È noto quanti tentativi siansi fatti da essa perché Turchi la demolissero. Caddero tutti inutilmente, troppo esenziali essendo in questi le premure di sostenerla. Forse che per questa via guardano due mete in un colpo, e se la sorte aprisse la congiuntura di opportunemente e felicemente scagliarlo, l’impressione potrebbe passare più oltre di quel regno vasto, bensì povero di recinti e indebolito dalle discordie, e perciò mal sicuro per li suoi confinanti ugualmente che per sé stesso.
Alle perdite fatte ultimamente di Belgrado e di Temisvar, che oltre l’aver dato a gli Alemani il possesso della Servia, e in gran parte della Valachia, loro spalancarono l’ingresso alle più gelose provincie dell’Impero ottomano, sostituirono Turchi Nissa e Vidin. La prima è costrutta da molto tempo, ma doppo di allora vi si sono aggionte vaste fortificazioni e ripari assai stimabili. Vidin è di nuova pianta, munita validamente di recinti, ma vasta e posta agli estremi della Bulgheria sul Danubio. Continuo è lo studio et il lavoro per costituirla in stato di raccomandare al di lei recinto la custodia de’ paesi vicini e della stessa metropoli.
Per li stati esposti ad aggressioni maritime non inferiore è la cura. In Morea continuo è il travaglio a quel castello, a Corinto et a Modon. In Candia si lavora tuttavia all’escavazione di quel porto et a riformare il castello con la parte di città che domina, e sino in Canea si è voluto che Janun Hoza si caricasse di rivedere ciò che abbisognava e di aggiungere quanto riputasse atto a fortificarla. È ben degno per altro di amirazione tale loro studio, per cui apparisce conoscer essi che, quantunque vaste e potenti siano le forze di un principato, mai restano sicuri quei stati contro de’ quali può il nemico portar sul mare aggressioni improvise e distruzioni vigorose.
Non sarebbe per loro tanto necessaria questa preavertenza alli castelli posti sul’Elesponto, et a quali unicamente è consegnata la difesa della metropoli e della sede imperiale. Tuttavia se la loro situazione rende superflui maggiori soccorsi dall’arte, somma è la cura di custodirli. Mi sarei creduto assai diffettivo se mentre dovevo render conto all’eccellenze vostre delle forze, et in conseguenza delle difese di questo Imperio, avessi negletta questa, che è la maggiore, e di cui molte sono le relazioni, ma tutte d’occhio.
Li due più antichi e li più interni, posti 14 miglia dentro il canale, diconsi li Dardanelli. Questi sono pure li più stimabili, e perciò li meglio armati per numero e nerbo dell’artiglierie, che incrociano a pello d’acqua il canale, in quel sito non più largo di 900 passi.
Giocano dell’istessa maniera tra loro le batterie, benché di calibro inferiore, onde sono armati gli altri due posti all’imboccatura del canale che nell’unirsi al mare s’allarga sino a 2300 passi. Questi diconsi li Castelli, e la loro costruzione è della metà del decorso secolo, e d’allora che per la memoranda e gloriosa diffesa di Candia le armi della Serenissima Repubblica puottero più volte fiaccare in quel sito con più battaglie la prepotenza ottomana. Questo nuovo propugnacolo ha pure il suo merito per la sicurezza della capitale, ma in fine per tutti loro è maggiore quello della natura per l’angustia del sito e per le correnti e dell’acque, che ne difficultano l’accesso.
Ho creduto che il conoscere tutto questo esatamente e senza sbaglio fosse un argomento degno della sapienza dell’eccellenze vostre, al valore et alla pietà delle quali toccò distintamente da ogni altra potenza cimentarsi con quel formidabile Imperio. Per questo ho cercato, e mi è sortito a costo d’inquietudine, e di lunga fattica, senza mai cimentare li riguardi della prudenza, l’avere sotto l’occhio minutamente, e con cognizione e misure, tutto il littorale, così dalla parte dell’Asia, come da quella dell’Europa, li sorgidori e le correnti del canale, quelle che per molto tratto n’escono e s’incontrano nell’Arcipelago, il giusto dissegno delli quatro pretoccati recinti, la solidità del loro armo, il calibro dell’artiglierie e insieme la descrizione delli contorni loro, le dirrezioni e le custodie che vi si tengono. Per non avvanzarmi in tale argomento, tutto sta raccolto in alcuni dissegni e carte, che umilio unite insieme all’osservazione prudentissima dell’eccellentissimo Senato.
Lo supplico bensì con tutto l’ossequio non accordare a me altro maggior merito, se pur l’opera lo meritasse, che quello di concepirne il pensiero, e di averlo consegnato con adeguate e cautissime commissioni al cuore et alla abilità del sergente maggiore Rossini, che si è assunto di essequirlo. Lo fece con avvertenze tali, e con esatezza tanto scrupolosa, che l’opera superò la mia espettazione, e di gran lunga ogni precedente notizia avutasene. Questa è una prova assai convincente della di lui distinta cognizione, della sue fede e della sua prudenza. Resosi egli per tali qualità, accompagnate alle migliori maniere, stimato et accetto a tutti li ministri stranieri, et alle persone di maggior conto nel paese, altretanto si è fatto a me utile in varie occorrenze, tutte del pubblico servizio. A quest’oggetto egli incessantemente indrizzò le sue applicazioni in quel soggiorno, come vi aveva precedentemente consacrata l’età sua in vive occasioni, per le quali con solenne consenso degli eccellentissimi provveditori generali fu riconosciuto e dichiarato sergente maggiore, per merito e per abilità. Spero per tutto questo che la breve e giusta digressione sarà ben ricevuta dalla Serenità Vostra, che tutto può promettersi da così degno officiale, sperando che la di lei munificenza e la di lei acclamata giustizia possano trarne raggione a consolarlo.
La descritta situazione di sì vasta metropoli, che tanto influisce alla di lei sicurezza, e a tutellare la sede dell’Imperio, vale del pari ad arrichirla con l’abbondante commercio, che ne impingua l’errario. Nell’affluenza del primo e delle rendite dell’altro convien dire alcune cose, e per adempire all’impegno, che ne ho preso, e per stabilire alla cognizione ossequiata dell’eccellenze vostre una meno imperfetta idea del vigore di questa grande monarchia.
Si calcolano oltre 16 millioni di reali le di lei rendite naturali, e per meglio spiegarmi le legittime. Una terza parte di queste raccogliesi dalli carazi, imposizione personale sopra tutti gli habitanti nelli stati ottomani che non siano turchi, o non fossero sudditi d’altre potenze, purché siano protetti dalli ministri d’esse essistenti alla Porta, quali però devono esser molto guardinghi ad accordarla.
Tutto il più entra per li tributi delle provincie, per le decime de prodotti e per le dogane, tra le quali le due sole di Smirne e di Costantinopoli ricavano annualmente pocco lungi da un millione.
Le guerre frequenti anno impedito che nell’errario reggio non si facesse immensa raccolta di richezze. Esse ne suchiarono assai, e quella particolarmente ormai tanto impegnata in Persia, l’ha molto estenuato. Si vuole che ella abbia assorbito sino al principiare della decorsa campagna 50 mille borse, cioè 25 millioni, tratti in gran parte da Costantinopoli, moltissimi dall’Asia (impoverita inoltre e desolata per l’angarie, e per la fame) e non pocchi dalle rendite dell’Europa, sopra cui minacciavasi adesso il maggior peso. Un tanto e tuttora continuo dispendio non può, a meno a meno di non avere ridotta l’imperial casa a qualche ristrettezza, e già ne apparì chiaro l’indizio per la rissoluzione presa, e umilmente rifferita ne’ dispacii, di ripettere doppo tanto tempo dalla corona di Svezia il debito del fu suo re Carlo XII.
Con tutto questo l’esigenze di quell’erario, a differenza che altrove, anno un facile provedimento da molti fonti, che possono apprirle l’arbitrio o la violenza di quel governo, come in più d’un incontro toccò a me pur di osservare.
A differenza dell’errario imperiale, non patì sinora distrazione il tesoro del sultano. Egli senza ingiuria altrui deve riputarsi il più ricco tra li suoi precessori non solo, ma tra li regnanti d’Europa, se per universale e ben fondata opinione giudicansi già in sua mano raccolti oltre 25 millioni. Ha la Maestà Sua rendite particolari per varii assegnamenti, computati in un 6º di quelle dell’Imperio. Vi si aggiungono continui copiosissimi regali dei ministri e delli comandanti, persuasi di non poter meglio assicurare la loro fortuna, che con sacrificarne una porzione al di lui genio. Non mancano spogli d’eredità, e colpevoli et innocenti, e tutto poi ricceve incremento, come ho rifferito, per il più rigoroso e quasi vile risparmio. La passione però che la Maestà Sua ha per questa raccolta è ben vicina ad essere superata per un’altra più forte che in lui risvegliano gl’accidenti di Persia. Le aveva già prima la Maestà Sua consacrate, come scrissi, due mille borse, ma alla mia partenza sul momento di nuovi assai maggiori sconcerti, pareva che egli si fosse esibito di tutto sacrificare all’urgenza che a ragione comprendeva qual ella è sommamente pericolosa.
Alli dispendi del sovrano et alle disperzioni dell’errario sarà sempre di gran ristoro il commercio, ricchissima maniera di quella fortunata potenza. L’interno, cioè quello tra Turchi, non pocco riffonde nelle dogane. Quantunque egli consista in cose necessarie all’uso, la quantità del consumo rissarcisce il poco valore del capitale, molto volendovi al nutrimento d’oltre un million di persone, computate d’avviso dentro della città, in unione a Scutari e a tutte le adiacenze del canale sino alla sboccatura del Mar Nero. Non saprei dar fede a questo calcolo, quantunque stabilito sopra l’universale consenso delli più prattici, ma posso ben dire essere tenuti quei luoghi così feraci di popolo, che paiono non tocchi dalla stragge ultimamente fattavi dalla peste, che nel giro di cinque mesi, per riscontri assai sicuri, ne ha svelte più di 120 mille teste.
Il commercio di fuori è quello che ha il maggior merito della ricchezza e dell’abbondanza. Li due mari, giornalmente e a copia, ve la introducono con bastimenti d’ogni genere, in maniera che parmi lecito dirli quasi due mammelle esibite dalla natura alla felicità et alla grandezza di sì grande Imperio.
Può tuttavia calcolarsi in conto di vantaggio per l’altre nazioni trafficanti che questa non sappia forse ben usare delli proprii e o li lasci sciolti all’arbitrio, o tal volta li ponga in troppo severa e pericolosa soggezione.
Questa particolarmente è imposta a tutto ciò che vale agli usi della vita, prohibiti essendone agli esteri li contratti e gli asporti, et il farlo sarebbe ad essi o contrabando, severamente punito, o indulto comprato a caro prezzo. Benché la regola sia diretta all’abbondanza, ella però si converte ben spesso in grave danno del commercio. Il governo ebbe molto ultimamente a pentirsi di aver prohibito a bastimenti francesi l’estrazione dal Cairo del caffè proveniente dalla Morea, derivanti essendo dal divieto due pessimi effetti. L’uno che se ne diminuì di molto l’affluenza al Cairo, né li bastimenti ottomani vi ritrovarono più provedimento uguale al gran consumo della nazione, onde il visir, per sottrarsi alla mormorazione, fu costretto prohibirne nelle case particolari la dispensa e nelle botteghe la vendita, se non che in polvere et in brevissima quantità. L’altro che Olandesi, approfittandosi del difetto di tal prodotto, e in Turchia e nelle provincie di Christianità, seppero dar riputazione alle loro semine della nuova Olanda, e di là tradurre il frutto alle provincie di Europa in tal misura che ne sopravanzò per li bastimenti proprii e per alcuni Francesi, gl’uni e gl’altri de’ quali ne fornirono in Smirne la Turchia.
Il colpo fu così sensibile al ministero, che si accarezzava tuttavia il pensiero di fabricare in Babilonia, o in Bassora, bastimenti atti a navigare il Golfo Persico e le coste dell’Arabia. Con essi pensavasi non solo di trasportare di là le mercanzie dell’Indie che vi capitano, ma di provedere di passaggio alla Meca il caffè e trasportarlo per il Mar Rosso a Suez, una volta emporio fortunato de’ Veneti.
Non so se il progetto potrà aver luogo, attese particolarmente le gravissime presenti distrazioni, ma ho creduto di accennarlo non solo relativamente al punto che tratto, ma inoltre perché apparisca lo studio del ministero per conciliarsi l’estimazione del popolo, con esami utili in apparenza al di lui commodo.
Con quest’oggetto medesimo non cessa di dare prottezione e calore alle fabriche, già in molti luoghi instituite di lavori di seta e d’oro. Elle sono già introdotte in Bursa, in Smirne et in Scio, ma paiono meglio dilatate in Costantinopoli, dove si calcolano già stabiliti più di 30 mille telari. Li loro lavori imitano assai da vicino quelli di Persia, e quantunque non possano giungere per molti diffetti a gareggiare con quelli di Venezia, tuttavia il prezzo inferiore, il maggior commodo e l’impiego de proprii sudditi, allettano a dar loro la preferenza nel consumo. Questo è assai diffuso alle porte de grandi, che trovano il loro conto nel vestirne le loro famiglie, con dispendio quasi per la metà inferiore, cossì che pocco mancò che non derrivasse un divietto delle fabriche forestiere. Il colpo, che sarebbe riuscito gravissimo a questa piazza più che ad altre, non da altro fu divertito che dall’allontanamento al passalaggio di Zida di Bechir passà, che essendo prima chiaus bassì alimentava col suo danaro e con la sua auttorità le fabbriche stesse. Neppur s’è omessa la cura per la fabbrica de panni, et il paese vi somministra lane abbondanti e di qualità corrispondenti al bisogno. Li fabricano in Costantinopoli, e sul canale. Li battono poi e tingono però in tre soli colori all’acque di Sadiadat. Il prezzo loro è bassissimo, e quale lo merita il lavoro assai imperfetto, così che non se ne vestono che l’infime persone, e taluna più commoda al più li fa servire al sofà, et ad altre simili occorrenze.
Il panno che occupa adesso il maggior applauso et il più universale consumo è quello di Francia, che perciò si è fatto il capo principale del ricco commercio di quella nazione col Levante. La leggerezza, e li colori assai vaghi, e quasi inimmitabili all’altre, sono le circostanze per le quali è reso a preferenza gratissimo, et il prezzo assai discretto, rispetto alle di lui differenti qualità, ne rendono lo spazzo più copioso, calcolandosi che il consumo annuale in Costantinopoli giunge a 600 balle per 650 mille reali di capitale. Poco oltre questo capo, li Francesi portano alla scala di Costantinopoli, così che del valore di 850 mille reali in che si figura consistere il loro commercio attivo con essa tre porzioni egli ne occupa.
Con la vendita di questo e degl’altri, ritragon poi per le loro provincie, oltre alcuni capi di non molto prezzo, molte cere e maggior quantità di lane. In ciò non impiegando essi che 400 mille reali in circa, tutto il di più delle loro vendite ripassa in Francia in contante, e per la maggior parte in cecchini veneziani.
Parsomi degno di cadere sotto l’osservazioni dell’eccellenze vostre questo calcolo, mi affaticai, e n’ebbi l’unito bilancio fatto dalli deputati di questa nazione, doppo l’anno 1725, che per molte circostanze, e di novità tentate contro loro in Costantinopoli e di accidenti in Francia poco favorevoli al commercio, deve riputarsi uno delli meno avvantaggiosi. Mostra questo che il traffico di essa in Costantinopoli ascende ad un millione duecento cinquanta mille reali, come poi per relazioni raccolte con la maggior esatezza, ciò può contarsi per una quarta parte dell’intiero che ella fa con tutte le scale ottomane, e che per confronti assai giusti si fa ascendere vicino a sei millioni di capitale, compresi sempre li ritratti.
Insomma, è forza accordare che il commercio francese sia il più dilatato nelli stati ottomani, continuo e numerosissimo, essendo in tutti li porti di esso il concorso et il treghetto di vascelli, e d’altri bastimenti di quella corona.
Non è però tanto ferace come prima il commercio inglese, che ne restò non pocco colpito. L’attivo consiste in staggni, arromati, poche manifatture del paese, onde contentarne il lusso o l’avidità de grandi, ma la maggior parte in panni di lana. Riuscendo questi nobili per la comparsa, durevoli all’uso, e non incommodi al prezzo, non puotero esser screditati come gl’altri dal panno francese, a cui sono prefferiti dalle più graduate persone tra turchi, e dalli franchi.
Gl’inglesi ne fanno un convoglio all’anno tutto per conto della Compagnia del Levante, e rare volte giunge in Costantinopoli qualche nave sciolta per conto d’alcun particolare mercante. Le navi di essa nazione, quali si siano, niente o pocco riportano da Costantinopoli, dove giungono doppo aver sbarcata a Smirne qualche porzione del loro carico a provedimento di quella scala, ed altri luoghi vicini. Sciolgono poi vuote dalla metropoli, e ripassando a Smirne ritrovano preparati al carico loro li ritratti che ne cercano. Consistono questi in sede, cottoni, dimiti, stami d’Angora, et uva di quel paese in botti per la savorna, che callano con la Valonia. Ciò tuttavia non basta a compensare il valore delli panni e del di più che portano dal loro paese, ora particolarmente che manca a Smirne per la guerra di Persia l’afluenza delle sede, così che sono costretti lasciarvi in mano alli loro commessi il denaro, che girano poi con grossissimi censi.
Con tutto questo il traffico di quella nazione si sostiene in molto credito, trattandosi per essa assai decorosamente e quasi intieramente sull’antico e famoso esemplare del veneto. Viene egli maneggiato dalli mercanti, la maggior parte per sé stessi e dalle famiglie loro, con secreto assai prudente e difficile a penetrarsi, facendosene li contratti nelle loro case, con prezzi inalterrabili, e convenuti in congresso tra loro, e sempre a contanti. Questa è una esenziale differenza per cui procede questo commercio assai più felicemente degl’altri, alli quali non mancano struscii e frequenti discapiti, non potendo li mercanti, e li francesi particolarmente (che sono più tosto commessi non molto ricchi d’altri proprietarii) dilungare i loro negocii, e tenere stagnanti i loro capitali.
Da molti anni restò infiachito, particolarmente dal commercio francese per li panni, il commercio olandese in Costantinopoli, e poteva anzi dirsi cessato, non avendo veduta io alcuna nave con quell’insegna. Se non lo raviva la pace, doppo tanto dibattimento ristabilita con gli Algerini, tenuissimo egl’è in tutto il Levante. A Smirne, che è la sola scala di suo ricapito, non solevano giungervi da qualche tempo più che quatro vascelli all’anno. Se la declinazione fosse unicamente derrivata dalla preaccennata rottura, è già applicato il rimedio. Vi aggiongono essi in adesso tutta la cura per sostenerlo; continuan le loro spedizioni a Smirne di panni, ferro et arromati, e riportandone filati, cottoni, tapeti in copia, e sede molte, sin tanto che li tempi lo permettevano. Ora poi, che avevano già introdotto di portarvi il caffè (quando venisse a cadere innane il già rifferito progetto della Porta per trarlo dall’Arabia), potrebbe farglisi meglior pressaggio, poiché essendo questo un capo molto commodo a Turchi, gioverebbe assai al commercio, e renderebbe grata in conseguenza la nazione che lo provedesse. Tutto questo può dirsi per un qualche abozzo del commercio già radicato in Turchia delle nominate nazioni.
Altro pare che ne sorga, et è quello delle Cesarei; ma non se ne vedono ancora fondamenti assai validi per giudicarne, quantunque siasi voluta aprirle la stradda anche con la solennità delli trattati.
Egli sinora con Costantinopoli è tutto terrestre, et è frutto delle nuove conquiste. Calla egli prima con molto commodo per il Danubio sino al confine ottomano, e di là in costosissime carovane due volte all’anno giunge alla metropoli. Il capitale suo, benché vi si aggreghi qualche argento lavorato in Augusta, ad uso de regali, non è però ricco quanto voglia a formarne un traffico di gran conto, e forse ad uguagliarne di dispendio. Egli è però di molto consumo, consistendo tutto in vetri, bande, lattoni e conterie. Se li mercanti vi trovino sufficiente proffitto è incerto, ma posso ben dire che né il ministero di Vienna né il di lei ressidente alla Porta sono contenti degl’effetti che egli ha prodotti. Oltre l’aver divertito il concorso degl’Ottomani, che andavano nel paese cesareo a provedersi delle occorrenze predette, con maggior proffitto de quei sudditi, la Porta ne ha tratto il motivo et il pretesto, autorizzato dalle capitulazioni, di spedire in Ungheria, e nella stessa imperiale metropoli, un console, che in sostanza ella vuol far valer per ministro. Per quanto siasi ributtata la corte, che conobbe esser dirretta ad oggetti più importanti quella espedizione, e per quanto siasi affaticato d’ordine suo quel ressidente, non fu possibile divertirla, e se forse li tempi correnti non faciliteranno, arduo come scrissi, e forse non senza imputamento, ne sarà il di lui richiamo.
Invaghitto intanto sempre più Cesare del commercio, che è già fatto un’arte et una raggione di stato per quasi tutte le potenze, dissegna da molto tempo d’introdurre a Smirne anche il maritimo dalli littorali di Fiume e di Triente.
Se n’era fatto già un qualche esperimento, et alla mia partenza vi si tratteneva un vascello di paviglione cesareo, carico di ferro, d’aciaio, di contaria e di drappi di Messina. Era perciò sul punto di passare a quella scala per attenderne il ricapito l’agente di commercio, che da molto tempo esiste a Costantinopoli, e forse questo è un mezzo con cui rispetto alla situazione presente degl’affari con l’Olanda, si vorrà ritrare dalle mani di quel console olandese la patente accordatagli di vice console cesareo.
A facilitar la massima di questo nuovo commercio, tende il negozio sì lungamente maneggiato della pace di Cesare con li cantoni di Barberia, che per li avvisi ultimamente di là venuti al mio partire, sentivasi vicino a concludere per mano del capitan passà anche con quello d’Algeri. Reccò universale sorpresa che la Porta pressasse così fortemente quelle genti a gratificazione di Cesare, a cui pareva non fosse il di lei interesse facilitare l’ingrandimento sul mare coll’appoggiare il di lui commercio. Così giudicarono communemente li più sensati tra Turchi, tra quali ebbe a patire severa censura la convivenza datavi dal visir, e tra quelli che ne mormoravano con maggior auttorità, e con sequella erano il già descritto Azi Mustafa, e sino dalla Canea Janun Hoza.
Questo maneggio et il concorso della Porta da questi soggetti non pativa tanti rimproveri rispetto al veneto commercio. Una volta ch’erasi data mano alla sicurezza del cesareo, sarebbe loro piacciuto che anche il veneto si fosse posto ad egual condizione, e perché il primo avesse qualche più felice emulazione, e perché alla Serenissima Repubblica, come altre volte umilmente ho scritto, cessasse il mottivo di frequentemente reclamare le ingiurie dalli corsari fatti alli trattati.
Forse queste sono le raggioni per le quali mi riuscirono le diligenze, alle quali mi parve d’esser chiamato a seconda delle capitulazioni, et in favore del nostro commercio, a cui voglia Dio che sia indifferente questo successo.
Al commercio di questa piazza ho lasciato l’ultimo luogo, già che più volte mi son presa la libertà di figurarlo smunto e languido, quanto egl’è, e di svegliare il desiderio a rimedii possibili, onde almen ristorarlo.
Della di lui decadenza dalla grande fortuna a cui ne’ secoli addietro era asceso, alcune cause esterne derrivarono dalla sorte de tempi, altre dagli interni disordini.
Le guerre molteplici e frequenti con la Porta ottomana, lo studio al traffico introdotto in tutte le nazioni, l’insidia di alcune, le loro manifatture, e inventate, e migliorate, furono tutti suoi pregiudicii, ma di tal natura che ad altro più non potemmo obligare la providenza pubblica che a meditare rimedii, come farsi loro incontro, se non per vincerli almeno per diminuirli; ma ch’egli sia libero a tutti, sciolto da ogni regola, diminuito dalle distrazioni, confuso dalli arbitrii, e tardo nel suo giro, questi sono disordini che provocano et impegnano l’auttorità del prencipato.
In due parti può dividersi il nostro commercio del Levante: l’una rispetto alle scale di Allessandria, di Cipro e di Soria; l’altra rispetto alle scale dell’Arcipelago, ma principalmente di Costantinopoli e di Smirne.
Nelle prime non è estinto, ma il ressiduo di esso in gran parte è coperto dal nome, et anche dall’insegne, di altre nazioni. Veramente egl’è impedito di correre nella sua purità per antiche querelle, e per dubbio che a motivo di esse egli non restasse esposto ad esorbitanti pretese et avannie. Gli eccellentissimi miei precessori furono attenti e a tutellarlo dalle insidie de’ corsari, imponendo loro soggiezione con commandamenti della Porta, e non ommettendo lo studio plausibile di garantirlo dall’avvanie che gli fossero potute porre in campo.
Ne fu tenuto alcun discorso col defonto capitan passà, assai ben inclinato alla nazione et al ministro dell’eccellenze vostre, e fu accennato alcun proggetto. Non essendosi però determinata la pubblica volontà, non essendo riusciti sufficienti gli ordini della Porta a frenare l’ardir de’ corsari sopra le navi colà dirette, restò la cosa sul primo piede, su cui tuttora cammina.
Il commercio di codesta piazza con Costantinopoli e Smirne, mediate il patrocinio dell’eccellenze vostre, procede più regolarmente e più sicuro ma non perciò va esente da considerabile pregiudicii. Egli consiste in pochissimi capi di queste manifatture, e questi (trattene le drapperie di seda e oro) sono tutti di poco valore, di poco credito, e contrastati dall’altre nazioni. Da Costantinopoli per più s’estragono alcuni prodotti, come cuoi, lane, poca cera, e da Smirne, Valonia, alume di roca, filadi e cottoni.
Il capitale di tutto questo negozio non può di gran lunga paragonarsi o a quello che vi impiegano le altre nazioni, o a quello che anche ne’ tempi non tanto rimoti impiegava la veneta. Mal peggiore è che egli annualmente declina. Immediatamente doppo l’ultima pace, risultava il capitale di esso in reali 600 mille, calcolati però sul pagamento del cottimo; ma nelli successivi, cioè da quando arrivai colà all’onore dell’impiego, declinò non poco, né doppo d’allora può dirsi rissorto. Vero è che questo non è il capitale intiero del traffico di questa piazza con la Turchia. Non vi è compreso ciò che in molta quantità entrando in Costantinopoli per Ianina, e per parte di Bossina et Albania, paga il dritto alle sole dogane turche. Neppure vi è compreso ciò che, entrando in Smirne sotto insegne straniere d’altre piazze d’Italia, alle quali si fa accortamente passare da Venezia, è soggetto al peso assai grave d’altri consolati in quella scala.
Pur qualunque sia il capitale, fosse egli almeno tutto di questa sola piazza, o almeno li ritratti, e li prodotti che di là qui arrivano, si convertissero in manifatture, onde dare trattenimento al popolo et alimento al commercio, overo altrove si spedisce, dando al pubblico il profitto del transito, et alla piazza quello che è il maggior di un traffico radoppiato con le confinanti provincie. Ma come è troppo vero che gran parte del capitale è de stranieri, e che poi stagna nelli magazeni, deve assai temersi che resti quasi che intieramente assorbito dal consumo.
La povertà del capitale puramente veneto, vale a dire delle di lui manifatture, patisce inoltre a quelle scale due circostanze di grave danno: l’una ch’egli per la maggior parte è consegnato a corrispondenti d’altre nazioni; l’altra che delle manifatture per lo più manca il bisogno, e nelli tempi più facili per lo spazzo di esse. La minima e essenzialissima essendovi in Costantinopoli una sola casa veneta, et in sozietà con una straniera, et in Smirne sino alla mia partenza a tre sole case erano dirrette di qua le spedizioni, e tutte in unione a ditte francesi. Ben è facile comprendersi come siano maneggiati gl’effetti di questa piazza senza soggezione, né dipendenza a talento et a norma del proprio interesse con arbitrii nelli prezzi, con scredito delle mercanzie e con pericolo (che non avrebbe poi in quei paesi facile rimedio) di fraudi e di fallimenti. Disordine che partecipa di questo per molti effetti quasi eguali è che li capitani e li marinari delle venete navi facciano pur essi negocio, o sia per conto proprio, o de loro parcenevoli, poiché stimolati dalla premura di vendere e dal bisogno di provedere, prostituiscono a capriccio il prezzo delle manifatture, et incariscono quello delli ritratti.
Non sono meno dannosi quelli che derivano dal diffetto e dall’inopportuno ricapito collà delle nostre mercanzie. Il diffetto costringe quelli del paese a prenderne altrove, et a sostituire per il loro bisogno li lavori proprii, quantunque meno accetti, il che minaccia tosto o tardi l’impedimento al corso delle nostre, e in tanto accredita le fabbriche di quel paese con la dilatatione del loro uso.
Ciò si è veduto più d’una volta, ma particolarmente delle lastre d’oro, mentre trovandose vacua quella piazza all’occasione de bairani, e d’altre feste, se ne sdegnarono Turchi, come d’un artificio d’interesse, e convertirono più seriamente le loro applicazioni a lavorare nelli loro stati quelle, che quantunque assai inferiori anno però quasi intieramente tolto il luogo alle venete. Conseguenza d’ugual rischio può sempre temersi allora che giungano fuor di stagione, e doppo che Turchi al costume loro di provedersi in un tal tempo siansi vestiti.
Oltre che queste è un condannarle a marcire ne magazeni, o a fornire pretesti agl’arbitrii delli corrispondenti; Turchi se n’impazientano assai.
Toccò a me, nell’ultimo anno del mio soggiorno, provarne un effetto, quando pressata la corte di provvedere per il bairano damaschetti d’oro, e pervenutogli l’avviso che fossero già introdotti in quella scala nel canale due navi venete, vollero a tutta forza spedir loro incontro a trarne le cassette, con disordine e pericolo grandissimo se non mi fosse riuscito facendomele incontro con destrezza di moderarlo.
Misure rispetto a questo assai giuste e per loro utilissime son soliti di prendere quei mercanti che traficano per la via di Ianina, o per via di Livorno e di Ancona, o con altre barche di Patmos, poiché mirando al tempo del bisogna fanno che le drapperie vi giungono nella qualità, nella quantità convenienti al loro interesse, che resta avvantaggiato anche dall’opportunità.
Essendo tutti questi mali, mali di somma influenza, facilmente discernerà la prudenza pubblica, che tali introduzioni convertono a benefficio delli sudditi ottomani et de stranieri una gran porzione del traffico, e che più scandalosamente portarono gravissima distrazione alli convogli.
Mancando a questi la materia, portano seco la povertà propria et il discredito della piazza, e particolarmente sempre che vi capitano navi vuote. Ciò dà a giudicare alle altre nazioni che siino nel paese proprio manchi il carico, e pure forse con maggior scandalo, quelle stesse navi averanno prima servito a fomentar il disordine col trasporto ad altre piazze d’Italia d’effetti, quali poi sotto altre insegne si saranno trasferiti a quelle del Levante.
Tutto ciò colpisce e fa soggetta ad eccezioni e discapiti la prattica già stabilita, et anche recentemente ritrovata delli convogli, che altre tanto è plausibile, quant’ella è forse il principale vantaggio, che la Serenità Vostra anche per oggetti essenzialissimi di prudenza e di navigazione ritraga dal residuo di quel commercio.
Esposti li disordini, desidererei attività per supplire a qualche suggerimento di quei rimedii, che se sono richiesti dalla necessità sono però combattuti dalle difficoltà, dalla materia del tempo e del costume. Tuttavia, dovendo dire qualche cosa non saprei che assicurare occupati da molto tempo li miei fervidi voti perché riuscir potesse un qualche studio a migliorare almeno le principali manifatture, onde accrescendosene il credito ne fomentassero il desiderio, e ne accrescessero lo spazzo.
Per le fabbriche d’oro e di seda pocco sarebbe a travagliarsi, oltre alla vaghezza del dissegno et alla perfezione delli colori. Queste non avendo altro scontro che le ottomane, si sosteranno sempre in credito, e saranno non sprezzabili o sfortunato fondo di negozio. Il maggior impegno d’applicazione è chiamato a quelle di lana. L’antica delle saglie non è decaduta d’opinione, ma il peso e il prezzo loro fano che l’uso sia risservato a pocchi e più commodi della Turchia, et ad usi non li più necessarii. Parmi che più d’una volta la prudenza de magistrati eccellentissimi siasi data ad invogliare li mercanti d’un esperimento, e forse alcuno se n’è fatto per imitarne l’industria altrui. Io pure ho supplito al mio dovere con tutti li possibili lumi che di là ho saputo raccogliere, il che ora spero che vaglia a dispensarmi da maggior digressione in un articolo, che per la sua esenzialità non potrebbe sobriamente consumarsi.
Niente meno desiderabile sarebbe se non che la piazza avesse vigor sufficiente per stabilire una qualche commoda casa di negozio e di commune confidenza nelle due scalle delle quali si tratta. Oltre la maggior sicurezza delli capitali, valerebbe ciò a concertare di tempo in tempo, et a misura delle occasioni, un maneggio regolato di commercio. Facile allora sarebbe di spedire di qua nelli tempi prescielti li capi ricercati, e più grati, onde farne l’esito con maggior riputazione, e con vantaggio.
Questo concerto potrebbe pure di là possibilmente ricambiarsi coll’approntamento del carico per le navi a misura delle richieste di Venezia, senza la necessità di attendere l’esito delle mercanzie, o di farlo a vilissimo prezzo. In tanto che potesse andarsi disponendo un tanto salutare provvedimento, essenziali riguardi di pubblico servizio vorrebbero che le sozietà, o dite de veneti con forestieri in quelle scale fossero dolcemente disciolte, onde togliere gl’equivoci e gl’artifizii che col titolo e con l’uso tal volta d’una protettione, e tal volta dell’altra, colpiscono ugualmente l’interesse et il decoro della piazza. Gioverà pure di porlo a coperto rinovando li divietti già imposti per le leggi alli capitanii di nave, et alla gente di marina, di non ingerirsi in traffico, onde il desiderio del loro civanzo, o la premura di sciogliersi, non pregiudichi con li loro vili et arbitrarii contratti le speranze et il concetto delle merci, che vi conducono per conto altrui.
Anche per li convogli in favor delli quali si è determinata nuovamente la pubblica auttorità, è costretto il zelo a qualche considerazione. È grave disordine, et ad essi di gravissimo pregiudizio, che le navi, le quali per giungere a quelle scale in unione ad altre, e con la scorta delle publiche, anno consumato gran tempo, vi siano prevenute a ricceverlo da bastimenti, che sciolti da ogni soggezione, e forse rei, come dissi, d’altri viaggi, là si presentano con brevità di tempo, con spese molto minori, e perciò in stato, facilitando a mercanti il noleggio, se non d’impedire di difficoltare almeno, e dividere il carico.
Altra forse più esenziale considerazione devo soggiungere, deducendola dallo stato del commercio, come già lo descrissi estenuato di capitali. Non posso non ritoccarla alla venerata prudenza dell’eccellentissimo Senato, onde si degni riflettere se come fu utilissimo e degno della di lei carità l’ultimo decreto, che fissa et assicura in tempi determinati le mosse e le scorte alli convogli, così forse non eccedesse per ora il bisogno e la forza della piazza, il replicarsi a tre per anno, et il lasciare intera libertà di numero e di concorso alli bastimenti.
Purtroppo è patente che manca la materia, e che come la scarsezza delle merci da questa parte ivi non dà vantaggiosa comparsa alle navi di quest’insegna, così il carico diviso diminuisce a ciascuna il proffitto, e se pure il caso lo rendesse per tutte sufficiente, ciò che sarebbe utile delli parcenevoli si farrebbe danno del negozio.
La quantità di bastimenti al carico incarrirebbe il provvedimento a quelle scale, come l’affluenza di ritratti a questa ne diminuirebbe il prezzo; e in oltre non potendo essi facilmente smaltirsi, ne seguirebbe lo stagno, il pregiudizio e il discredito degli effetti. Tale essendo la vera costituzione delle cose, sarebbe ad esaminarsi per la piazza se per ora due soli convogli annuali, e ben regolati a norma del decreto, ne tempi che fossero prescielti per li più opportuni alli cuoi di Costantinopoli, et alli cottoni di Smirne, potessero supplire sufficientemente al bisogno. Compenso del pari utilissimo alla riputazione et all’interesse della piazza sarebbe un qualche limite al numero delli bastimenti che dovessero aggregarsi a ciascun convoglio. Prevedo tuttavia che il convoglio sarà combattuto da quel titolo di libertà, che nel nostro commercio è però licenza, che in quello d’altre nazioni passerebbe per vizio. Se poi a queste restrizioni potesse unirsi un qualche freno all’impudenza con cui li capitali migliori della piazza sono trafficati in Levante per altre strade, e con altre insegne, come ho esposto, non potrebbe più revocarsi in dubbio che il di lei commercio non fosse per risorgere a miglior fortuna, che non fosse per utilmente e fortunatamente dilatarsi anche l’uso delli convogli, e con ciò in progresso stabilirsi una più felice e decorosa navigazione.
L’argomento dimanda tutto l’impegno della prudenza dell’eccellenze vostre, e crederei che non potessero mancare mezzi onde assicurarsene. Senza quello ben forte e severo della pubblica autorità, non sarà forse tanto agevole opponersi alla traduzione ormai abituata per la via di Janina, e d’altri stati ottomani. Come l’interesse è lo stimolo, o il freno respettivamente, sempre il maggiore alli mercanti, così non sarebbe forse irragionevole che anche le merci spedite per quelle via alle scale di Costantinopoli e di Smirne, pagassero egualmente come l’altre tradotte sopra le navi in convoglio.
Per esimere il proggetto dalle possibili opposizioni e dall’odiosità, il maggior studio doverebbe convertirsi a rinvenir maniera che l’esecuzione di esso seguisse a questa parte, e mettodo per cui l’aggravio apparisse universale, ma ne restassero poi esenti le mercanzie che, obbedienti al pubblico commando, si rassegnassero alle scorte, o al più, quando si voglia, quelle che passassero alle scale suddette per via di mare sopra legni veneti.
Se ciò potesse aver luogo, ragionevole sarebbe il credersi data remora sufficiente al disordine, poiché se all’aggravio che mercanti pagano alla dogana turca, considerati come sudditi ottomani, dovessero unire quello molto più giustamente dovuto al loro sovrano, si diminuirebbe per essi il solletico del proffitto, e cesserebbe un’odiosa competenza per li convogli, alli quali si accrescerebbe rigore e sostanza.
Molto più di ciò che io penso potrà fornire l’importanza della materia all’esperienza delli magistrati eccellentissimi, et all’autorità dell’eccellentissimo Senato. Haverà la mia riverente esposizione tutto il suo frutto se potrà valere a rillevare lo stato presente delle cose e la necessità del rimedio in un argomento che formando una porzione dell’incombenze raccomandate all’impiego sin ora da me sostenuto, non potevo ommettere, quantunque il ripetterlo dovesse caricare di acerbo senso il mio riverentissimo zelo, o di rimprovero la mia importunità.
Restami per intiera consumazione dell’assunto presomi nel principio di questa riverente esposizione che rifferisca gl’interessi ond’è regolato quell’Imperio riguardo agli altri principi. Haverei sperato (mercè le diligenze per l’addietro usate, e dall’eccellenze vostre benignamente gradite) di soddisfarlo assai sufficientemente, se prima nuove e gelose alleanze in Christianità, et indi sul momento di mia partenza nuove e non attese contingenze in Persia, non fossero arrivate ad alterare le massime con le quali sino a quel punto la Porta procedeva. Allora poi ebbi appena spazio per riconoscere li principii e le dirrezioni cui ella potesse dar mano per farsi incontro a così gravi emergenti. Rifferirò tutta via ciò che per le precedenti cognizioni ho potuto dessumerne, e che crederò men soggetto ad errore, o a vicenda, onde la venerata prudenza dell’eccellentissimo Senato, illuminata in progresso per l’esperienza e per la virtù dell’eccellentissimo mio successore, possa anche meglio giudicarne.
Gl’accidenti occorsi in questi ultimi anni richiamano adesso, come già nelli secoli addietro, ma con motivi molto differenti, le prime osservazioni sopra la Persia. Da qualche tempo non se ne trattava che per la sola considerazione dovuta al di lei confine con li stati della Porta. Per altro era già in lei cessato quel vantaggio, per cui gran conto prima ne facevano le potenze christiane, in vista delle distrazioni che ella era solita di dare alle forze esorbitanti dell’Impero ottomano. Doppo che sultan Amurat, con l’acquisto di Babilonia, aveva accresciute le precedenti conquiste, et assicurata quella frontiera, essendo costretti li Persiani vivere con rispetti di molto onore verso la Porta, caduti perciò in ozio tale che n’estinse il credito et il valore, più non restava che sperarne alli Christiani niente che temerne alli Turchi, e tanto meno quanto che la religione de Persiani, contaminata dalle massime e dalle spiegazioni di Alii, animava contro loro l’odio e il disprezzo degl’Ottomani, seguaci di Maometto e sudditi della Porta.
Tutto ciò venne ultimamente a cambiarsi rispetto agl’interessi de Turchi, non già per merito delli Persiani, ma per l’innesto di que’ vasti paesi d’altra più incolta, ma più valorosa nazione, e per l’intrusione in quel trono d’altro principe, più barbaro ma più intraprendente.
Questo successo formerà un’epoca assai memorabile alla curiosità de’ posteri, presso quali passerà in prodiggio che Merì Mahumut, o Mir Weisoglu, prencipe giovanne, disceso dal Candaar, provincia appena nota, e sempre soggetta, col seguito di poche milizie afgane, e con non altro titolo che di rifformatore delli scandali della religione di Maometto, ch’egli professava nella sua purità, abbia potuto in brevissimo tempo sovertire da’ suoi fondamenti quella monarchia, occuparne la porzione migliore, svellere dal di lei sovrano et a sé appropriarne la corona, e procedere in somma di passo tale che trasse in gelosia et in impegno due vicini potentissimi imperi, il Russo e l’Ottomano.
Vagheggiava da molto tempo il czaro, come era noto, alcun acquisto alle sponde occidentali del Caspio, onde con maggior facilità e floridezza attirare ne suoi stati il pingue commercio della Persia. Dalle violenze de Tartari Lesgi, da essa dipendenti sopra li di lui sudditi trafficanti in Samachi, capitale del Scirvan, glie ne fu dato il pretesto e dalle accennate sopravenute soversioni glie ne fu esibita l’occasione, come poi dal soccorso per lui in tal caso promesso con un trattato al prencipe Saktamas, legittimo successore di quella usurpata corona, trasse titolo a ben usar d’ambidue. L’apprimento di questa scena in così vicino teatro non era così oscuro, che li ministri della Porta tanto illuminati potessero esserne spettatori senza insieme prevedere qual potesse esser il fine della tragedia tessuta d’azioni violente, e trattata con motivi di religione e di stato. Con tutto questo il primo visir, lusingando sé stesso, la nazione et il sultano che li Persiani fossero per risvegliarsi a ritogliere le conquiste dall’usurpatore e le distrazioni estorte dal prencipe loro collegato, disponeva mezzi e dava fianco a voci di guerra, senza però mai torcere dalle vie più industriose per sfuggirla.
Gran motivo in progresso egli averebbe avuto a pentirsi di tale fredezza, utile al confinante sospetto et al conquistatore temuto, se o più misurate o più felici fossero state le dirrezioni del czaro. Quando fu il tentativo di questo col farsi innanzi nella provincia del Degestan, per indi col favore di tante popolazioni christiane della Georgia disposte ad accoglierlo, apprirsi il possesso del paese interposto tra li due mari.
Questo passo averebbe a lui apperta libera e spaciosa la communicazione terrestre delli suoi stati, sin ad ora ristretta ad una breve linea, su la sponda del Caspio sino a Turchi, con che averebbe in oltre rimesso alli Turchi quel freno che avevano riscosso con la fortunata ricupera di Asak. Ma o mal preso, o mal secondato da mezzi, il dissegno abbortì; convenne la Maestà Sua frettolosamente retrocedere a Derbent, e rittornarsene alli suoi regni.
Fu allora che il visir bravamente conobbe la necessità e l’opportunità di prevenire nuovi tentativi, onde si determinò alla conquista di Teflis, capitale della Georgia. Quanto riuscì a Turchi grato e vantaggioso acquisto di tanta conseguenza, altretanto fu grave al czaro, il quale doppo questo successo parve disanimato nell’impegno. Certo è che egli allora apprì l’addito a meneggi, e la Porta fattasi quasi sicura da quel canto, vi adherì, sempre con l’oggetto dissimulato, ma noto, di declinare con ogni mezzo dalla rottura con la Moscovia. Tale era la disposizione degl’animi quando a me toccò di assumere l’impegno, e per essa restò di molto facilitato all’ambasciatore di Francia marchese di Bonac l’assunto pocco prima quasi arbitrariamente presosi di mediazione. Gli riuscì con lungo e accorto maneggio di indur le parti al già noto trattato, concluso nell’anno seguente, e che fu un partaggio della Persia fra li due imperi, più tosto che un mezzo a redimerla dall’oppressione dell’usurpatore. Il di più di esso accordo fu un lavoro di tanta industria, che quantunque il suono degl’articoli altro più non dichiarasse che la mediazione del czaro tra la Porta e il giovanne soffì di Persia, la loro sostanza però fu di stretta alleanza a fine di disponere a loro talento, e concordemente di quella già divulsa e lacerata monarchia.
Nel mentre però che duravano le conferenze, la Porta, al favore della già concertata convenzione, prosseguiva l’imprese di Persia, e con l’occupazione di molte piazze, e delle provincie dipendenti, tendeva a porsi in possesso delle conquiste assignateli col fine non più occulto, riuscendogli, di poter poi imponere altrui la legge, a trarsi a talento suo dall’impegno senza rispettare il nuovo trattato.
Secondata sin allora dalla fortuna, negligeva le proteste fattegli in nome del czaro dal suo ministro ressidente presso di essa, così che le cose ricaddero più d’una volta a termini di vicina rottura. Tanto però erano concordi ambidue le potenze in non volerla tra sé, quanto che per sottrarsene spedì il czaro, et accolse la Porta, un inviato estraordinario, autorizzato alla rattificazione del trattato sudetto, et ad esequirlo con la limitazione sul luogo delli confini.
Erano le cose in tale pendenza quando accadde la morte del czaro. Un tal caso, e la successione in di lui testamento, ordinata all’imperio, sciolse la Porta quasi che intieramente dalli rispetti, se non dalle condizioni convenute, ma pocco osservate anche vivente il czaro.
Quantunque ai ministri della czarizza il visir dichiarasse, riguardo alle cose di Persia, determinata volontà di esseguire l’accordo, lasciava però correre le contravenzioni, occupando luoghi considerabili oltre la linea pattuita, e dilazionando sotto vari pretesti l’espedizione dell’inviato allo stabilimento delli confini.
Più sicuro, e forse più utile, sarebbe riuscito il consiglio, se più tosto che spezzare e lusingare la novella imperatrice de Russi, avesse rivolte verso di lei le convenienti attenzioni, onde indurla in ordine alle massime del defonto imperatore marito ad usare delle di lei forze, quali si fossero alla depressione del Mir Weis stesso, colpe da cui egli conosceva dover dipendere il destino dell’affare. Gli riuscì a maggior sconcerto l’inganno suo per la più inaspettata e tragica sopravenienza della violenta morte del Meir Weis oglu, doppo aver dovuto alla rissoluta intimazione delli suoi stessi arugani dichiararsi in successore Esref, cugino suo. Si vuole che per ordine di questa, e a titolo di sua compassione, terminasse di vivere quel sfortunatissimo principe, che languiva miseramente tra li furori di ferrocissima rabbia e di attrocissimi rimorsi per l’inesplicabili crudeltà, e per l’immense rapine, tra le quali perdè il frutto e l’onore delle conquiste, alle quali poteva pretendere per gl’inviti, e quasi per gl’impulsi della sua fortuna.
Benché pocchi giorni doppo fosse riuscita dalla Porta l’occupazione di Tauris, questo fatale accidente cambiò tutta via scena sul grande e lubrico teatro. Il nuovo personaggio introdottovisi non poteva, a meno di non imporre al consiglio et alle forze de Turchi quella soggezione, che sin allora non avevano saputo sofrire dal di lui infelice precessore, dalla Moscovia e dalli trattati.
Le più accreditate relazioni di questo principe sono che l’età sua di 30 anni sia superata dal talento, dall’eloquenza e dalla virtù; che verso li sudditi suoi usi moderazione e clemenza, che in tutte le di lui azioni procuri di uniformarsi all’Alcorano, ch’egli rigorosamente osserva. Aggiungono che quantunque egli abbia seco 30 mille arugani, scielti per valore e per purità di religione, e tra questi 12 mille detti bucari, sempre a lui vicini, non ami però la guerra, ma che consacri li studi suoi più accurati al culto divino, che tutto consigli con gli uomini della legge, che alle occorrenze delli riccorsi (a tutti liberi) sia solito scendere o dal cavallo, o dal trono, implorando da Dio lumi, onde deciderne con giustizia et a norma della sua legge. Queste qualità degne d’altro principe, d’altro regno, e d’altri sudditi, non potevano a meno di non conciliarle la stima sino del ministero ottomano, e non imprimere in essi di lui un qualche maggiore rispetto.
Restò maggiormente assai sorpreso il primo visir allora che, arrivato in Costantinopoli un ministro di questo prencipe, da cui attendevansi ommaggi al sultano, sfodrò clarissime pretese di ripettere tutte le adiacenze della monarchia, occupate da gl’imperatori ottomani, e molto più quando intese farsene la dimanda, in vigore dell’Alcorano, che gli fu apperto in faccia, et imputarsi alla Porta per colpa notoria di religione, oltre molte licenze di costumi, le paci con le potenze christiane a prezzo di tanti stati perduti, e molto più l’alleanza con la Moscovia, a depressione de musulmani.
La sorpresa derrivata da tale assunto nel governo fu uguale all’apprensione sempre per lui avutasi che la guerra di Persia non arrivasse a farsi guerra di religione. Questo fu il fantasma che sino dal principio aveva più turbati gl’animi, et oggetto in vista del quale eransi regolate tutte le azioni precedenti, onde sciogliersi dall’impegno quanto più brevemente fosse stato possibile. In tale arduissima situazione furono prescielte due massime, che ardirei quasi dire due errori. L’una di stato, cioè di cambiare contegno con la Moscovia, attesa anche la soggezione che davano li di lui maneggi per la nuova alleanza con Vienna, e di concertar seco seriamente li mezzi onde rimettere Sak Tamas, o sia il giovane soffì, sul trono paterno. L’altra di religione, dovendo con il concorso di tutti gli uomini di legge, con l’auttorità e con sentenza del muftì, a dichiarare eretico Esref perché volesse erigersi in parità con Acmet, sultano de Turchi, cui come possessore della Meca e Medina, per legge di Maometto si sosteneva doversi il primato tra prencipi seguaci di essa.
La prima delle due massime consumando il tempo per la necessità di varie espedizioni e concerti, alterò le misure che prima eransi vigorosamente prese per la campagna, e ne ritardò, anzi ne impedì, le azioni alle quali Esref non era ancora così ben preparato. La seconda irritando questo giovanne principe e li suoi seguaci, confidenti per la purità della religione che essi professano, fece che il colpo contro di lui vibrato ricadesse sopra gl’auttori.
Ciò apparì ben chiaro nella fuga e nella dispersione di tutta l’armata ottomana, che sotto la dirrezione del passà di Babilonia erasegli presentata a combatterlo a cinque giornate da Ispaan, dove Esref ha potuto quasi che col solo suono di religione, e con l’invocazione di Maometo, battere e disperdere li suoi inimici, rendendosi patrone del campo, con incredibile quantità di monizioni, e quel che più importa con un treno vigoroso di artiglieria.
Tale alla mia partenza era lo stato delle cose, per cui stava la corte sommamente confusa, inquieto il ministero e sopra tutti agitato il sultano. Né pure oscure erano le voci (e non tutte volgari) in detestazione di una guerra, che erasi sempre imputata di ingiusta, e perciò punita da Dio con esito così sfortunato. Forse che il visir si sarebbe dato a correggerle, se non avesse molto ben conosciuto che il farlo intempestivamente sarebbe riuscito più tosto che a moderare ad inasprire le detrazioni. Con più salutare consiglio erasi perciò dato all’uso di quella dissimulazione, che è dote distinta del suo raro et accortissimo talento. Facevasi vedere in continue numerose consulte, onde scoprire gl’animi e lasciar un qualche sfogo alle loro passioni, et indi in più utili e secrete conferenze stava meditando li compensi.
Mentre a rillevarli sarà attenta la virtù e la vigilanza dell’eccellentissimo successore, sia lecito giudicare che questi mireranno per primo oggetto ad esimere sé stesso et il sultano dal personale impegno in tanta mischia. È assai aveduto per comprendere che in tanto movimento di umori grande sarebbe il cimento del monarca in allontanarsi dalla metropoli, e la Maestà Sua ha nella sua stessa fortuna un esempio atto a giustificarne la renitenza. Né inferiore sarebbe il rischio del visir, sempre che senza una più precisa necessità (che può tuttavia sopravenire) si determinasse a passar in Asia, staccandosi dal monarca, quantunque lasciasse al di lui fianco in figura di caimavano il capitan passà, o il suo chiaià medesimo, ne quali pure potrebbe riposare più che in ogn’altro.
Il tema però più importante, che si sarà fatto soggetto delli consigli e delle rissoluzioni, non dubito che non fosse del come farsi incontro al torrente che minacciava, quando Esref approfittandosi della felicità procedesse.
Certo è che non potrebbero esser mediocri le conseguenze se un principe giovanne, vittorioso e intraprendente seguitasse per qualunque via gl’impulsi dell’età, della gloria e della fortuna sua. Molto più difficile sarrebbe prevedere sino a qual grado giunger potesse ne popoli l’impressione della di lui forza e della di lui religione, a fronte di un governo temuto ma non grato, e d’un ministero per tante già considerate raggioni, e per altre naturali, al paese gravemente sofferto.
Per tutte queste considerazioni, molto più che per l’inclinazione del visir e del sultano, è raggionevole credere che o Acmet passà di Babilonia, se pur potrà in lui continuare la confidenza del governo, o quale si sarà il prescielto in sua vece alla somma degl’affari, averà per principale incarico lo studio di aprir la stradda a maneggi, onde nella difficoltà di far argine al torrente, succedesse almeno di declinarlo per pocco. Il consiglio non mancherà tuttavia di gravissime difficoltà, quando anche Esref avesse la moderazione di darvi la mano.
Li di lui assunti apparivano rivolti a ritoglierne di mano a Turchi tutto ciò che non erasi per la Persia ceduto a sultan Amurat. Il sacrifizio per parte della Porta sarebbe troppo pesante, e quantunque in grazia della pace li sudditi suoi non lo detestassero, l’esecuzione però non sarebbe in qualche parte senza pericolo di renitenza, né pocco sarebbe a temersi che il dolore di averlo fatto potesse in progresso riffondersi in odio verso gl’auttori in una guerra, e detestata e infelice.
A tale ripiego, per sé stesso ferace di difficoltà, sarà in oltre di gravissimo ostacolo l’impegno preso con la Moscovia nel trattato, et ora più che pareva vicino di stipularsi concordemente con quella potenza in congresso di communi commissarii, già spediti al confine, la rassegnazione di Sak Tams alle condizioni in esso impostegli per esser aiutato a rimontare sul trono.
Dalle premesse considerazioni, e per l’osservazioni da me debolmente fatte sul luogo, altro più non saprei concludere rispetto alle cose di Persia, se non che quando non si cambiasse il destino della guerra, o per li sforzi grandissimi delli ottomani, o per l’innazione di Esref, sarà dalla Porta prefferita a qualunque prezzo la stradda che più agevolmente possa condurla al dissimpegno, quale in adesso sarà consiglio di stanchezza e di presservazione, quando pocco prima gl’era insinuato dal desiderio di risservarsi a più utili et importanti cimenti.
A tutto questo però, che sarebbe induzione assai ragionevole, parlandosi delle dirrezioni d’altra potenza, e d’altro governo, deve farsi sempre l’eccezione di quegl’espedienti, delle quali questa in tempo particolarmente di tali ministri può esser ferace, e per li quali possono in lei darsi anche agl’estremi rimedii di molta attività, e non attesi rissorgimenti.
Avrei voluto dispensarmi da così oscuro argomento, ma ciò non convenendomi, perché n’era corsa sotto l’occhio mio quasi l’intiera tessitura, spero che l’eccellenze vostre averanno voluto accogliere con benigno compatimento le imperfette e dubbie considerazioni che loro ha potuto offerirne. Mi sarà forza procedere di passo ugualemente cauto rispetto agl’altri interessi politici dell’impero ottomano, nelli quali, e particolarmente in quelli con la Moscovia, le descritte contingenze di Persia anno la maggiore, anzi la più violenta influenza.
Prima che accadesse la morte del czaro, era altrettanto l’offerire ch’egli era odiato come l’emolo dell’Imperio, ma insieme che egl’era temuto come il vicino più intraprendente, e perciò il più pericoloso. Quantunque le molte esperienze di lui fatte, e particolarmente al Pruth, con tanto vantaggio della Porta avessero potuto in lei stimarne, e stima e apprensione, pure l’attuale primo visir, o sia per inclinazione sua dichiarata alla pace, o sia perché avesse in vista oggetti più lontani, diede la mano e, con impegno mai riuscito in addietro, volle si conducesse con quel principe un trattato di pace perpetua, anzi per quanto le sopravenienze di Persia stimolassero a sciglierlo, lo volle mantenuto e corroborato.
La morte poi di questo principe produsse differenti effetti nel ministero, e nelli più qualificati della nazione. Altri, e particolarmente il visir, diedero segno di rissentirsene, dubitando che con la persona del czaro fossero per mancare in quel gabinetto le massime e gl’impegni da lui presi per coadiuvare alla restituzione sul trono di Persia di un principe meno sospetto, e meno pericoloso alla Porta di quel che fosse all’ora l’usurpatore Miri Mamat. Mirando poi con occhio sempre lucido all’avvenire, temevano che fosse tolto un freno alli desiderii et alla grandezza di cesare, verso cui sapevansi le non favorevoli inclinazioni, e la dichiarata emulazione del deffonto. Altri all’incontro, e la maggior parte, ne refferirono il successo a felicità dell’Imperio, particolarmente all’intendere trasferita la corona per di lui ordinazione sul capo di una principessa, lusingandosi per il presente che ella non avrebbe potuto dar soggezione, e molto meno dar remora alla sospirata consumazione della guerra in Persia, e confidando che interne divisioni logorassero il vigore di quella monarchia, sino a renderla per l’avvenire impotente del pari a minacciare, et a resistere come in addietro.
Restarono ben presto alterati e confusi tutti questi affetti della corte, prima della voce che si maneggiasse un’alleanza tra Cesare e la Russia, et indi più all’intenderla conclusa. Il primo sentore che ne ha avuto alla Porta la indusse per desiderio, ma tardo, di impedirne l’effetto a cambiar misure, a dichiarar stima verso la czarizza, a prometterle corrispondenza e sincera determinazione per l’adempimento de trattati. Ma che poi fu assicurata la stipulazione della sudetta odiosa alleanza, e che in oltre fu artificiosamente insinuato d’altrove che ella avesse anche più a stringersi in favore del prencipe nipote, se ne prese soggezione tale che in qualunque esame d’affari quest’era l’ingrediente che ne regolava li consigli e faceva prevalere quello di non rompere, anzi di ben corrispondere con la regnante imperatrice.
Questo istesso rifflesso deve credersi, come humilmente consideravo, che averà pure in avvenire tutto il luogo possibile nelle rissoluzioni a prendersi dalla Porta intorno gli affari di Persia. All’irritamento che può derivare dal vedersi fermo in molte provincie sul Caspio il piede d’una potenza christiana, e forestiera in Asia, et emola perpetua della Porta, non meno che al desiderio, per altro assai raggionevole di ributtarnelo, sarà sostituita la lusinga che, in progresso, qualunque sia il principe possessore della Persia, non possa tollerarlo, e che in conseguenza il tentativo di questo possa dar occasione e campo a gl’altrui.
Insomma, prova assai convincente di questa inclinazione, o per meglio dire di questo consiglio pacifico della Porta rispetto alla Moscovia, sia la condotta assai discreta per lei tenuta in molti accidenti ben strepitosi, occorsi durante il mio soggiorno alli confini, per causa delli Cosachi, e nel caso delle ripetite dimande della Moscovia per le note incursioni de’ Tartari.
Deli primi si fecero moderatissimi reclami, ne si dimandò più che freno nell’avvenire e deputazione di esami per il già accaduto. Non meno destramente si declinò dalle altre differendo bensì, ma promettendone la discussione a tempo più tranquillo. Tanta è la forza di questo riguardo che indusse il governo sino a ritrattare la promozione, che per la terza volta erasi già fatta, in kan de Tartari di Coplan Giraii, richiamatosi a questo fine da Silivrea, e di restituirvi Mingeli, suo fratello, per questo solo, che il primo non volle impegnarsi di procedere verso la Moscovia, quietamente come l’altro promise.
Per tutte le considerazioni, e per le raggioni addotte, mi farò corraggio a concludere che durante il presente ministero, non altro che una violenta provocazione, o una violenta necessità per nuovi casi, potrebbe indurre la Porta ad una guerra, in cui per la situazione delle cose e del confine, conosce ch’ella altretanto averebbe a sperare, e tanto meno che per le cose occorse l’impegno non potrebbe essere senza pesantissima sua distrazione, o almeno con gravissima gelosia in altra parte.
Questa considerazione, assai vera, promove a quelle che dovonsi a Cesare, verso cui sono maggiori li rispetti, et più attenta l’osservazione della Porta.
Li colpi che in più incontri Turchi riportarono dalle di lui forze, e dal valore alle milizie allemane, impressero in essi così penetranti le cicatrici, e così vivo dolore, che non sanno scordarsi esser essi debitori alla sorte de tempi, et all’industria del governo, se maggiori non furono allora le rotture del loro Imperio. Vedendosi però per le conquiste de cesari ristretto il confine, et apperto l’adito alle loro più inviscerate provincie, procurano di coprirne con nuove fortificazioni le frontiere, come ho già esposto. Ciò tuttavia non sana le loro apprensioni, in qualche caso di nuovo impegno, sempre che fosse portato da un’occasione o non provveduta, o immatura. Per questo è incredibile con quanto rispetto dal governo presente si proceda verso la corte di Vienna, e verso il di lui ministro, onde divertire inconvenienti. Sia o per corrispondere a questo studio dalla Porta, o per massima prudente di non commuoverla, inutilmente anche la corte di Vienna procede così misuratamente, che rare volte gli accidenti del confine passano ad esser impegni delle corti, come parmi più d’una volta averlo indicato.
Molte cose occorse al Danubio, in Moldavia et in Bossina, furono sopite sul luogo, o di concerto in Costantinopoli alle prime apperture furono ripiegate dal ressidente sopra le generali facoltà, delle quali per alcuna natura de casi è munito.
Per non ingannarsi però in giudicare dell’intenzioni delli Turchi verso l’imperatore basterà, a creder mio, riflettere al loro affettato contegno verso la Maestà Sua, in confronto del senso con che si è da essa intesa la conclusione inaspettata di pace e di alleanza tra quella e la corte di Spagna. Informati come sono delle cose di Christianità, e per le relazioni esatissime che regolarmente ne ricevono, e per la moderna studiosissima loro applicazione a conoscerle, ne restarono oltre ogni credere commossi, prevedendo assai bene le conseguenze di tale unione, in aumento di riputazione ed ad incremento della di lui fortuna.
Le loro considerazioni furono ben presto rinforzate dalli commenti appassionati, e dalle insinuazioni artificiose delle quali era ferrace l’argomento; onde la loro commossione si fece grave inquietudine.
All’ora poi che principiò a riconoscersi il dissegno di aggregare al sopraccennato trattato anche la Moscovia, gl’animi furono occupati da irritamento et apprensione, in maniera che non averranno più freno li communi e non volgari discorsi, del pari che l’imprecazioni, contro chi aveva condotto l’Imperio a stato di non poter opponere ad unione tanto sospetta.
Il governo puotè bensì per qualche tempo occultare li suoi rissentimenti tra le finezze; ma in fine, stimolato anche più dagl’estremi fomenti, lasciò rapirsi quando con la voce del visir ne fu rimproverato il ressidente di Moscovia, e quando in altra audienza il cesareo fu interrotto, bensì graziosamente dal produrre riflessi a spiegarne l’intenzioni, ma con altretanta asprezza le fu tolta ogni speranza d’ingerirsi negl’affari della Moscovia, al che offerivasi in nome di Cesare, sempre che si fosse presentato il caso di discrepanze.
Tale essendo la disposizione degl’animi, era difficile giudicare se in tempo libero dalle aggitazioni dell’Asia, presentato che si fosse un tal caso gl’esperimenti sfortunati delle guerre precedenti con Cesare, fossero stati sufficienti a moderarli sino ad attendere l’opportunità più vantaggiosa.
Il visir bensì, per suo genio e per sua proffessione, è allieno dalla guerra, ma averebbe cuore altretanto capace per rissolverla se la necessità o l’occasione gliela consigliassero, et à talento portentoso per sostituire all’inesperienza del braccio, tale accortezza di dirrezioni, che saprebbe accuirla con li concerti del gabinetto prima che consumarla con le azioni della campagna. In adesso però, non potendo altrimenti, mostra non apprezzare, si sforza a blandire, e rifferendo la condotta di quelle corti, à consiglio innocente di prevenzione necessaria per li loro interessi di Christianità, dichiara gradimento e promette corrispondenza alle proteste fategli, che ciò sia senza rischio e senza pregiudicio delli loro amici e della Porta. Sopra questo piede vuol ogni raggion ch’ella proceda durante gl’impegni presenti. Ma se cambiassero tanto gl’affari suoi, e dell’Europa, e se a tali sopravenienze procedesse mutazione nel governo, nessuno può rispondere della forza che avessero o l’apprensioni del ministero, o le tentazioni forestiere, o in fine le interne commozioni e le impazienze della nazione.
Non posso ommettere a questo nicchio una considerazione che troppo s’avvicina alli riguardi della Serenissima Patria, sempre che accadesse il sopracennato caso, è assai probabile, e ne ho avuti vari e concordi riscontri, che la vendetta o le speranze non sarebbero raccomandate alle sole forze terrestri, riuscite in addietro o sfortunate o ineguali. Penserebbesi con espedizione e guerra maritima raddoppiare a Cesare l’impegno, e per via di pesante e gelosissima diversione a parti più lontane apprirsi più d’una stradda al ricupero delli stati più vicini e più importanti. Questo cenno ha in sé stesso peso sufficiente, senza che la debolezza mia s’arrischi ad esaminarne le concomitanze e le conseguenze.
Non lascerò in tanto di rippetere non esservi in adesso cosa relativa a Cesare che non esiga sommo rifflesso dalli ministri della Porta, e non giunga a farsene presso loro un mistero. Per questo nel giro dell’impiego mi ritrovai persuaso, per l’interesse della Serenità Vostra, a procedere nelli di lei affari in modo che alla Porta apparisce per il fatto doversi alli medesimi per li trattati ugual raggione che a quelli di Cesare, facendo bensì valere senza però mai ostentarne il titolo troppo a lei ingrato. Con questo mettodo, che appagò anche lo stesso ministro cesareo, come forse la Serenità Vostra ne averà avuti riscontri, mi è riuscito sostenere con riputazione quelli a quali mi sono creduto in debito di dar mano, e che restarono poi rimessi come dovevasi all’arbitrio della di lei venerata prudenza.
Del peso solito darsi per la Porta stessa a quanto si rifferisca a Cesare, serva d’ultimo confronto degno della prudente considerazione dell’eccellenze vostre il voto che sempre ella vuol averne dal principe Ragozzi, confinato in Rodostò con cinque borse di mensuale appanaggio. Egli per il suo veramente distinto talento si è conciliata la grazia, non che la stima del primo visir, che per via di lettere seco frequentamente comunica. Ma il prencipe stesso, per quanto possa desiderare nuova occasione a rissorgere dalla misera condizione di pensionario d’una tal potenza, ha però la moderazione, o la prudenza, di dar consigli e non fomenti. Mi rivenne con sicurissimi riscontri che, consultato alle prime amplificate voci di vicine turbazioni in Christianità, e delli due già rifferiti trattati, rispondesse premettendo con modestia riflessi di cautella per gl’impegni presenti della Porta, indi discreditando le asserzioni che nella campagna decorsa fosse per alcuni principi a principiarsi la guerra contro Cesare, di cui destramente amplificò la fortuna e le forze, conchiudesse finalmente con prudenza, finalmente guadagnar tempo, premunirsi le frontiere (come si è fatto), ma non arrischiarsi a doppio inopportuno pericolosissimo cimento.
Questo voto corrispondente alla verità et al tempo, quantunque potesse non parer tale rispetto alla sorte infelice di quel prencipe, potrebbe farsi anche derrivare da soggetti in lui occulti e molto raggionevoli. Mi riuscì di ritrarre da fonte assi sincera, che egli per impulso di religione, d’onore et interesse, aspiri internamente al perdono del sovrano. Per l’altro canto mi consta altresì pienamente, che come Cesare col suo naturale instinto di pietà ha voluto che il suo ministro in Costantinopoli stasse indifferente verso lui, e verso gl’altri compagni della disgrazia, senza promover loro vantaggi né discapiti, così le abbia prohibito riceverne proposizioni durante il riffuggio loro in paese ottomano. Forse che la morte ultimamente accaduta del Berezenì, più reo e più odioso di lui nella colpa, potrà avere rimosso un ostacolo insuperabile al tentativo, e forse che il tempo potrebbe rimuovere anche l’impedimenti o la condizione del luogo. A ciò potrebbe rifferirsi che il principe sudetto sia misurato molto più che in addietro nella confidenza delli ministri di Francia, e siano le difficoltà, che a lui contendono la riscosione degl’assegnamenti promessigli da quella corte, o che negl’affari di Persia egli consigliasse il visir in modo non grato al di lei ambasciatore; certo è che il marchese di Bonac glie ne dichiarò appertamente disgusto, e che il di lui successore continua bensì con lui carteggio, ma di poca sostanza.
È attentissima quella nazione a tutto in che ingerire in suoi maneggi negl’interessi e nelle convenienze della Porta. Questo studio potrebbe riferirsi al di lui vivace temperamento, se non più tosto alle massime antiche della corona. Fu sempre a lei di gran premura l’amicizia con quella potenza, non solo per conciliarsi rispetto maggiore dalli principi di Christianità col credito di sua influenza, ma insieme per trarne vantaggio al suo commercio, per sostenersi con maggior auttorità nella protettione delle religione cattolica, che ella si è arrogata poco a poco nelli stati ottomani per la facilità che glie ne diedero l’altrui guerre frequenti. Non però sempre ella ha potuto renderla utile o alli Lattini, perseguitati ferocemente dalli Greci, o alli Armeni cattolici, insidiati crudelmente in ogni angolo dell’Imperio dalli loro medesimi nazionali scismatici. Si è proceduto ultimamente dalla Porta in questo argomento quasi con fierezza, et il visconte d’Aldenzel, che non ben ancora informato del temperamento del governo erasi avvanzato a vigorose proteste in favore delli cattolici di Damasco, fu costretto recedere dall’impegno con molta mortificazione, intendendosi dire bruscamente dal reis effendi ch’era ardito troppo chi voleva patrocinare li sudditi della Porta, a cui sarebbe pericolo che essi conoscessero nella religione e nelle coscienze un capo ch’è il di lei più acerrimo nemico.
Non fu a Costantinopoli ministro di quella corona che più meritase e ne esigesse la stima di quel che fosse il marchese di Bonac. Con tutto questo a lui pure fu forza passar molto di sopra a varii contratempi incontratti, e sacrificare il piacere di rissentirsi a quello di avanzare fortunatamente li suoi maneggi. Andava egli continuamente tessendoli a misura delle occasioni e delle massime che gli si offerivano, e gratissimo riuscì alla Porta quello delle cose di Persia col czaro di Moscovia, quale egli per tener libero alle possibili sopravenienze d’Europa, lusingò assai, onde non s’imbarazzasse con li Turchi alli quali molto giovò in quel caso la conivenza, o la crudelità, di quel prencipe verso il mediatore.
Tuttavia come per lo più gl’effetti servono, e particolarmente alle nazioni meno colte per giudicare delle intenzioni, pare che in adesso siasi scemato presso la Porta il peso che per lei davasi all’amicizia di quella corona, e che l’impegno fattosi più arduo in Persia ne renda soggetta l’ingerenza a rimproveri per il danno e per li rischi a cui sta esposto l’Imperio.
Il visir tutta via, misuratissimo sempre nel suo contegno, continua di prestare orrecchio alle esposizioni che gratamente riceve, e quantunque usi prudente risserva, non però ributta o disamina. Le piace che sussista una intelligenza utile ad esso, alla cognizione degl’affari, e che potrebbe un giorno esser molto più profficua alla dirrezioni et agli interessi. Tale è la sorte presente di quella corona in Costantinopoli, e quantunque il re Christianissimo (per quanto siano alla mia partenza là sapevasi) mostri di voler accupare la figura di mediatore per le discrepanze di christianità, il di lui ministro non si faceva però scrupolo di qualche insinuazione e di qualche licenza. Sopra tutte giocava, e frequentemente, una carta molto accetta a Turchi, dichiarando loro che il suo re ha convenienze tali che mai soffrirà trasferita la successione ereditaria al regno di Colonia in principe unito con vincoli troppo stretti alla casa d’Austria.
Questo è un oggetto delicatissimo alla mente de Turchi. Se intorno ad esso le loro speculazioni erano incessanti prima che la Persia le occupasse intieramente, non lo furono meno da che le indisposizioni aggravano l’età di quel re, e da quando egli diede una qualche maggior ingerenza negl’affari al principe elettorale suo figlio. Per altro, sempre che nascessero turbazioni o cambiamento in quel regno, e ch’essi non fossero imbarazzati sino a non essere in libertà di scuotersi, non potranno sottrarsi dal prenderne parte per raggion di confine, ma molto più vi saranno indotti per la facilità che dalla situazione di quel regno essi potrebbero trarre ad altre imprese più vagheggiate. Da questi fini sono regolate le loro renitenze allo smantellamento di Cothzin, e da questi istessi era fomentata la coltura della Porta verso il re di Prussia, di cui però era ultimamente assai scemata la considerazione da che erasi distaccato dalla alleanza di Hannover, pochi mesi doppo d’averla egli se non promossa almeno instigata.
Queste a Turchi lontane vedute, e questa congerie di gravissimi interessi, rendono loro stimata l’amicizia dell’Inghilterra e dell’Olanda, due potenze che, distaccate per stati, non essendo soggette a ricever discapiti accidentali nella loro corrispondenza, e in esse sempre più ferma per le raggioni antiche di commercio, e gradita dalla Porta per li titoli recenti di merito nelle molte successive mediazioni da esse consumate in favor suo.
Mi sarò forse troppo abusato della benigna sofferenza dell’eccellenze vostre nell’imperfetta e tediosa esposizione mia. La colpa non è già dell’ossequio, ma del zelo cui parve necessario esibir in essa, alla loro venerata prudenza, alcun scandaglio delle disposizioni della Porta verso gli altri prencipi, per condurmi senza necessità di reppetizione a concluderla con ciò che più da vicino riguarda gl’interessi della Serenissima Patria.
L’antico gloriosissimo impegno assegnatogli da Dio per la sua fortunata situazione di diffendere sul mare e in quindici guerre la di lui causa, e la libertà dell’Italia dalla violenza e dalla prepotenza dell’Imperio ottomano, impressero in esso memorie se non grate onorevoli però e gloriosissime per il veneto nome. La stima, che per gran tempo provocò l’avvidità di quella potenza, si è poi collegata alla passione di vendetta per le iatture che ella fu costretta di soffrire nelle due ultime guerre, e di confessare negl’ultimi due trattati.
Elle s’imputarono per la maggior parte prima alle generose dichiarazioni, et alli prudentissimi maneggi della Serenissima Patria, quando nell’assedio di Vienna figurò li pericoli della Christianità, et indi quando ingiustamente sorpresa in Morea da tutte le forze dell’Europa, e dell’Asia con la sua ressistenza animò Cesare all’esecuzione de sacri suoi impegni. Di queste necessarie applaudite dirrezioni non fia stupore se in nazione così barbara e tirraneggiata dalle sue passioni, le conseguenze erano d’odio, e se poi il destino dell’ultima guerra in cui si manifestarono gl’arcani della divina Provvidenza avesse inalzata la di lei superbia a qualche contegno men misurato.
Fattalmente a ciò contribuiva il senso de Greci, quali nel dolore della servitù, come è solito degl’infelici, conoscono il bene perduto ma l’odiano. Grazie a Dio, Principe Serenissimo, che li consigli della pubblica incomparabile sapienza, e nel maneggio della pace, e in accidenti successivi, puotero far conoscere potersi desiderare alla Serenissima Repubblica maggior fortuna, ma non virtù maggiore, e che le insigni doti, l’esimia condotta e la generosità degl’eccellentissimi miei precessori, seppero mortificare l’invidia, temperar il dolore e sostituire all’odio negl’animi del governo giusta considerazione alla di lei grandezza, e onesta premura di buona corrispondenza.
Fu mia fortuna poter fissarmi in orme così luminose sopra un sentiero tanto aspro et oscuro, su cui mi avevano posto il zelo e l’obbedienza. Spero di poter senza arroganza assicurare l’eccellenze vostre non averne deviato, e che ogni mio passo ugualmente regolato da questo esempio mi abbia poco meno che avvicinato alla stessa meta.
Un differente contegno averebbe assai contaminato il frutto del precedente prudentissimo lavoro, specialmente in confronto a tant’altre nazioni, che sono emole nello studio e prodiche per guadagnarsi il favore e le condiscendenze di quella non più barbara corte, che essendosi fatta assai colta, o più tosto libertina per il lusso del ministero, si è fatta altresì niente meno grave alli stranieri che alli stessi suoi sudditi.
Non vi è forse potenza che più della Serenissima Repubblica sia esposta a patire giornalmente disturbi con la Porta. Lungo confine di stati marittimi, esposto a continue e impensate contingenze per il traffico quotidiano e necessario de sudditi; e non meno esteso il terrestre, con popolazioni o inquiete, o rapaci, che lo abitano dall’una e dall’altra parte, sono feraci di accidenti onde fornire pretesti alla malizia e all’avidità.
Questi, che sono pregiudizi della svantaggiosa situazione, passano a farsi merito di un buon governo quando siano compensati, come lo sono per la somma prudenza dell’eccellenze vostre nel sostenersi con pressidio misurato di forze, con gloriosa riputazione nella dirrezione degl’affari, e con utilissima cultura di reputate amicizie.
Sussiste in sommo grado presso Turchi il credito delle forze marittime, e le fortificazioni di Corfù, anno presso loro un doppio significato in favore e della generosità e della costanza pubblica. Per le prime non occorre che la debolezza mia si avvanzi a stimolare le fervide attenzioni dell’eccellenze vostre. Siami tuttavia lecito asserire con zelo che molto importerebbe che l’armata sottile, e molto più le navi, comparissero in costituzione con armo et equipaggio di maggior riputazione e di decoro. Il numero de legni, più o meno abbondante particolarmente in tempo di pace, né toglie né accresce credito ad una potenza maritima, che se ne sa e se ne provò assai ben proveduta, ma assai può influirvi la loro buona o cattiva costituzione, donde se ne possa dedurre o incuria o impotenza, che ne’ privati è tutta disgrazia, ma è vizio ne’ principati.
Del munimento di Corfù niente può darsi di più magnifico, e devo credere di più robusto. L’ampio lavoro sorpassa l’aspettazione, e terminato che sia, convertendosi il dispendio a mantenervi sufficiente pressidio, quella piazza sarà senza eccezione il più sodo propugnacolo della Christianità, et una spina pungentissima al cuore degli Ottomani. Non meno ne sarà penetrato per li validi munimenti aggionti alla città di Zara, descritti vantaggiosamente a Costantinopoli per le voci de confinanti, e come il consiglio fu degno della generosità e dell’amirabile previdenza dell’eccellentissimo Senato, così l’opera e l’esecuzione anno accresciuto un ornamento maggiore al nome insigne che ha di sé lasciato in quelle provincie la virtù dell’eccellentissimo signor provveditor generale Erizzo. Fiscate però alli nemici le speranze di portar l’impressioni della loro violenza a due siti tanto importanti, è a dubitarsi che indughino altrove le facilità di scagliare con proffitto li loro colpi, e particolarmente là dove potessero credere di doppiamente coglierlo, e per la dilazione delli confini e per il ricovero delli loro legni, e per altre anche più esenziali conseguenze. Vorrà Dio allontanarne li motivi, e sempre confondere (come altre volte) così perniciosi dissegni, ma quel zelo riverentissimo che m’aprì l’adito ad discernerne qualche confuso abbozzo, aveva stimoli troppo raggionevoli per indicarlo.
Meritò giustamente da secoli gli applausi del mondo il contegno prudentissimo della Serenissima Patria nel cimento in cui la divina Providenza l’ha voluta per la situazione de suoi stati di continuamente farsi a fronte degli Ottomani, o con l’armi o col negozio. Così si è fatto dalli gloriosi progenitori dell’eccellenze vostre con lavoro tanto industrioso et ammirabile, ch’è riuscito loro di sostenersi negl’affari con tal misto di dignità e di moderazione che, conservando a sé la lode del consiglio, non puotero gl’altri a lei imputare nelle provocazioni di quella superba potenza li pericoli della Christianità.
Perseverandosi per la prudenza altretanto acclamata dell’eccellenze vostre in questa sapientissima massima (per quanto lo permettano le circostanze delli negozii, e la condizione de tempi) resterà disarmata di pretesti l’insidia de Turchi, e cesserà la perniciosissima impressione che per la frequenza di reclami ricevono gl’animi loro, quali preocupati dalla loro fortuna giungono sino a sdegnarsi che alle calunnie delli loro sudditi dia confronto la raggione, benché giustificata degli altrui.
L’importanza di questi riflessi stimolò sin dal principio del ministero lo studio mio a far sì che restasse eseguito l’articolo XVI delle capitulazioni, onde qualunque inconveniente alli confini fosse colà discusso prima di rifferirlo alla Porta, e questa stretta dalla giustizia delle mie istanze me ne accordò il firmano.
Egli fu utilissimo in progresso, poiché mi servì di scudo più volte contro le irragionevoli insistenze delli ministri che volevano a primo tratto sodisfatti gl’indolenti, e gl’eccellentissimi signori provveditori generali da mar e di Dalmazia ne usarono con tanto zelo, e con tale avvertenza, che puotero sopire sul luogo (come sommamente importa) alcune vertenze di tal natura che trasferiti alla corte portano indispensabilmente aggravio all’opinione, al decoro et alla cassa.
Questa prevenzione fu, e sarà sempre, utile particolarmente riguardo al confine di Voniza e di Prevesa, il più odioso degl’altri per l’avidità de vicini, e per la memoria delli possessi et assignamenti che in essi avevano li principali ministri, e le persone più conspicue del Serraglio e le moschee. È incredibile con qual senso si ricevano alla corte le indolenze di quella parte, e quanto sia arduo a chi deve rispondervi il contraporle. Insidiosissime sono le intenzioni di que’ commandanti, e nel dar protezzione a malviventi, prattici e nemici della linea veneta, e nell’impedire alli sudditi dentro di questa raccolti, il modo di sussistere sopra li pascoli e con li lavori nelle terre ottomane. Mi vi son fatto incontro con quanto ho potuto di vigore e di destrezza, nel trattarsi di una massima che dipendendo dall’arbitrio della Porta non admetteva eccezioni di patto, e appena di convenienza.
Ho spediti all’eccellentissimo signor provveditore general da mar firmani rissoluti co’ quali apprirsi l’intelligenza con quei commandanti, il che mi parve essere il solo espediente per impedire la perniciosa frequenza di reclami, oltre la cura indefessa che deve continaursi a tenere purgato il confine et a non ricetarvi persone non solo contumaci, ma né pur suddite dell’ottomano. È vero che un tal vigore potrà render men utile quel possesso, ma la prudenza dell’eccellentissimo Senato ha sempre voluto che vi si preferisca il riguardo di rimovere gli irritamenti, sempre pericolosi e feraci di male conseguenze.
Il confine della Dalmazia, quantunque per la dilatazione degl’acquisti con tanta gloria del nome invitto della Serenità Vostra, dovesse rendersi ugualmente invidiato e molesto, tuttavia in generale è più tranquillo, toltone le sopravenienze portate da alcun caso particolare, e solite tra tra confinanti del pari torbidi e feroci.
L’impegno più forte di avvertenza è chiamato sopra quello dei quatro communi d’Albania. Benché le raggioni del possesso appoggiate dalli trattati, e tant’altre maneggiate sul luogo con esimia virtù, convincessero il commissario ottomano, tuttavia trasferite che furono alla corte, quantunque per l’addietro usate con somma industria et efficacia, mai puotero vincere le ripugnanze del ministero. Era però questo un argomento a lui così grave, et un lavoro per esperienza tanto aspro e diffcile, che mai averei osato di porre la mano senza un preciso e replicato commando della Serenità Vostra. Inutile ciò non ostante mi sarebbe riuscito, come sempre, il tentativo se avessi dovuto premere per una più precisa limitazione del confine, al che ripugneranno le congiunture del tempo, i rispetti del governo, e sino quelli della di lui religione. Rivoltomi a chiedere un equivalente con la remozione del czaro in ordine alle pubbliche intenzioni, piacque a Dio felicitare l’opera e l’obbedienza mia, essendomi riuscito convalidare con nuovi e non oscuri assensi della Porta il diritto tanto combattuto di quel possesso. Se però non avessi ottenuto a misura del desiderio, siami permesso asserire che, a forza di travaglio e d’industria, ho superate le mie stesse speranze. A tanto non ardirei di avvanzarmi, se non fossi costretto d’aggiungere con ossequiosa zelante libertà, et a lume della sapienza pubblica, che saranno sempre languide quelle di migliorare il destino di quell’affare ogni volta che di là fattalmente ricadesse alla corte la questione odiosa, quando anche avesse a trattarsi col presente governo.
Egli veramente mostra inclinazione al giusto, ma con tutto ciò patirebbe soggezione (e molto più ogn’altro che succedesse man favorevole) dagl’accennati interni ben ingiusti ma violentissimi riguardi. Nella confidenza che la Serenità Vostra sia per condonnare al zelo la verità del sentimento, devo desiderare con la più vera passione dell’animo che li maneggi sul luogo con li commandanti vagliano a corroborare con l’esecuzione le prescrizioni del firmano per me ottenuto, ma non ancora collà prodotto, e in tal caso sarebbero sempre a benedirsi l’applicazioni e gli altri mezzi che vi si impiegassero.
Ne aveva concepita fondata speranza, sempre che avesse dovuto trattarsene con Hassan passà trasferito (come è noto) dal commando di Negroponte a quello di Scutari. La rissoluzione di spedirlo alle veci di Aslan, suo precessore, commandante che darà fomento, non rimedio alli disordini, fu presa dal visir con raro esempio, e con obbligante concorso non solo a motivo delle mie istanze, ma alla mia stessa presenza nell’atto di produrle. Ma la morte di questo accreditatissimo commandante ha deluse l’intenzioni del visir, e le mie giuste confidenze, fondate sopra li principii di probità e di rigore, co’ quali Erssan erasi introdotto al governo.
Non meno raggionevole dovea concepirsi di Curd Memet passà, datovi successore; ma mentre alla mia partenza dissegnavasi la di lui spedizione in Persia (tanto era il di lui concetto), non so in chi sarà caduto qual passallaggio. Desidero che non lo sia in soggetto del paese, per quelle considerazioni che altre volte indussero il visir a promettermi chiaramente che a scanso d’inconvenienti era necessario escluderne sempre li nazionali. Certo è che minori sarebbero le violenze de confinanti, e più rittenuto sarebbe l’ardire delli Dulcignoti, quando il commando non fosse in persone che avessero con essi attinenza e interesse.
Contro di questi posso assicurar la Serenità e l’eccellenze vostre essere assai animato il senso della corte affaticata et inquietata non solo dalle mie frequenti indolenze, per tanti casi alli quali chiesi et ottenni il possibile riparo, ma da quelle ancora delli minsitri d’altre potenze, ugualmente provocate da quelle genti infeste. Delli rissentimenti usati dalli pubblici legni sopra l’infesto Alii Bego, non solo non s’è prodotto alcun lamento, ma anzi si è desiderato veramente che egli cadesse per altrui esempio. In somma, quando le provocazioni di coloro sul mare fossero patenti, crederei cha mai si facesse causa alla Porta del castigo che succedesse di dar loro, sempre però che fosse misurato e circoscritto nelli termini e nelle misure prescritte nelle capitulazioni per legni e persone di mal’affare.
Questo mio giudicio è appoggiato a fondamenti tanto solidi e raggionevoli, che durante il presente governo mi prenderi la libertà di aserirlo, se anche li tempi fossero meno occupati da distrazioni. Tuttavia essendo molto più a desiderarsi che non nascano occasioni d’asprezza, utilissimo sarebbe se potesse riddursi alla prattica il dissegno concepitosi che di Dolcignoti fossero vincolati con una obbligazione tra loro reciproca a rispondere delle violenze contro gl’amici, e ancora più se potesse sortirsi che dalle loro paghe in Costantinopoli fosse detratto l’importare delli danni che infierissero. All’ora potrebbero dirsi molto più sicure l’acque da quelle piraterie e da quelle violenze, che per lunga serie d’anni turbarono il commercio e la quiete del Golfo.
Era mio pensiero tentare l’uno e l’altro di questi espedienti, già posti in occhio alla Porta, dalle indolenze de’ Ragusei, commiserati come suoi sudditi; ma appena ottenuto il cambiamento sudetto de commandanti, e in prossimità di coglierne gl’effetti sperati, non mi parve opportuno il cimentarmi ad instanze ulteriori.
L’accennati rimedi non valerebbero già contro Alii Koza, di cui per viaggio intesi le violenze usate e le arditissime minacce. Egli è bensì dolcignoto d’estrazione, ma profugo e perseguitato dalla Porta ad instanza dell’ambasciatore di Francia. Si riffugiò prima, indi armò in Tripoli. Li Turchi mai puotero ottenere la consegna, auttorevolmente chiesta per capitalmente punirlo, commune essendo alli tre cantoni l’impegno e la raggione di sostenere l’immunità in favore di chi passa a ricoverarsi tra loro. Contro di costui, come ho creduto di cautamente fomentare il rissentimento dell’ambasciatore predetto, indotto dal zelo che dovevo avere per la quiete del Golfo, così mai mi è occorso di parlare direttamente alla Porta, o per obbedire alcun commando, o perché giungesse a mia notizia, ch’egli avesse in alcun conto provocata la pubblica auttorità.
Ben anzi mi rincresce che altre indolenze dal nostro canto prodotte contro genti di tal tristissimo costume, Turchi possano con molta raggione contraporre li casi, che ugualmente frequenti, nascono in mare per colpa delli sudditi veneti. Promovendo questi molestissime pretese, e sempre col solito peggiore innesto di calunnie in aggravio del pubblico nome, e del ministro dell’eccellenze vostre in Costantinopoli, siami permesso per ultimo riflettere quanto importi che cessino una volta.
Derivano dagl’isolani della Ceffalonia, e più ancora da quelli del Zante, gl’uni e gl’altri di genio così libertino e feroce, che dimanda un qualche freno. È giusto perché quasi necessario il traffico giornaliero di quelle barche col regno vicino. Il male è dell’abbuso ch’essi fanno di questa necessità, e delli assensi pubblici a continuarlo, staccati che siano dalli loro lidi, con fedi delli magistrati di sanità assai facili a rillasciarle, o si scartano con lunghe navigazioni e con pericolosissimi trasporti da scala a scala ottomana di persone e mercanzie turche, o dandosi a rapine e sino ad enormi assassinii, espongono, e frequentemente, la quiete publica a mille rischi, e il nome de’ Veneti ad odiosissime imputazioni. Doverebbe tenerli in soggezione la pieggiaria che da essi viene esatta di non oltrepassare quella tal scala del regno, a cui fingono adrizziarsi, e di non molestare sudditi ottomani. Ma nota che sia la trasgressione, e di inutile emmenda la mendice o apparente piaggiaria che ricevesi dalli magistrati sudetti, e che viene registrata sotto le fedi. Anzi, questo rimedio si converte in aggravio, poiché la pieggiaria attira le indolenze sopra il pubblico, tretendendosi non ingiustamente dalla Porta che in ordine alle capitulazioni ella vaglia al rissarcimento degl’indolenti.
Tanti essendo perciò li pubblici riguardi, non sa la debolezza mia suggerire altri espedienti se non che o l’obbligare le genti di quell’isole trafficanti con le scale vicine di rispondere l’uno per l’altro delle contrafazioni, o che nel caso di queste se le piaggiarie sono insufficienti, risponda per esse quel magistrato che o negligentemente o facilmente le ha admesse. Quest’ultimo si conforma ad ogni prattica civile, et a tutte le raggioni della giustizia. Intorno all’altro, a seconda de miei riverenti stimoli, si occupò con sommo zelo la auttorità del eccellentissimo signor provveditore generale da mar, ma passata poi la commissione agli esami sul luogo, nacquero renitenze e difficoltà. Queste in fine doverebbero cedere alli più importanti riguardi del servizio pubblico, a cui se pesa tal volta il soppimento di tali indolenze, potrebbe riuscire più molesto che restando indecise fornissero un giorno, come altre volte, di pretesto a giustificare e violenze e rissarcimenti.
Nell’umiliare alle sovrane sapientissime considerazioni dell’eccellenze vostre questi riveritissimi riflessi diretti a prevenire li disordini più frequenti, e più facili a insorgere, credo non essermi distolto dall’assunto necessario di esaminare l’interesse della Serenissima Patria con sì grande Imperio, cui la divina Provvidenza l’ha voluta confinante per lungo tratto di terra e di mare. Siami tuttavia permesso di chiedere all’eccellenze vostre clementissimo perdono per doppio motivo.
Averò con importunità stancata la loro sofferenza, e forse troppo arditamente averò in oltre prevenuto con la debolezza mia li consigli prudentissimi, che in tutto che devono attendersi dall’insigne virtù dell’eccellentissimo signor kavalier Zuanne Delfino, datomi per successore nel cospicuo posto. La pubblica causa, la tranquillità, non men che le raggioni de sudditi e l’amicizia con quella grande potenza, sono troppo bene raccomandate alle zelanti sollecitudini et all’applaudita esperienza di sì cospicuo soggetto, che ornato con tanti titoli di merito, e con le marche di tanti cospicui precedenti impieghi lasciai in quella corte stimato da Turchi, e venerato dalli stranieri.
Se questo riflesso, Principe Serenissimo, eccellentissimi signori serve ad aggravare un troppo illustre confronto, il dolore dell’insufficienza mia in quell’importantissimo e pesantissimo impiego, conforta però il mio riveritissimo zelo con la sicurezza che il di lui giusto credito, e la di lui prudentissima condotta risarciranno con usura a pubblico vantaggio li pregiudizii, che per difetto innocente d’abilità avesse per me rissentiti la Serenissima Patria. Essendosi però reso accettabile alla di lei munificenza il solo sacrifficio che potevo offerirle della mia buona volontà, siansi permesso assicurarla, con proffondissimo ossequio, ch’egli fu intiero, senza che ne restasse distratta la minima porzione da vano amore di gloria, di interesse e di vita. Mi parve così di pienamente consumarlo, e di non aver potuto proponere alli fratelli, et alli miei innocenti figliuoli, esempio più degno d’imitazione che questo di aver custodito il precioso deposito della reggia pubblica rappresentanza con instancabile attenzione, con purissima fede e con inviolabile pontualità. Grazie. Venezia 31 maggio 1727 Francesco Gritti bailo.

AS Venezia, Collegio, Relazioni b. 7.
Trascrizione di Maria Pia Pedani, in Relazioni di ambasciatori veneti al Senato, vol. XIV, Relazioni inedite. Costantinopoli (1508-1789), a cura di Maria Pia Pedani, Padova, Ausilio, 1996, ora in https://unive.academia.edu/MariaPiaPedani