1778 - 1782 Andrea Memmo
Relazione|
Primo
Serenissimo Principe.
Sciolto alfine da pubblici affari e rimessone il maneggio in migliori mani, crederei di mancare all’uffizio proprio se non impegnassi l’ozio a cui or mi veggo astretto nel riferir le attuali combinazioni di questo immenso sfibratissimo Impero, che dalle passate assai diverse inducon molti alla prossima sua caduta almeno in Europa, circostanza che sarebbe troppo osservabile per la Veneta confinante Repubblica.
Trattar dunque potendosi di un tanto cambiamento mi esporrei a rimorsi della coscienza, se giunto come sono all’età di cinquant’anni, dopo averne consumati qui tre in continue osservazioni, non abbandonassi le modestie inopportune, e persino i riguardi, ond’essere utilmente libero per vostre eccellenze.
Studierò in questa divota mia relazione ogni maggior possibile economia di cose e di parole, riducendomi a soli incontrastabili fatti e notissimi fra quelli che devono avere un interesse nell’osservarli ed abbandonando persino le riflessioni o proprie o di altri e le stesse autorità de’ precessori.
E perché una quasi ragion di ordine, attesa la moltitudine delle gravi cose che giudici utili di portare a pubblico lume, non havesse a produr poi una troppa stanchezza, né a far perdere un tempo che potrebbe anch’esser prezioso, meco portandola, dividerò la materia tutta in tre dispacci, leggibili ancora in separati giorni.
Tutto quello che riferir si suole in sì fatte relazioni, supponendo già noto, ovvero in ora non necessario, mi ridurrò a far solo 977 parola de’ connessi ad una prima guerra, che in qualunque modo fosse per sostener la Porta.
Nel primo dispaccio è necessario che dica dei Russi, nel secondo dirò de’ Turchi, nel terzo mi farò lecito di parlar ancora de’ Veneziani; ma non potrei dispensarmi dal supplicar preventivamente l’eccellentissimo Senato ad aver, dietro le cose che anderò esponendo, fissi sempre in considerazione a passo a passo questi due temi.
Se posta la situazione de’ confini suoi col Greco Impero, nella di cui estesa si trovano l’isole del veneto levante, l’Albania, e quasi tutta, se non tuttissima, la Dalmazia, e posta la non spregievole misura di quelle marittime forze, che volendo usar si potrebbero gli convenisse di alzar i suoi pensieri alla gran meta di un glorioso rissorgimento, sol quando però vedesse chiaro e sicurissimo l’esterminio de’ Turchi.
Il secondo, se non essendo tra le cose impossibili, che questi i quali non operano mai per un sistema dedotto di cose, ma per impeto, per ridicole vendette, per privati fini, per capriccio o per politica interna, vista di far divisioni nel popolo qualche volta inquieto, attaccassero d’improvviso li veneti stati, giovar potesse per tener la Porta in soggezione maggiore di far ad essa almen sospettare una più stretta intelligenza, al caso di guerra, con l’imperatore, e doppo essersi mandati de reciprochi ministri di rango una nuova ancora coll’imperatrice czarina, che per le false notizie de gazzettieri, che sono le sole de’ Turchi, credon anche vicina a stabilirsi, se non stabilita, come ha scritto l’eccellentissimo mio successore, senza che se ne sia fatta dalla Porta né maraviglia né alcuna nemmen modesta querella.
Chi onora in oggi la sede del principato (disp. 39), non men che l’eccellentissimo signor kavalier Zustinian (disp. 138) trovandosi a questa parte dichiararono con vero zelo, senza farsi riserve, indispensabile che l’eccellentissimo Senato prendesse delle misure degne della sua saviezza, in vista di un tempo di pericolo, sin da que’ giorni giudicato da essi non molto lontano.
Or vedrassi se un simile momento si approssimi sempre più per l’inconcepibile negligenza de’ Turchi, quando per la vera sollecitudine de’ Russi.
Accioché vostre eccellenze lo rilevino meglio, m’è necessario prima di ogni altra cosa di deciferare, per dir così, il trattato di Kainardsik 10 luglio 1774 e le convenzioni di Costantinopoli 21 marzo 1779.
Per la semplice lettura del trattato sembra che lo corte di Russia non abbia ottenuta che l’indipendenza de Tartari con tre piazze in Crimea e la libera navigazione del Mar Nero al Bianco; ma come la pace fu combinata senza mediatori per quelle singolari ragioni che eccellentemente addusse chi al caso si trovava in quest’ambasciata, non si poteva ben riconoscere il risultato vero, se non dopo vedutisi gli effetti delle viste de’ due plenipotenziari palliate nell’accortissima dettatura di alcuni articoli.
Nel terzo di esso piantasi la libera elezione del gran kam de’ Tartari, senza che né l’una né l’altra delle contraenti potenze avesse ad ingerirsene in alcun modo, e si stabilisce che abbia poi ad essere da ambe le parti riconosciuto qual principe da Dio sol dipendente. Queste son le parole, ma i fatti furono ben diversi, perché Sahim Ciuewai, ch’era stato prima a San Petersbourg ed aveva grandi cose in favor del Russi promesse, fu da alcuni non già dall’unanime consenso della Tartaria nazione eletto per secreta nomina dell’imperatrice, sotto l’ombra delle vittoriose sue armi.
Sostenutosi pur con queste contro Selim della stessa famiglia, discendente da Gengis kam, si fece poi, come legittimamente eletto riconoscere dalla Porta medesima nella convenzione, di maniera che egli per gratitudine, per negozio suo proprio e per timore, e divenuto più servo della Russia, di quel stato siasi mai uno schiavo al suo padrone.
Il restante di quel terzo articolo fu poi per conseguenza ancor meno eseguito. Con esso si promise di restituire a Tartari un esteso tratto di paese sopra la penisola, che da geografi indicar si suole col nome della Piccola Tartaria. Non piaceva al maresciallo plenipotenziario di far rillevar quanto di quella grande provincia si ritenesse la di lui corte per aggiungerla al governo di Asoff, ed amara pure il gran vizir di nascondere la cessione, sicché combinarono che tutto ciò che non si nominava fra i luoghi che da Russi dovevano rendersi restassero loro.
Fu scritto soltanto che si sarebbe reso lo spazio ch’è tra il fiume Berda, scaricante nella palude Meotide, e il Conscievode, che va a terminare verso a Bielogersk nel Dniepper; il resto si ritenne da Russi, e non fu poco.
Sopraggiunte le note discordie dopo il trattato, e sempre più ligio il nuovo kam alla Russia, per esser stato da essa sostenuto, se ne approfittò quella corte ritenendosi molto più che non dovea; soprafazione sulla quale i Turchi credettero meglio non far parola.
In quel paese, per vero dire incolto e selvaggio, benché non poche città esistessero, abitavano quell’orde vaganti de’ Tartari, che di continuo con incendi o con straggi, molestando le fertili provincie russe a quel confine, non poteansi queste perciò stabilmente felicitare. Que’ popoli innoltre congiungendosi agl’altri della Crimea formavano nelle guerre de’ Turchi, o come dipendenti o come ausiliarii, i numerosissimi stuoli, che pronti sempre a cominciarle, e sempre prima delle truppe d’Asia e di Romelia, circuendo il nemico, come appunto avvenne al Pruth, decidevano qualche volta ancora dell’esito delle campagne.
Compreso il vantaggio di sciogliersi da questi due sommi pericoli e gravi incommodi, convennero poi col kam che a spese loro egli facesse trasportare tutte quelle orde, onde meglio assicurar la pace, in altro paese a lui soggetto, e forse in miglior clima posto ch’è di qua della palude Meotide confinante col Caucaso e colla Circassia e che, per lo fiume che lo attraversa, chiamasi Kuban. Avendo la Russia resa così deserta tutta la Piccola Tartaria e liberate in conseguenza anche le sinistre rive del Dniepper da ladri sì infesti, pensò poi per vieppiù renderne sicure le strade di piantarvi degli appostamenti, benché il territorio non le appartenesse.
Le fortezze di Kersc e di Janicale, chiamate da Turchi ne’ loro manifesti le chiavi del Mar Nero, benché appartenenti a Tartari, erano prima, come l’antica Kaffa, occupate da guarnigioni ottomane, cedute a Russi nel III e XVIIII articolo co’ loro territori; servono a tener soggetti non meno i Tartari della Crimea che quelli del Kuban, tra quali popoli sono situate, ed assicurar il passaggio della palude Meotide al Mar Nero, come ad impedir a’ Turchi quello dallo stesso mare nella palude. Tutte due le contraenti potenze promissero di lascir a Tartari l’importante isola di Taman, tra la terraferma di Kuban e le due nominate fortezze; ma i Russi, ben intendendosi col gran kam doppo la convenzione 79, per quanto si vocifera, ma che non potei incontrare, vi si fortificarono. Mirando la Russia a tener imbrigliati ancor più que’ popoli che mostrava di render indipendenti, si assicurò coll’articolo XVIII del castello di Kilbum, posto dirimpetto alla fortezza di Oczacow, di qua dalla sboccatura del Dnipper, e signoreggiante la Crimea. Il sufficiente territorio poi, che assegnar si doveva a questo castello, fu tutto quel di più che non si restituì a’ Tartari, cioè gran parte della Piccola Tartaria.
Altre due provincie chiamate la Grande e la Piccola Kabarda, osservabili spezialmente per la loro posizione nell’Asia Minore bagnata dal fiume Terek, che va nel Caspio poco sopra Derbent, coll’articolo XXI furono destramente rimmesse nella volontà del kam e suo consiglio. Così, senza che se ne spiegasse dal gran vizir la cessione del trattato, restarono in tranquillo possesso de’ Russi.
Non contenta con tutto ciò Sua Maestà Czarina, avendo per esperienza conosciuto che que’ Tartari zaporoviani, ed i detti di Oczacow dipendenti in qualche modo dal gran kam, che abitavano quel pur gran tratto di paese ch’è situato tra la Polonia, il Niester, il Bog ed il Mar Nero avrebbero messo in pericolo il commercio che si pensa di fare pel Dniepper dal lato destro, risolse di farli ancor essi trasportare nel Kuban, e perché i Turchi non avessero ragione di querellarsene col V articolo della convenzione, lasciò alla Porta, senza che lo chiedesse, tutto il paese di qua del Bog, ch’entra nello stesso Dniepper, col patto però ch’eccettuata una gran parte sufficiente per formare una linea retta di communicazione tra Oczacow e il Dniepper stesso, ciò che restava dalla parte ottomana dovesse giacere per sempre abbandonato e deserto al di là dal Bog, che molto più era da riputarsi così per l’estesa che per la qualità de terreni restò alla Russia.
Oltre agli acquisti fatti sopra de’ Tartari e delli stessi Turchi, è degno d’osservazione l’effetto che cogli articolo VII, XIV, XVII, attesa la protettione che l’imperatrice promise a greci sudditi della Porta, non men che per il difficilissimo punto, che superò contro le stesse leggi dell’Alcorano di poter erigere in Pera la chie sa grecorussa, l’effetto dico che conciliossi di tutta la nazione, in guisa che pochi Greci si vuol credere esser in ora fedeli al natural sovrano, tanto più che dopo aver a moltissimi assicurato il perdono, e tutti sollevati dall’imposizione de’ tributi per due anni, ottenne ancora che potessero per il corso di un anno intiero dopo la pace liberamente trasportarsi in paesi a lei soggetti, il che non fu di poca conseguenza per le migrazioni indi succedute, spezialmente dall’isole dell’Arcipelago, in ora già molto diminuite d’abitatori.
In questi giorni, sopra gli uffici del signor Bulgacow, fu mandato un firmano al patriarca di Costantinopoli perché, scrivendo a tutti i vescovi suoi dipendenti, rilevasse e rifferisse quali fossero que’ passà che facevano violenza a Greci, con che si vidde anch’effettuato quel convenuto almeno in apparenza, che non credevasi mai sostanzialmente eseguibile.
Considerati i Giorgiani ed i Mingrelii prima della guerra soggetti alla Porta, varie fortezze e città furono da Russi lor prese. Ma Cristiani per religione, ed oppressi da Turchi, come altri popoli dell’Asia Minore lor confinanti, pensò la Russia che colla generosità sola fosse facile il toglierli per sempre dagli antichi padroni; il che poi era lo stesso che assoggettarli senza causa di doglianza. Pesava amaramente sull’animo di quelli il dover distaccarsi per sempre e senz’alcun frutto i propri figli nell’annuo tributo che soddisfar dovevano al Serraglio di ragazzi e donzelle. Coll’articolo XXIII del trattato, dopo rese le piazze li liberò spontaneamente e per sempre dalla barbara ed insoffribile soggezzione, fatto ben onorevole per l’imperatrice czarina, e che meritando di esser scritto nella gloriosa storia della progressione dello spirito a vantaggio dell’umanità, conciliò a lei fra quelli un gran partito, privilegiati poi ne’ loro commerci li stati russi, beneficati molti particolari in vari modi, e sin col decorarli d’alcuni ordini di cavalleria; è certo che nella prima guerra che i Russi fossero per fare contro la fulgida Porta, quelli che in altri tempi diffenderla dovevano per l’avvenire l’attaccheranno, il che non sarà lieve vantaggio da quella parte importante.
Ma la libera navigazione, che coll’articolo XI assicurossi la Russia dal Mar Nero al Mar Bianco, potrà decidere un giorno di conseguenze incalcolabili, così in via di marittimi commercii che in linea di politiche mire, sopra di che reputo inutile di trattenermi per ora. Anche il primo dei due seguenti articoli aggiunti al trattato e verificatosi poi per due terze parti dopo la convenzione che lo confermò, cioè l’esborso di sette millioni e mezzo di piastre per le spese d’una guerra che i Turchi cominciarono, rese non spregevole commodo all’erario russo.
Or esposti nel suo vero lume i vantaggi de Russi così ottenuti per via di convenzione che con quella del fatto, supplico vostre eccellenze di voler seriamente riflettere all’uso che ne fecero nel solo corso di due anni, perché almeno possino più fondatamente formare i loro sapienti giudizi sulle maggiori o minori probabilità dell’avvenire.
Accolti dall’imperatrice czarina i deputati tartari con sommo onore e generosità, mandò poi a risiedere presso il gran kam un inviato plenipotenziario, o residente, con ordine di soccorrerlo mediante le vicine guarnigioni di Kersce di Janicalè ad ogni suo bisogno; per il che egli lasciò l’antica residenza di Bakceserai e trasportossi presso quelle a Kaffa nuova.
Osservato però ogni suo passo dal russo ministro e da non pochi uffiziali e soldati russi, che Sua Maestà gli concedette di poter tenere nel di lui Serraglio, conosce egli a meraviglia che non vi sarebbe luogo a salvamento per sé quando non fosse prontissimo a secondare ogni desiderio della sovrana sua benefatrice, la quale ne’ scorsi mesi onorò questo principe, reso indipendente, del titolo e dello stipendio di capitano delle guardie Preobasincki, famoso reggimento, e primo ammaestrato dal gran Pietro in sostituzione de Swelitz.
Temendo però la Sua Maestà Czarina del genio de’ Tartari, o per la religione musulmana che professano o per la natural barbarie loro, giudicò sotto il pretesto di maggior tranquillità di far togliere l’armi per sempre a tutti quelli che si dimostrarono affetti al partito di Selim Guewai dopo le straggi che già eransi fatte de compagni loro, così prima della guerra che dopo. Sotto altri prettesti, sol perché così giovava, spogliò poi la Crimea di quasi tutti i greci abitatori, che in numero di ottanta mille, comprese le donne, mandò a coltivar le incolte terre di Asoph, separatosi un corpo di 15 mila de’ più vigorosi per intrapprendere nuove pesche sulle spiagge della palude Meotide tra Balestra e Tangarok, ove si trovano le morone, i sturioni ed i grossi pesci in grande abbondanza che, seccati o salati co’ caviari che se ne estraggono, formano un sicuro carico a vascelli menanti colla mira spezialmente di trame in seguito degli opportuni marinai. Per gl’altri, tra Alessus kaja e Beckmut, fece eriggere due picciole città chiamate Cattarinaslaw, o Catterina Felice, o Marianopoli.
Oltre i terreni donati ed altre abitazioni sulle rive della stessa palude pur fattesi di nuovo, donò a Greci 320 mila rubbli, generosità che invita altri a corrervi per popolar quei stati.
Persuase e sostenne il gran kam nel toglier a mirzà, o capi della nazione, i privileggi del feudal governo, che forse derivò in Europa da queste stesse popolazioni e che vi si sosteneva ancora con sommo danno del principato e de’ stessi popoli.
Si prettende che questo kam, o imperatore, abbia dunque, togliendo il tutto per sé, assegnate delle annue somme a que’ mirzà sino al numero di quesi trecento, che dichiarò, e considera come grandi uffiziali della corona. In tal modo, tolti dalla schiavitù di tanti particolari i popoli a lui soggetti, sembra ch’abbia diminuiti (s’è pur possibile tra Musulmani) se non per intiero almeno in parte i pericoli delle facili insurrezioni. Le gravezze che impose per risarcirsi dal peso di quegli antichi feudatari, a quali levò le naturali rendite, le trae in prodotti che per conto proprio tramanda in commercio.
Si dice che sparse per la Crimea abbia molte camere, o reggimenti, agl’individui de quali lascia la piena libertà di apprendere o non apprendere gli esercizi alla russa. Questi potrebbero, se fossero fedeli, diffenderlo nel caso di una ribellione; ma s’egli è in modo odiato dall’universale della nazione, che già pubblicamente lo chiama servo de’ russi, e Jaur, nessuna cosa si considera più facile quanto il tentativo di trarlo dal suo tono.
Abbandonata Kaffa Vecchia, distrutta già nell’ultima guerra dalle artiglierie russe, perché poste sopra una montagna che la domina, passò a stabilirsi a Kaffa Nuova, che va provvedendo de’ commodi et aumentando di abitazioni, erettavi una zecca propria ed un palazzo sopra i disegni di un inglese architetto, che con buoni rampari va fortificando; dopo di che si crede che vorrà forti- ficare la città anche in ora aperta. In essa Kaffa Nuova, poche miglia distante dall’altra, con un porto felicissimo e grande, comincia qualche tartaro a farvi il negiziante, altri a tener pesi, misure e libri di conti; cose che prima erano a tali popoli ignote. Ma il maggior negozio della Crimea, che consiste in abbondanti biade, ed in tutto ciò che da una quantità e dalla qualità degli animali può dipendere, si fa da russi e da qualche greco, da quello pur dipendente o con essi interessato. Accennata di volo l’attual situazione della Crimea rispetto al suo governo e traffico, perché cose tutte al nuovo sistema russo congiunte, renderò conto delle disposizioni militari, così terrestri che marittime, che in due soli anni di tempo fecero i Russi da queste parti.
Furono in lodevol modo prima rimesse le fortificazioni delle piazze acquistate, se ne rialzò una nell’angolo della terraferma di Kuban sopra la palude, dirimpetto all’isola di Taman, nel luogo chiamato Temruck; si guarnirono poscia di buone artiglierie e munironsi di gravi pressidi sotto gli ordini del generale Solzticoff, con brigadieri in ogni piazza. Tutti compresi si fanno ascendere a 20 mila uomini.
A Mosdok, fortezza fabbricata da Russi nel 1762 nella Kabarda grande, tiene ora l’imperatrice czarina un stabile corpo di 25 mila uomini, pronto a raccogliersi al bisogno, così contro i Tartari del Kuban che contro i Turchi e Persiani. Da una tal fortezza poi, tirando una linea con vari ridotti per mezzo i campi, che chiamansi deserti di Astracam, ma che sono i pascoli migliori degli abitanti del Don, sino ad Asoph, tiene un altro corpo di truppe, del di cui numero non saprei render conto.
A Kiow nell’Ucraina, provincia fertilissima e la meno lontana dalla Maldavia e Bersarabia, trovasi pure un più considerabile corpo, che si pretende ascendere a 40 mila uomini sempre pronti, e più accostumati de tempi scorsi al clima di queste parti, sotto il comando dello stesso felt-maresciallo di Romanzow il Danubiano.
Nella novissima non per anche compiuta città di Kerson sul Dniepper confinante co’ stati ottomani, mandò già per quanto mi assicurò il signor di Stacchieff, compresi gli artiglieri, gli artisti, i minatori, gli uffiziali del genio, da 14 in 15 milla uomini, sin a quest’ora con gran treni di artiglieria. Sorpassa però, quasi direi i limiti del probabile, il numero de reggi vascelli per li continui rapporti uniformi che qui si hanno da uomini di varie nazioni, e da sudditi veneti ancora co’ quali più volte parlai.
Compresi dunque i paquebots, che sono piccioli bastimenti di dodici pezzi e di due alla prova, si vuol per certo che giungano al numero di cinquantasei, il che rifferisco sull’asserzioni del capitano Pellegrini dalla Ceffalonia, al servizio della Russia, che mi disse sull’onor suo di averli veduti, il qual capitano partitosi ora alla Smirne con un proprio vascello spera di pervenir presto a Venezia. Cominciossi a costruire vascelli sin dal tempo della guerra, spezialmente in un luogo detto San Dimitri sul Don, presso Asoph, da dove prima sopra quelle macchine, che si chiamano camelli, prima in diversi pezzi, come si usa da molto tempo da Russi medesimi in Arcangelo, si trasportarono in Kers e Janicalè sopra i bassi fondi della palude.
Furono indi fatti congiungere dall’ammiralità stabilita in que’ porti e corredati. Cinque non grandi vascelli pervennero dal Baltico, e furono quelli appunto che sebben carichi di merci qui lasciate per tanto tempo si trattennero in questi canali. Due grosse navi mercantili si comprarono da altra nazione, ed una del capitan Palicucchia, ch’era fra le più atte.
Si distingue però una fregata di 64 pezzi. In ogni luoco continuasi a lavorare e questa flotta può giungere fin dove nessuno potrebbe immaginarsi, tanto più che così il legname da costruzione, il ferro, le peci, il sevo, la canapa, le grosse telle ed ogn’altra cosa che si rifferisca a fabbrica di nave, costa alla corte vilissimi prezzi, come ancora l’opere de lavoratori sono assai lievi, vivendo essi con poco, mentre in quelle parti tutto è a buon mercato.
Moltissime di quelle barche piatte, quattro sole delle quali presso il Danubio bastarono a sbaragliare una flottiglia di sessanta legni turchi, sono già in pronto con brullotti e bombarde. Ma quel che deve ancor più sorprendere è l’indubitabile ordine rilasciato sol nello scorso anno di doversi fabbricare a Kerson quindici fregate tutte di sessanta sei pezzi, due delle quali sono già uscite da que’ cantieri, che si prettendono da gente di marina veneziana, fra le più perfette che uscir potessero dagl’inglesi arsenali. Da Cronslot e da Cromstad si spedirono costruttori, e da molte parti, spezialmente da San Dimitri, i lavoranti.
Quali viste nel preparar una flotta sì grande senza timore né de Turchi né de Tartari, possa concepir quella sovrana, cui per varie ragioni si diede il nome di Semiramide del Nord, e che abbisogna per conservarsi più ferma nel non suo trono di aumentar sempre più con fatti illustri la gloria propria, lascerò volentieri considerarlo alla maturità di vostre eccellenze.
L’altre pur grandi operazioni che incaminatesi sono in gran parte eseguite in sì ristretto spazio di tempo, pur dimostrano l’elevatezza del di lei genio.
Nella provincia di Smolensko due grandi fiumi nascono, che si scaricano l’uno a Riga nella Livonia sul Baltico, l’altro sul Mar Nero; quello si chiama Duna, o Duniva, l’altro il Dniepper, o l’antico Boristene.
Pensossi che facilissimo il tragitto di questi due fiumi dai punti ne’ quali cominciano ad esser navigabili, sarebbe stato utile innanzi ad ogni altra cosa di aprir più comoda strada, così per acqua nell’estate che sul diaccio sopra slitte nel verno tra il Golfo di Finlandia, ov’è San Petersbourg, e il Ponte Euxino. A tal vasto progetto, che facilitarebbe la discesa in pochi giorni sin dal Baltico de’ marinaii, di truppe e di ogn’altra cosa alla guerra contro i Turchi necessaria, se più da vicino tutto sempre non fosse già in pronto, e nello stesso tempo ad un ricchissimo commercio dell’interne provincie russe, una non lieve difficoltà attraversavasi, oltre di che eran pur necessarii più costosi stabilimenti.
Ma quali cose non si superano dalla capacità di chi commanda se sappiasi animare il zelo e l’industria de’ propri sudditi!
Dodici catteratte di varia natura tra San Kudac e la fortezza nuova Cicza Zaparowna interrompevano la navigazione del Dniepper, il quale poi da dove comincia ad allargarsi e ad essere in conseguenza men rapido, e pieno d’isolette, di scogli, di ruppi e di banchi di sabbia Si mandarono professori all’esame, e se ne calcolarono le immense spese dietro li disegni, e quando meno si credeva per mostrarsi grato alla corte un certo signor di Faleoff, divenuto in brevi momenti per opera del principe Potemkim un negoziante più che millionario, offerì di caricarsi dell’impresa. Avvanzatasi già di molto l’opera, tolti i raccoglimenti prodotti dalle opposte proiezioni con rettilinei ed escavi presso alle sponde del fiume stesso serpeggianti canali, onde schivar le cadute dell’acqua, che i russi chiamano salti, si vuol credere che fra due o tre anni sarà al più dato termine all’ardita e dispendiosa opera.
Frattanto da Mosca alla nuova città non solo si tirò una strada tutta in ora ridotta in buon stato, ma vi si eressero ben fornite stazioni di posta e si obbligarono gli abitanti ed i soldati a prestare ogni maggior comodo di alloggi, di cavalli e d’altri bestiami a viaggiatori, quando occorressero. Era ancor più necessario di preparar il grand’emporio delle merci russe d’Europa in sito opportuno. Ordinossi dunque che alzar si dovesse la nuova città, cui s’impose il nome di Kerson, che in lingua greca litterale vuol dire terra con le braccia aperte, capace per lo meno di 100 mila abitanti sul Dniepper, poche miglie discosta dal sito dove il Bog entra in quel fiume sopra picciola eminenza, onde fosse più sana e più bella, ed in quel terreno, ed in quel terreno che due anni sono abitato da Tartari di Oczacow era inselvaggiato e misero.
Alla esecuzione destinò Sua Maestà un capo, che prova quanto ben sappia scegliere. Egl’è il famoso fra russi general Hannibal, nero di tinta, figlio di un negro schiavo, che fu favorito ed educato da Pietro il Grande. La prima cosa che questi saggiamente credè di fare, fu quella di render coltivabile il terreno all’intorno, onde la città aver potesse vicino e sicuro mantenimento. M’assicurò il signor Bulgacow, che mai vidde villaggi più ben ordinati, né terreni più fertili.
Per traddur poi più facilmente uomini e materiali, era necessario dirozzar le più vicini ruppi, toglier le secche e far canali nel Dniepper; e tanto si fece.
Oltre i disegni concepiti, oltre una gran fortezza, ed oltre l’Arsenale ed il porto già formatosi dalla natura capace per una grande armata, ma che abbisognò di molti aiuti, dev’esser la città divisa in due quartieri: l’uno che si denominerà civile, e sarà il grande, militar l’altro, e tale che fra la fortezza e questa possa commodamente alloggiarsi un presidio di 30 mila uomini.
Assicurommi lo stesso signor inviato, che con tanti testimoni che di colà pervengono non vorrebbe esporsi presso di me, ed altri ministri, a quali pur l’assicurò, che tutte le fabbriche pubbliche son già compite, compresasi pure la casa dell’arcivescovo, ch’è quel greco suddito di Vostra Serenità per nome Niceforo Teotochi, che rinunziò l’arcivescovato di Filadelfia, e che sino a quest’ora sarannosi erette tante abitazioni che vi potrian alloggiare da circa quatordici mille abitanti, avvertendo che dal mese di luglio, lavorando continuamente tre milla uomini, sul modo però che si usa ancor qui, cioè con poche muraglie di pietra, sarannosi molto accresciute.
Corsero troppo in fretta alcuni, che ritornaron poscia per non poter ancora ritrovarvi fortuna; ma in adesso per tutte le parti, udendosi quella che fecero altri più pazienti, vi si accorre. Sperasi che vi perveniranno da lontane provincie russe quelli che desiderano di vivere in un clima più dolce, e spezialmente negozianti di proffessione, essendo Kerson posta nel più temperato di tutto il Russo Impero.
A tanta sollecitudine di lavoro due modi mirabilmente confluirono. Il primo, cioè la dichiarazione che Sua Maestà fece che avrebbe considerato ogni fedel suo suddito che colà fabbricasse sopra terreno donato, come il più desideroso di meritare l’imperial sua grazia; ond’è che tanto il signor Bulgacow nel venire qui, tanto il signor de Stacchieff (che forse n’ha più bisogno) nel ritorno diedero ordini per fabbricar case proprie. L’altro modo provenne dal zelante impegno del signor Genend governatore, il quale per render più facile il modo a lontani di confluire all’avanzamento de’ lavori, intrapprese di far eriggere egli stesso a sue spese molte abitazioni di ogni grandezza per rivenderle senza trarne vantaggi, dietro li disegni e le polizze firmate che tramanda dappertutto. Sei francesi già discesi da San Petersbourg per far i fattori di altri, alcuni russi, greci, armeni si sono stabiliti; ma il commercio che vi si cominciò non è confrontabile con quel che sarà allorché potranno le merci discender ed ascender liberamente, e che si aprirà la foce, o la fuosa, del Dniepper, ora bassissima a segno che non passano i grossi legni mercantili carichi, né vanno più in su che a Glubaioff, presso la sboccatura del Bog, dove pur provisionalmente si sono fabbricati molti magazzini, la qual fuosa non si profonderà sotto il castello di Kilboin, in guisa che possano com- modamente passarvi le navi, finché tutte le quindici fregate non siano allestite, assicurandosi in tal modo che l’opra nel frattempo non potrebbe esser disturbata da flotta ottomana.
Si dice poi come cosa certissima che Sua Maestà, appassionata imitatrice di quanto pensò e lasciò scritto ne’ suoi piani Pietro il Grande, dopo fatti questi dispendi per l’introdduzione del nuovo indicato ramo di commercio, voglia continuar la grande impresa disegnata di mano dello stesso czar, e da lui ancor cominciatasi e condotta sin quasi alla metà sotto la direzione del suo famoso ingegner Brekel, cioè di congiungere con un facile canale tra Tscarizin e Donskaja, i due gran fiumi Wolga e Don, ossia l’antico Tanai, l’uno che comincia navigabile nel governo di Mosca, infrossandosi nel regno di Kazan colla Kama, pur gran fiume, il quale proviene dal monti della Siberia e della Pernia si forma discendendo per varie provincie dell’Impero, va a terminar nel Caspio; il secondo comincia nel Woronez e sbocca nel Mar di Asoff, ossia nel Mar delle Zabacche, o Palude Meotide.
Da questo taglio potrebbe derivare oltre che il facile tragitto de’ ricchi prodotti di ferro, di rame e di altri dalla Russia settentrionale, quel nuovo commercio della Persia e della China, e per sin dell’Indie orientali, passando dal Caspio per il Mar Nero verso il Mediterraneo, che tanto si teme dalle nazioni che raddoppiano il Capo di Buona Speranza, perché dietro i calcoli fatti da negozianti, e che anno dell’una e dell’altra strada pienissima pratica, si potrebbero vendere quelle merci nell’Italia, quasi centro d’Europa, ad un cinquanta per cento di meno di quel che si vendono in ora, mentre sarebbe per esser assai più brieve il tragitto.
Per dir qualche cosa dell’attuale commercio russo per mezzo il Mar Nero, varie combinazioni senza dubbio sin or lo attraversano. A chi si trovò presente, parve che il signor di Stacchieff non abbia secondate le premure della sovrana, e certo ch’egli tentò di far ogni male immaginabile ai direttori di questa Imperial Casa mercantile, fondata con il capitale di 120 mila rubbli di merci spedite dal principe di Wiensenskoy presidente del senato e gran tesoriere, per conto della stessa sovrana, e col mezzo delle cinque navi, che perdettero tutti i ritorni de commestibili, e di vini che si trasmettevano a Tangarok, ove il signor di Siedneff, russo stabili- tosi teneva corrispondenza e compagnia con i due inglesi James ed Eaton, che ancor qui si trovano malissimo contenti del poco pregio che fa di essi non il signor di Woranzoff, presidente al commercio, ma lo stesso principe di Potemkin, generale inspettore di tutte le provincie russe poste nel mezzogiorno, che troppo occupato in altri affari non rissolve mai sopra le loro rappresentazioni.
Non s’intese ancor alla corte di Russia quanto utile sia che da proprii sudditi si faccia negl’altri paesi un vantaggioso ed onesto monopolio, e perciò libero ad ogn’uno di negoziare, fu sì abbassato il prezzo delle merci provenienti da suoi porti, che se così continua nasceranno quegl’inconvenienti, che pur troppo son nati ad altri nazioni, e già questa casa mercantile è costretta, se vuol vendere, a dare credenza a botteghieri turchi, ond’è che i crediti di essa non facili a riscuotersi, forse già a quest’ora s’ammonteranno il capitale che le restò. Per dir poco li vascelli mercantili russi nel Mar Nero non passano i cinquanta. Antonio Rossi della Giudecca, che ora giunse da colà come scrivano del signor Nauman, ch’era al servizio del gran kam, assicura d’averne veduti in maggior numero; ma siano più o siano meno, il signor di Bulgacoff ha delle nuove commissioni, e dopo aver installato in questi giorni il console generale in Moldavia e Valacchia, è per trattare delle tariffe, ed altri punti che non sarebbero facili a riportarsi quando non avesse destramente offerto di combianar un reciproco trattato di commercio, mentre con la scusa del comun interesse saranno pur liberi nel rissolvere i ministri delle Porta, cedendo anche il non creduto giusto o dovuto ai Russi.
Questo medesimo nuovo inviato, che accolse de piani e desidera di farsi onore, m’ha più volte come da lui fatto conoscere che giovarebbe di far trattato tra la sua sovrana e la Repubblica, toltesi alfine tutte le difficoltà che l’una e l’altra potevano avere per lo passato.
Senza instruzioni non ho creduto d’innoltrarmi nel discorso, se non che gli replicai ciò che colle inchinate ducali 9 dicembre 1780 mi fu commesso di dire al di lui antecessore, il quale non avendo ragguagliata la corte, come potei assicurarmene col mezzo del signor Sewerin, segretario reggio, che ne incontrò tutti i dispacci, fui da esso signor Bulgacoff assicurato che suplirebbe.
Questi direttori inglesi pur m’indicarono un progetto che avrebbero per toglier in Venezia difficoltà, che conoscono ragionevoli, il qual consiste nel preliminare di far il cambio di tutte le merci russe e veneziane nell’isola del Zante, cosicché se i veneti ne volessero giunger sino a porti moscoviti, o non fosse ciò permesso dalla Porta, quand’anche si concertasse che avessero a servirsi della bandiera di Sua Maestà Czarina, non fossero i Russi costretti a portarsi sino a Venezia a farvi eglino soli il maggior profitto.
Nemmen sopra questi pensieri credei di poter tenere lunghi discorsi, ma forse si proddurranno in altri tempi, se questa compagnia non si sciogliesse dopo un anno e mezzo, che sarà al termine il di lei concordato.
Esposti i fatti non saprei ritenere all’eccellentissimo Senato i riflessi, ossia piuttosto l’unanime consenso, e non misterioso o secreto di tutti questi ministri esteri, de’ dragomanni, che conoscono la Porta, e de’ stessi negozianti, che più da lungo tempo qui stabiliti sono meglio illuminati sopra le future conseguenze de’ fatti medesimi.
Nessun v’è che osservando il buon uso fattosi dei due importanti articoli, cioè di esser resi i Tartari nel fatto dipendenti alla Russia, e di aver formata fra poco una flotta assai considerabile nel Mar Nero, oltre l’avvicinamento dell’armate, ed i modi procurati alla facile discesa di ogni bisogno ulteriore, non prevegga come certissima e rissoluta cosa l’improviso incendio di questa metropoli e de luoghi vicini, onde col capo cada più presto tutto il Greco Impero, allorché ogni cosa preparatasi al grand’uopo possino le politiche circostanze in cui si troverà l’imperatrice czarina, saggiamente permetterle di volerlo, mai potendo mancare a principi, e spezialmente a Russi verso Turchi, di far la guerra, quando credino che loro, benché ingiusta o non necessaria, giovi.
Chi osserva che nel tempo de maestrali, già costanti nel principio del verno, basterebbero quattro o cinque giorni al più perché la flotta russa potesse giunger da Kerson a Costantinopoli senza preventivi avvisi alla Porta, facilissimi ad impedirsi da Russi in tale stagione, così dalla parte di terra a passi stretti ed unici, quanto per mare presso le coste, giacché piccioli legni non potreb- bero allora rischiarvisi da quelle allontanandosi. Chi rifflette alla innutilità delle troppe basse batterie de castelli, che assai misere stanno all’imboccatura del canale, il giuoco delle quali, quando pur da per sé valesse, sarebbe impedito dalla stessa altezza dell’onde causata da que’ venti, senza de’ quali l’armata nemica non entrerebbe. Chi giudicando i Russi conoscitori anche per felici esperienze della somma facilità di abbrucciare le flotte ottomane, tien per certo che pochi giorni prima di discendere, tenterebbero di far incendiare quella che tutta strettamente congiunta sta nel verno legata in questo porto, ogni nave trovandosi dirimpetto i rispettivi magazzini, che sono tutti in seguito uno dell’altro, cosicché basterebbe che qualche disperato, o qualche greco fanatico, generi di persone assai facili a trovarsi, mettesse fuoco in due o tre perché tutta s’incenerisse, e con essa l’Arsenale ligneo nella maggior parte senza mura, ed anche poco ben guardato. Chi vede che per la figura triangolare della città, abitandosi l’angolo più esposto dalla parte del Mar Nero dalla famiglia reale con quel Serraglio in cui, e presso al quale, tutto ciò che di persone e di tesori può esservi di più considerabile si trova, non sarebbe facile lo scampo, impedita ad ognuno la fuga, o dalla flotta verso l’Asia, o dalle truppe che si spedirebbero verso la Romelia dalla parte di terra. Chi considera che in questi luoghi del grecismo animato non vi sono proporzionati pressidi turchi, e spezialmente nel verno, nella qual stagione i giannizzeri vogliono portarsi a vivere colla famiglia, e perciò vede facile l’acquisto d’ogni luogo. Chi descrive la confusione e l’orrore proveniente per gli incendi attaccati in varie parti; chi agli impossenti e pochi giannizzeri, topzì, bostangì, zebesì che guardano la millionaria città circondata, senza prettendersi da mille cadenti ed inutili torri, e chi altre cose osservando giudica il gran crollo non molto tardo e sicurissimo.
Alcuni però, prima di questi due ultimi anni, desiderosi che non si cangiasse in Europa l’attual sistema, e legati d’interesse a Turchi, ne speravano la sussistenza nella difficoltà, che molti principi a ragione gelosi dell’ingrandimento della Russia farebbero perché non riuscisse, e particolarmente gli a lei vicini; o se questi ultimi pur si unissero per ripartir tra essi li stati ottomani in Europa, che non sarebbe stato poi facile il ritrovare chi in queste parti regnando volesse starsene per sempre esposto alla vendetta de’ Turchi, quando tutte le rendite del conquistato paese non si volessero impiegare a sostener per sempre grandi eserciti e flotte dipendenti da governatori o viceré lontani. Fattosi perciò rifflesso che mancando probabilmente nella confusa stragge la stessa imperial famiglia ottomana, con i principali musulmani, ed all’attual impotenza del gran kam de’ Tartari, cui spetterebbe il succedere a questo trono nel caso dell’estinzione della regnante famiglia, non che alle perdite grandi ed essenziali che nello smarrimento e certa divisione loro potrebbero fare i Turchi nell’Asia, assaliti da una parte da Russi e da tutti i principi cristiani confinanti alla Turcomania, e dall’altra parte dalle flotte che si spedissero nel tempo stesso dal Mediterraneo verso le coste della Natolia, della Soria e d’altre marittime provincie, scemaronsi a poco a poco le speranze, e tanto più che a sì grave punto di pericolo furono condotti i Turchi dopo ciò che cedettero nel trattato, e per le conseguenti loro inerzie e dissimulazioni, congiungendosi il destino che volle che gl’altri principi lasciassero far a Russi ciò che lor piacque, ed i più atti ad impedire l’ingrandimento di questi; anzi vi contribuirono sedotti più dalla compiacenza di acquistare i stati altrui senza sfoderar la spada, che da quell’altre mire e certe intelligenze, per le quali doveansi credere alleati al deffonto sultano. Nella debolezza dell’infelice Polonia si preveggono nuovi compensi al re di Prussia, ed altri nelle provincie grece confinanti all’Ungheria, cioè nella Croazia e non lungi dall’Adriatico per Sua Maestà Cesarea.
Si preveggono i principi più lontani dopo la dispendiosa attual guerra fra essi ancor resi più impotenti ad impedir l’unione tra i tre, se mai si verificasse, e quando no, ad impedire una improvisa discesa in tempo d’inverno, che potrebbe di tutto decidere o a frastornare in tal caso l’acquiescenza delle due corti di Vienna e di Berlino a cessioni per esse tanto più grate quanto non dispendiose e lontane rispetto a’ Turchi da qualunque incerto evento dell’armi. Le lusinghe degli amici della Porta vennero ancor meno considerandosi i recenti trattati tra la Russia e la Svezia, dopo cangiata la forma di quel governo, e colla Danimarca, per sussidi e truppe in caso di bisogno, e la rinnovazione dell’alleanza col re di Prussia, e forse più ancora dopo le interviste delle Imperiali Maestà a San Petersbourg, l’osservare stabilito almeno in massima un trattato di reciproca diffesa, che sebbene antico, appena rinnovato anche dall’imperatrice Anna coll’imperator Carlo VI, si cangiò in offensivo; trattato in cui, se si eccettuano la Francia ed il re di Prussia, non si fece parola della Porta, benché siavi con essa e le sopradette due maestà pece continua ed eterna.
Tutte queste, ed altre riflessioni congiunte, alterarono le indicate lusinghe, e fecer poi da ogn’uno di questi politici considerar la sorte di questo Impero dotto un più torbido aspetto.
Una di quelle osservazioni che sogliono sfuggire a quelli che non anno un certo interesse per stare a tutto attenti, ma che animò ogn’un di questi greci, e che Vostra Serenità vorrà considerar come meritevole di serio riflesso, fu il nome che Sua Maestà Czarina a fece imporre al secondo genito del gran duca. Mai furonvi altri sul trono di Russia fra tanti nomi greci usati che si chiamassero come questo, cioè Costantino, né propinqui egli ha che lo portino, o l’abbiano portato, onde sembrano comparir chiare le di lei mire sopra questo suo nipote; tanto più che volle la Maestà Sua che nutrici, governatrici, servi e serve fossero di questi paesi, acciò la di lui natural e prima favella fosse l’usata in Costantinopoli.
Ogn’uno crede perciò svilupato in sì fatta non secreta risoluzione il gran disegno, che toglierebbe molti se non tutti gli ostacoli politici, cioè di far passare su questo trono, ad imitazione di ciò che succedette nella casa d’Austria al tempo dei due fratelli Carlo V e Ferdinando II, e di quella di Borbone nel principio di questo secolo, un principe cadetto, cosicché restassero divisi i due Imperi nella sovranità, se non nell’interesse.
Sperano questi poveri greci, veramente oppressi, che ne’ sovrani confinanti possino esservi su questo gran proggetto minori ostacoli, e che perciò potrà aver più facil luogo il loro rissorgimento, dovendo scemare per sempre il timor delle vendette ottomane in qualunque grado di forza restar potessero, quando si trovasse sul trono a diffender sé stesso un principe proprio, e posseditore di quasi tutto.
Se non temessi di abusarmi della pubblica bontà, potrei riffe rir il piano in somma confidenza comunicatomi da un collonnello russo di molto merito sull’improvisa aggressione di questa metropoli, ma tale però che ogni instrutto conoscitore di questi paesi e di questo governo estender potrebbe, se soltanto avesse qualche tintura del militar mestiere.
Solo dirò che per più cause, tutte maturatamente ragionate, pensava che si dovesse intrapprender l’improvviso assalto, come accennai, nell’inverno, stagione ancor più comoda ai Russi, che discenderebbero verso un clima più dolce del loro. Così pur pensò l’illustre maresciallo Lasci nell’aureo libro che gli si attribuisce sull’arte di far la guerra agli Ottomani, o nel qual v’ebbe gran parte, mosso da qualche puntiglio, o dalla persuasione che non fu già in lui solo, cioè che con tutte le vittorie loro non abbiano saputo i Russi farla in quest’ultimo incontro; libretto che spero presto a lume di chi serve l’eccellentissimo Senato nei gradi militari, dal francese, in cui sta originalmente scritto, tradotto in italiano e stampato.
Aggiungerò quel che mi soggiunse, cioè che sarebbe utile alla Russia un sicuro e proprio porto nel Mediterraneo, per poter dalla parte dell’Arcipelago discendere con altra flotta meglio di quella del conte Orlow corredata di munizioni, d’armi, di genti da sbarco e di denaro; e che più utile sarebbe ancora che vi si congiungesse la flotta della Repubblica di Venezia, ch’eviterebbe così tutti i pericoli della general sollevazione de’ Greci, e potrebbe avere di nuovo parte nella presa di Costantinopoli, assai più, com’egli giudicava, facile che non fu al tempo del famoso doge Dandolo. Chiuderò col rifferire che da altri si spera, e da altri si teme, che potrà sopraggiungere il grande avvenimento, quando ogni cosa messa con quiete in ordine per meglio cuoprir l’impresa, fia per discendere, come certamente disse di volere Sua Maestà Czarina a Kerson. Ella già fece cinque altri viaggi in lontane provincie, onde vedere co’ proprii occhi il bisogno, come pur fecero il vecchio ed il nuovo eroi del secolo, ma con questa differenza, ch’ella non si muove mai con meno di 20 mila uomini.
Non sarebbe difficile, verificandosi il caso, che con altre truppe accompagnata nel viaggio, ed in modo come fosse nelle proprie stanze, seco portasse quel picciolo Costantino, che si vorrebbe pur qui vedere coronato come il nuovo capo del rissorto Impero. Considerandosi poi che non si parla più di errigere il palazzo ministeriale, che si abbruggiò in Pera, né la chiesa greco-russa, che il signor inviato attuale mi disse che risservavasi per l’ultima cosa, si vuol credere che si risparmino tali spese per non gettarle, e che al caso di volersi eseguito l’articolo XIV, cioè di alzare una tal chiesa, il che veramente è contrario, come osservai, all’Alcorano, tante dissensioni nascerebbero in allora, o per parte de ministri della Porta, che temerebbero di esporsi troppo facilmente annuendovi all’ira di quelli della legge, o per parte del popolo, che si troverebbero sufficienti motivi per intrapprender la guerra.
Con tutti questi discorsi, che in Costantinopoli stesso si fanno da Greci nella lor contrada, detta Fanari, senza scrupoleggiare, se ne stanno tranquillissimi i ministri turchi, sperando nel Profetta la salvezza dello stato, e nella virtù di que’ lor successori che trovandosi nel caso non sarian certamente più in gardo di tentare ciò che opra gli attuali tentar potrebbero.
Ma dovendo sopra i Turchi estendermi nel dispaccio che seguita, o sia nella seconda parte di questa mia relazione, credo di non poter meglio or fare che chieder per la troppa lunghezza, come faccio, col maggior ossequio compatimento a Vostra Serenità ed a vostre eccellenze. Grazie.
Pera di Constantinopoli, 1781, 26 febraro. Andrea Memmo, bailo alla Porta Ottomana.
AS Venezia, Collegio, Relazioni b.7.
Trascrizione di Maria Pia Pedani, in Relazioni di ambasciatori veneti al Senato, vol. XIV, Relazioni inedite. Costantinopoli (1508-1789), a cura di Maria Pia Pedani, Padova, Ausilio, 1996, ora in https://unive.academia.edu/MariaPiaPedani
Secondo
Serenissimo Principe.
Lasciando addietro tutto ciò che altri già scrisse all’eccellentissimo Senato, o che per mezzo delle stampe reso pubblico si fece a tutti noto sopra il singolarissimo governo degli Ottomani, sulla religione alle leggi civili commista, sopra il loro carattere e costumi in generale, non farò parola, come già dissi, che rispetto alle circostanze nelle quali colla maggior probabilità si troveranno al caso di nuove guerre co’ Russi, od altri Europei.
E perché il render rispettabile uno stato almeno presso i vicini suoi dipende dalle saggie cure di chi lo amministra, e subito dopo dai fondi naturali ed estraordinarii del proprio erario, trattenirommi in prima così sull’uno che sull’altro di questi due troppo interessanti e decisivi principi.
Sembrarebbe che in un despotismo tutti dipender dovesse dalla volontà del monarca, quando ne avesse una. Senza far distinzione sul particolar genere del despotismo ottomano, sol dirò che il vivente despota dalla bontà in fuori, ch’è tutta sua, non ha altre virtù politiche né altri vizi che quelle e quelli de suoi ministri e favoriti.
Fra questi or regna l’uno, or l’altro, sicché nessuno principio fisso potrebbesi stabilire. Alcuni di questi talvolta anno finezza d’ingegno, maturità di discernimento ed esperienza ancora, ma per lo più rinchiusi per trenta o quarant’anni nel Serraglio sono generalmente forniti di crassissima ignoranza.
Sicuro di non poter esporre il dragomanno della Porta, or principe di Vallacchia rifferirò il comun ed ordinario carattere de’ principali ministri, dietro a quanto con vero zelo palesommi nell’occasione che seco mi trovai per lo spinoso affar di Butrintò.
Non conosco, confidentemente mi disse, alcun di questi ministri che abbia in cuore la gloria del suo benefattore, del suo sovrano, e che operi per onor proprio, procurando il ben dello Stato, o suggerendo a tempo ciò che far si dovrebbe per sostenerlo, od animando chi meglio degl’altri confluisse in qualunque modo a sì necessario oggetto. La sola legge che regola tutti è l’interesse proprio, per il quale ad altro non si pensa che a conservarsi nel carico, od a procurarsene un migliore. Si vuol vivere bene sinché si vive, né altro si conosce che il denaro, ed è una sorte di gloria per chi muore l’aver durato qualche tempo di più ne’ grand’impieghi.
Per conservarsi nel carico, continuò egli, è necessario piacere ad alcuno, e non dispiacere agli altri. Il primo cui piacer si voglia è il popolo, per la qual cosa si vedono i gran viziri a correre per le strade a pesar il pane e far altre simili cose, che per tutto altrove si fanno da semplici magistrati e mai da primi ministri. Intenderete perciò frequenti castighi per lievi colpe, onde il popolo creda continue le avvertenze sopra la buona amministrazione, che pur troppo dopo il primo tempo si trova pessima, negoziando i capi d’arte vittuarie co’ loro giudici per poter vendere a prezzi esorbitanti, e che si emanano spesso dei severi ordini per l’economia delle famiglie, che si convertono a benefizio di chi li fa pubblicare.
Il secondo a cui mirano di piacere è il sovrano, che si coltiva con ogni genere di bassa e vile adulazione, onde ottener da lui più facili i favori, o la distruzione de’ temuti nemici, non mai per poterlo più facilmente indurre ad accoglier consigli sani e robusti per il vantaggio dell’Impero.
Molto imponendo i ministri della religione che appressano i capi loro, cioè il muftì e li due cadileschieri, e che sono per natura invidi nel vedere fuor che tre, ed alcune altre pocche di parochie ricche, tutte le cariche più lucrative ed onorevoli in altri sono un perpetuo fermento, per spirito di partito e per portare innanzi le proprie creature, che in tali casi sanno riconoscerli; onde avviene che per conservarsi nel posto ottenuto nessuna cosa di nuovo, per quanto util fosse, convien intrapprendere, perché soggetto alle loro dettrazioni ed avanie, ed allorché pur convenga o sia necessario di rissolverne si deve mostrar di opporsi con molte difficoltà, onde per tal via potersi giustificare contro sì inquieti e per ordinario costanti nemici.
Troppo lungo sarei se volessi aggiungere il di più, che sì svegliato suddito della Porta mi disse poi sull’ignoranza e sull’inerzia dell’ottomano governo. Io posso solo attestare che dal tempo in cui ho l’onore di servire, trovai sincerissimo il di lui sfogo, per pratica osservazione. Il solo Abduresak avrebbe voluto tentare (e n’era capace se non fosse stato subito disgraziato) di por rimedio ai disordini che generalmente, quando mi trovai solo con esso ed il Ralli in un suo kiosco, dopo la seconda conferenza ch’ebbi seco, m’indicò di ben conoscere, compiacendosi che lo distinguessi dagl’altri turchi, che forse un poco troppo imprudentemente ardiva di sprezzare.
Proverà quanto rifferii finora il rifflesso che non essendo ignote alla Porta le cose che fecero i Russi dopo la convenzione del 1779, alcuno de’ ministri non pensò mai a modi di mettersi al coperto dei sommi pericoli che sovrastano chiaramente, così in via politica che in via militare, ognuno restando in una perfetta innazione. Provato un simil letargo in chi dovrebbe o condur bene il monarca, o sotto il di lui nome commandare, passerò a dire dello stato economico, il quale, quando non sia posto sopra un buon piede, non è possibile di fare i grandi e necessarii apparecchi di guerra, non che sosterne alcuna per qualche tempo, avvertendo che non miro a nuova guerra che qua intrapprender si potesse contro i Russi, dopo ciò ch’esposi nel riverente mio primo numero, quando non s’intraprendesse assai presto, il che poi probabilmente non dovrebbe succeder.
Allorché dunque dovesse la Porta sostenerne una, o attaccata, o provocante altri principi europei, renderò conto de’ mezzi che avrebbe in un ristretto spazio di tempo dopo i passati infortuni.
Due sono i tesori, o casse, nelle quali entra il danaro che in qualunque modo si trae da sudditi. L’uno si chiama il Mirì, ed è il tesoro dello stato, col quale a tutte le spese pubbliche si dovrebbe supplire. Il suo direttore, o cassiere, si nomina tefterdar, ed è uno de più sublimi uffizi, entrando chi lo cuopre in tutti i collegi che ordinari et estraordinari si fanno per consigliare il Gran Signore a meglio determinarsi sulle cose, che non saprebbero rissolversi dal gran visir per salvare sé stesso senza il di lui assenso. Questo ministro, che tra subordinati, assistenti e servi, dee mantenere e lasciar anche arricchire sotto di sé sei in settecento persone, non ha che assai poco di fisso. Vostre eccellenze giudichino da questo solo come una tal cassa sia fedelmente diretta.
L’altra cassa è la privata del Gran Signore, che chiamasi Hasnè, o Casnà, nella quale oltre il millione quindici milla seicento piastre assegnatogli per il mantenimento del proprio Serraglio, ed oltre i doni che alcune provincie gli fanno annualmente in prodotti, come legna, carbone, vittuarie di vari generi, ed animali, confluiscono l’eredità di tutti quelli che, deposti o non deposti, anno avuta carica nel Mirì, cioè che per qualche modo abbiano amministrato denaro di pubblica ragione, e che perciò si chiamano mirivelli. La direzione d’una tal cassa dipende da un eunuco nero, detto casnadar, che spesso n’è l’assoluto depositario. Gli assegnamenti delle sultane, del capitan passà, delle moschee, degl’imani, di qualche mollah, de’ maestri, degli ospitali alle stesse mosche congiunti, de’ serventi di questi, sono separate dalle due casse imperiali.
Dappertutto le rendite pubbliche derivano da sudditi che formano la nazione, o come possidenti o come negozianti ed industriosi, o come lavoratori o consumatori.
Trecento provincie nella massima parte ubertose e non boschive, come quelle d’altri grandi imperi, senza comprendervi l’Egitto, che paga per suo tributo seicento milla piastre che sono comprese nell’indicato millione o poco più assegnato al Gran Signore e che qualche volta sono anche incerte, tramandano tal quantità di preziosi prodotti negl’esteri che dietro i calcoli di tutti i negozianti, entra nell’Impero più denaro di quel che ne uscirebbe per tante manifatture che vi sono importate, senza di che non vi sarebbero quelle ricchezze che in tanti particolari turchi e sudditi della Porta, armeni, greci ed ebrei vi sono o nascosti od oziosi, e maggior sconcerto vi sarebbe ancora nell’economia generale.
Pure l’inerzia de’ turchi poveri, l’avarizia de’ ricchi, la viltà de’ Greci non irragionevole, le perpetue insidie degl’Ebrei sul popolo, i raggiri degl’Armeni sono principii contrari alla felicità della nazione a segno che i più accurati viaggiatori ne’ stati ottomani prettendono ch’essa non tragga la quinta parte di ciò che da somiglianti terreni rittrarebbe un’altra nazione coltivatrice, e chi fu in Costantinopoli vedendo all’intorno così dalla parte dell’Europa che in Asia ogni terren abbandonato, potrebbe ancor credere che non ricavassero gl’Ottomani se non l’un per cento.
Le tasse sopra i beni rendono dunque molto meno di quel che potrebbero, e le stesse rendite di carazi, cioè testatrici sopra i sudditi non turchi, d’anno in anno minorano, o per le facili migrazioni tra Greci, o per le pestilenze, o per mancanza di sostentamento, la qual rende più difficili i matrimoni tra loro.
mmensi sono i beni assegnati alle moschee et agli ecclesiastici, che non pagano gravezze, e chi vuol salvare i beni a figli, li vende con un contratto, che si chiama wacuff, ad esse in tal modo che deffraudano sempre più l’erario.
Non posso estendermi sulle cose che accenno, come questa, perché sarebbe più insopportabile la lettura di questo dispaccio; ma lo sbilancio del Mirì deriva ancor più che dalla pianta della pubblica economia, dalla stessa costituzione politica.
Sono obbligati tutti i passà, sangiacchi ed altri governatori di provincie colle respettive rendite di esse sostenere tutti i pesi, rimettendo il restante a capigi bassì, o ricevitori generali, che lo portando al tefterderato. Quelli che governano le più grandi o più lontane provincie, appena ne’ primi anni mandano qualche cosa; in progresso è certo che tutto ritengono per sé stessi, o come divenuti ribelli, o come coloro che per ordine della Porta altri ribelli combattono, assorbendosi colla scusa della guerra ciò che dovrebbe sopravanzare per il Mirì.
Altri inferiori, anche non lontani dalla capitale, come nella Natolia, sonosi messi in possesso d’intiere provincie, e ben diffesi da propri armati, e più dai doni che sanno fare a proposito o al tefterdar medesimo, o ad altri ministri, favoriti o favorite, e se qualche parte trasmettono è la rendita delle dogane, risserbando per loro stessi il di più.
Quel che dona maggiormente, esclusi i lontani e grandi passà, cioè i ribelli, è certo per quanto defraudi d’essere riconfermato alla fine dell’anno, mentre come le maggiori rendite di quelli che anno parte alla destinazione de carichi, derivano da tali favori, non si guarda mai né alla distributiva giustizia né all’interesse del sovrano, o dello Stato, nel conceder i carichi stessi.
Rade volte cambiar si possono i passà divenuti piccioli despoti, perché niun ardisce di offrire per simili posti, sicuro che sarebbe troppo bene incontarto nell’andar a prendere il possesso del nuovo passalaggio, o sangiaccato. La maggior parte degli altri devono vivere con qualche lusso, poi trar profitti per risarcirsi delle spese fatte e da farsi, in vantaggio di chi li fa confermare o trasportare in più lucrativi governi, sicché vostre eccellenze possono immaginarsi se ciò ch’entra nel pubblico erario sia in proporzione di quel che vi dovrebb’entrare per la natural ricchezza dello stato.
Non basta: i capi d’ogni dipartimento, come sarebbero il capitan passà, l’agà de giannizzari, lo spailar agassì general della cavalleria, il topzì bassì dell’artiglieria, il zabezì bassì delle munizioni da guerra ed altri sono abbligati a mantenere ed a provveder tutto ciò che abbisogna ai rispettivi diporti.
Scarsissimi sono i naturali emolumenti di questi, e d’altri, perciò conviene per sostenersi che oltre il vendere tutti li posti de’ subordinati a chi dà più, siano esorbitanti i fabbisogni che presentano al tefterderato, e che il tefterdar, che ciò consoce, rade volte giunga a conceder la metà di tali perizie, restando però sempre in quei capi l’obbligo di supplire al tutto, senza di che la lor testa sarebbe in pericolo, e convien che si contentino in conseguenza che il proprio nome resti creditore nei pubblici libri. Ne aviene perciò che non v’è genere di ribalderia che non si eseguisca in ogni spesa che si fa per conto della pubblica cassa. Per esempio nel far le polveri, che qui, come in Damasco ed in altri luoghi, per venderle a particolari si saprebbero ottimamente compor e manipolarsi, si adopera carbone in luogo di nitro. Dal capitan passà e dagli altri uffiziali generali si mettono come vivi tutti i morti fra l’anno. Dal terzanà eminì si fa usar nella costruzione delle navi zappino albeo in luogo di rovere, e così il resto.
In questi ultimi quindici anni, due grandi perdite si fecero dal Mirì. Non si rittrae più una piastra dalle ricche miniere d’oro nel Diarbekir, o dalla Mesopotamia, da quelle di argento presso Erzerum, né da quelle di rame, che si coltivavano venti anni fa in varie parti dello Stato. I governatori di quelle provincie sono i primi nemici di tali rendite, sicuri d’incontrare pericolosissime avanie, come ancora li distrittuali, perché tropo pesa il dover lavorare in esse con poco frutto e con molto rischio; ma la più intima ragione deriva dal non aversi voluto, quando minorò il valor intrinseco della piastra, equiparare con una maggior summa la perdita che facevano gl’impressari.
Per la stessa causa perdette la zecca le paste d’argento di Spagna, mentre non volle accordar mai a negozianti, che la facevano venire, la differenza del discapito, e se dopo qualche tempo che dagli antecessori si lasciò di rimediarvi, vi fosse un ministro che volesse ai danni porger rimedi, senza dubbio da vecchi, che trovano sempre qualche ragione, sebben oscura, nelle passate deliberazioni, o inazioni, sarebbe accusato, come un amatore di quelle novità, che tanti altri tutto ben conoscendo lasciarono di fare, e perciò ognuno per non esser esposto a perder per lo meno il carico, si fa una gloria di non pensarci.
Io ritrassi queste ultime cose dallo stesso capitan passà, che quasi piangeva per non poter mai riuscire ne’ suoi proggetti, un poco però troppo estraordinarii e grandi. Sminuitesi sempre più le rendite dell’erario, e diminuendosi in ciaschedun anno per le tre cause indicate di passaggio, cioè di beni stabili che si vendono alle moschee, della decadenza de matrimonii e di emigrazione de’ sudditi, non è possibile che il Mirì possa più supplire alle ordinarie non che all’estraordinarie spese dello stato.
In un’altra costituzione si potrebbero aprire dei pubblici depositi; in questa non è possibile per la troppo conosciuta mala fede de ministri e breve durata loro ne’ carichi. Ognuno ch’essendo creditore tentasse di farsi pagare, sarebbe sicuro di perdere in qualche modo la vita.
Dacché qui mi trovo, ho osservato che in ogn’anno mancò il denaro per l’ordinarie spese con tutte le prestanze, che il Gran Signore fece al Mirì, né prestarsi altro rimedio che con l’uso di scrocchi, o stocchi, vendono, come si direbbe a Venezia, in erba le migliori rendite dello Stato per cinque o per dieci anni ancora antecipati, come si verificò poco fa sopra gli appalti del tabacco e sopra alcune dogane, dacché dee nascere che mancando in progresso i migliori fonti sempre più lo sbilancio abbia a rendersi riflessibile.
Il solo espediente in caso di guerra è il raddoppiar le tasse ed i carazi; ma in simili tempi tal’è la rivoluzione di tutto l’Impero che resta libero, cioè di quelle parti nella quali può il Gran Signore esser ubbidito, che non si trova chi soddisfaccia alla calcolata summa, perché quelli che devono, come i feudatari, detti zaimi, o timariotti, raccoglier truppe, non si trovano in stato di somministrar nemmeno le tasse ordinarie. Chi va alla guerra più non si trova: chi fugge di qua, chi fugge di là, per non esser obbligato né a prender l’armi né a pagar la doppia tangente, e chi dalle truppe raccoltesi è rovinato, mentre per tutto il corso del cammino sogliono rubbare per avere con che sostenersi; ed a sì poca cosa si riduce un tal aumento, che nel terzo anno al più tardi dalli stessi tefterdari si lascia d’imporre, conoscendo l’impossibilità di riscuoterlo.
Resta la prestanza, che col mezzo del suo Casnà fa il sultano al Mirì, così in tempo di pace che in quello di guerra, cedendogli qualche volta ancora la rendita del Cairo che, come dissi, quando sia pagata non trascorre mai la summa delle 600 milla piastre, sulla quale a un 18 o 20 per cento, benché assicurato il capitale dai cambisti, che qui devono riscuoterlo, sol si ritrae qualche picciola summa, onde supplire alle paghe de giannizzari, il che ad evidenza fa conoscere quanto difficile sia che l’erario pubblico trovi danaro ad interesse.
Or per conoscere il vero o il più probabile stato degli ultimi tempi dopo la guerra e l’attuale della pubblica economia, se il Mirì, come s’è detto, non basta, convien internarsi nello stato di quella cassa che vi supplisce, cioè del Casnà. Sembrarebbe questa una difficilissima perquisizione, ma pur mi lusingo che vostre eccellenze rileveranno quanto basta, che il presente monarca non potrebbe sostenere una guerra sì lunga quanto quella che dovè continuare il di lui fratello.
Allorché nel 1757 il passato sultano ascese al trono, trovò nell’eredità degli antecessori Murad ed Osmano un’immensa quantità di denaro contante. Regnò per più di 16 anni sempre avaro, e sempre in conseguenza inclinato a sparger il sangue de’ ricchi. Con tutto ciò scorsi cinque soli anni di guerra a tal estremità giunse il suo tesoro, che dopo essersi vendute molte di quelle gioie, che si chiamerebbero altrove della corona, e messene ne’ propri ornamenti delle false in luogo di quelle, come ad ognuno è noto, e come fu ancor scritto a vostre eccellenze, si ridusse a vendere li stessi regali de’ principi amici, e persino alcune delle sue pelliccie.
Convien però credere che per quanto si considerasse avaro dopo i sacrifizi che dovè fare, siasi quell’incalcolabile Casnà vuotato, tanto più che so a non dubitare che appena conclusasi la pace, e dopo raccolte varie summe non spregevoli dalle fattesi eredità, e tra l’altre dello stesso gran vizir Mussulugu, si consigliò con un estero rispettabile ministro sul modo d’impegnare le gioie e l’oro lavorato, che restava in potestà del nuovo Gran Signore, agli Olandesi, ai Veneziani, ai Genovesi, ma con le due condizioni: l’una che non avesse alcuno fra tanti a palesare il secreto; l’altra, se possibile, ancor più difficile ad ammettersi, cioè che il Gran Signore stesso esser dovesse il depositario degl’esteri.
Vostre eccellenze possono riconoscere da tali modi di pensare dettati dall’estremo bisogno, che il presente sovrano cominciò a regnare senza ritrovar nel proprio Casnà rilevanti summe.
Umano poi com’è egli, non men che generoso, poche feste fece fare in confronto dell’antecessore; molto assegnò ai figli superstiti, ed agli haaremi de morti e deposti mirivelli; assai dispendiò nelle donne e favoriti nel riffar fabbriche reali, e nell’erigerne di nuove, e spezialmente quella del suo grandioso monumento, a cui aggiunse un collegio ed un ospitale con fondi proprii per sostenere le non indifferenti spese annuali in perpetuo.
Ma questi dispendi sono lievi se consideransi alle grandi prestanze che dovè fare al Mirì, e tra le quali quelle di sei millioni che si esborsarono a’ Russi dopo l’ultima convenzione, dei sette e mezzo che loro si dovevano, oltre li più grandi pur fatti per i nuovi preparativi di guerra nel Mar Nero, e quelli susseguenti alla pace, che pochi non furono per li regali alla corte di Russia, e per le due ambasciate missiva e ricevuta.
A tali cose rifflettendo commun’è l’opinione che Abdulhamid non potrebbe sostenere per lungo tempo una guerra. È ben vero che al caso che si dovesse per qualche ragion incontrarla, molte teste cader potrebbero, fra le quali quelle appunto de ministri, che per aver esercitate le maggiori cariche sarebbero i più opportuni o nel commando dell’armi o ne’ politici consigli; ma eglino, dall’altro canto, sempre incerti del favor del padrone, dovendo temer troppo ogn’un per sé, sacrificherebbero mille volte l’onor dell’Impero piuttosto che secondare il pensier d’una guerra pericolosa nelle combinazioni che ho descritte e che ho da descrivere, mentre senza speranza di guadagnar grandi emolumenti, o gran riputazione, molti cercano di esimersi, come osservossi nell’ultima occasione dall’assumere il commando degli eserciti.
Potrebbe ancora il sultano, imitando l’esempio d’alcuno de’ maggiori suoi, obbligar il kislar agà, cassiere delle ricchissime moschee di Medina, della Mecca, di Santa Soffia e d’altre a passargli le molte rimanenze di quelle, e potrebbero ancora i ministri inventare altri modi; ma se tutti insieme formar potessero delle rissorse anche non spregevoli per l’aumento d’un fondo grande, che già esistesse, non sarebbe di gran rimarco allorché costituir dovessero quasi per intiero il fondo stesso.
Or dirò al fine dello stato militare, così terrestre che marittimo. Chi rifflettendo che le proprie disavventure sono qualche volta cagion d’ordine, e giudicasse che dopo le passate deiezioni avessero dovuto i Turchi conoscere la necessità d’instruirsi ne’ nuovi metodi di guerreggiare, caderebbe in grand’errore.
Orgogliosi per l’antica potenza, per la costante ignoranza e per l’educazione tali sono quali furono, cioè intrepidi, anzi feroci, se si prendono a parte a parte deboli, vili in faccia al nemico che temino; impetuosi se assalgono, e spezialmente in situazioni ove possa giuocare la cavalleria, sempre maggiore dell’infanteria, pronti a confondersi se sono attaccati con qualche principio di svantaggio, a segno che duecento fra essi che rinculino bastano a sconvolgere un esercito intiero. Resistenti in una piazza anche mal fortificata sino all’ultima miseria, atteso il grandioso numero di truppe che vi mettono dentro; come prontissimi ad abbandonarla quando comincii a mancar la sussistenza.
Inutili furono tutti i sforzi del baron de Tott e degl’altri francesi per far apprendere a Turchi, dietro gli ordini dello stesso Gran Signore, un qualche esercizio, e spezialmente quello del maneggio del cannone. Appena terminata la guerra que’ francesi partirono subito assai volentieri, così per non esser premiati che per non poter riuscire nell’impegno. Non v’è un sol turco che si degni d’aver imparato da quelli, o creda utile l’instruirsi.
Non descriverò certamente in un dispaccio tutto il sistema di questo corpo militare, né come si formi, come si paghi, come se ne chiamino le differenti parti che lo compongono, e tanto meno come vada alla guerra e come si accampi. Tutte queste cose si sanno, e si saprebbero più utilmente se fosse tra mani il predetto libro attribuito al felt-maresciallo Lasci. Solo osserverò i sommi disavvantaggi degli Ottomani se avessero a combattere contro ad eserciti guidati da esperti generali.
La guerra è una cosa nuova per la maggior parte de Turchi. Non c’è più memoria di quegli Ottomani che commandarono in qualunque grado nella recentissima; tutti son morti in essa, o decapitati dopo, né v’è che selictar Meemet agà, che fu per fortuna sua relegato per aver mal servito, qual Suleimano che or è a Delvino, il quale però trovandosi governatore di Cotzino, fuggì all’improvviso con tutti gl’altri, un certo Abdi, or passà di Urfa e qualch’altro di minor credito ancora.
Si prettende che se si dovessero ammassar di nuovo truppe, non si trovarebbero più di 10 mila huomini di quell’immensi stuoli che si mandarono al sacrifizio de’ Russi.
Non posso dar un’idea esatta della disciplina militar de’ Turchi, né provar in poche parole come ogn’uno tradisca notoriamente il proprio sovrano per pochissimo danaro. Essenti i giannizzari da certi pesi, e rispettati pel turbante e per l’unione loro, si paga un collonello per esser arrolato nella di lui rispettiva camera, o reggimento. Continuando poi ogn’uno ad esercitare il proprio mestiere lascia la misera sua porzione, che moltiplicata a commodo del collonello medesimo divien qualche cosa per esso, e qualche cosa per l’erario, che paga sempre molto quando non paghi che nomi.
Venendo l’occasione della guerra si torna dagli arrolati a dar del denaro ai collonelli per averne dispense, ed i pochi che gli van dietro sono i più miseri e laceri, che non anno modo di farsi esentare.
Quel ch’io dico de giannizzari si deve intendere di tutti gl’altri corpi militari che si raccolgono nelle provincie, spezialmente asiatiche, che vanno alla guerra variamente vestite ed armate, sempre gridando in guisa che non possono intendere mai li segni del commando improvviso, se pur fossero atti ad intenderlo nel silenzio, e così vanno al campo dove fumando, bevendo il caffé, dicendo delle brevi orazioni e levandosi stanno attendendo oziosi di muoversi per necessità, se non si prendino nel frattempo di quegli arbitrii, che si punirebbero da per tutto, ma che gli uffiziali turchi non sanno nemmeno che siano arbitri. L’odio però insinuatosi a’ Turchi sin da primi anni contro i da essi creduti infedeli, sveglia in loro un qualche ardire, ed agiscono poi per impeto, se non per virtù.
Alcuni sono forniti di eccellenti armi da taglio, altri sperando subito dopo la morte il Paradiso, se lor riesce di ammazzar Cristiani, corrono intrepidi a sfidar qualunque rischio, e se non vi fossero pronti de piccioli cannoni da campagna porterebbero un qualche disordine.
Convien però che pur troppo renda giustizia agli Arnauti, cioè ai Bossinesi ed Albanesi, a vostre eccellenze confinanti, che servendo separatamente dagli altri Turchi, dove son condotti da lor nazionali sanno far il proprio dovere, benché arrolati sul fatto e senza preventive militari discipline, ed è anche vero che un qualche genio fra un numero grande potrebbe far delle cose maravigliose; ma sembra difficile per l’avvenire il caso, se il gran vizir ed i seraschieri, che conducono gli eserciti, sian per essere della guerra perfettamente inesperti, quanto questo sovrano, se mai fosse costretto ad andarvi per animar le truppe; il che sempre difficile sarà per le ragioni ch’espose quell’illustre cittadino, che si trovò qui negli ultimi anni della guerra.
Passando alle fortificazioni delle piazze, ogn’uno sa in prima che i Turchi non sogliono farne gran caso. Nell’interno dell’Impero ottomano europeo quasi dir si può che non ve ne siano, perché nelle fortificazioni de’ regni di Candia e di Morea, che ancor sussistono, vi sono tuttavia le breccie aperte; quelle di Belgrado dietro all’articolo primo della pace sono già demolite; Bender, Oczacow, Cotzina, Varna e qualche altra piazza, che dovrebbero esser rimesse in istato di buona diffesa per esatte relazioni, che si procurò alcuni di questi ministri, che ha maggior interesse per esserne ben informato, si trovano pure in molto disordine.
Sanno i ministri economici che i passà commandanti grandemente profittano per sé stessi in simili incontri di restauri, perché mostrano in apparenza di fare, e poco fanno, se pur qualche cosa fan in sostanza; e so ancora che avendo quello di Bender fatta conoscere con repplicate relazioni, e con zelanti uffizi l’importanza di rimmetter la gelosa piazza, concedutogli non poco denaro fu poi accusato ultimamente dal principe di Moldavia di non aver fatto quell’uso per cui lo ricercò. Fu da protettori diffeso, e salvossi probabilmente sacrificando parte del rubbato.
Non ostante non può diffendersi il governo di commettere ristauri, e so che furono in quest’anno rilasciati vari ordini, come ancora che si mandarono di qua e di là delle nuove artiglierie. Niente si fa però per bene dello stato, ma per uffizi interessatissimi dei passà e dei topzì, quelli per aver danaro che si attacca alle mani loro, questi perché nel riffonder di nuovo le vecchie già buone artiglierie vi guadagnano nella nuova mistura.
S’è vero che gli uffiziali austriaci sieno molto più de’ russi atti a combattere, e spezialmente negli assedi delle piazze, vostre eccellenze pensino qual ressistenza farebbero da qui innanzi i Turchi contro d’essi, quando dopo gl’esempi passati non riuscisse loro di far tradire l’imperator vivente, come l’avo.
Se l’artiglieria ottomana ha il diffetto nella composizione del metallo, all’incontro con la maggior grossezza, il che pur confluisce all’interesse de topzì, studiasi di risarcirlo.
Molta è quella di bronzo, mentre senza perpetue riffondite non potrebbero sostenersi i generali e gli uffiziali anche rinnegati, così francesi che inglesi da me conosciuti, e che si stimano perché sono appunto rinnegati, ma che poco sano d’un mestiere che non esercitarono prima e che non fu da essi accettato per sostener forse meglio la vita.
Non mancano i Turchi d’artiglieria di ferro, che di quando in quando comprano dagli Svedesi, e non poca n’ebbero in questi ultimi tempi ancora da Francesi, di che resi già conto; ma poi non essendo soliti i Turchi di piantare le grosse artiglierie che alla fronte, se il nemico avveduto sa scansare i colpi coll’attaccarli all’improvviso di fianco perdono la battaglia e tutta l’artiglieria ancora, non potendola facilmente trasportare perché troppo grossa e perché i Turchi non conoscono i modi di far a tempo ed in buon ordine lodevoli ritirate. Non importando parlar d’altri depositi militari, perché vuoti, se si eccettuano quelli de’ padiglioni, chiuderò col descrivere la marina attuale, che mi sembra un punto ancor più interessante per vostre eccellenze.
Stabilirono i Turchi, ma stabilirono in massima, il che è sempre diverso dal fatto quasi dappertutto, d’aver sempre compiute e pronte 40 navi di linea, oltre le galere, i brulotti, i legni da trasporto, i magazzini volanti e l’armata sottile. Ma con tutto l’operativo zelo ed il credito di questo capitan passà, che con sorpresa universale si sostiene nel suo annual posto per sì lungo tempo, le navi, che tutte con complessivo nome si chiamano in ora caravelle (non usandosi più i nomi di navi de’ treponti, né di sultane) non sono tante. Corrispondono esse caravelle alle fregate tra i 60 e i 70 pezzi. Poche, cioè le comandanti arrivano agli 84, sicché in tutte non passano le trentasei, compresevi ancora le fregate di minor forza, ed i vascelli mercantilli comprati e ridotti ad uso di guerra, come averanno vostre eccellenze osservato dalla nota che accompagnò in questi giorni inserta l’eccellentissimo mio successore, all’esattezza della quale io mi riporto.
Avendo osservato che il capitan passà con tutta la buona amicizia che meco dimostrava, non aveva piacere che visitassi in dettaglio l’Arsenale, attesi che fosse nel Mar Bianco, e col mezzo del terzanà emini, che fu il mio introdduttore, qual chiaus bassì presso il sultano, e che pur sempre con piccioli doni conformi al di lui genio coltivai, potei tutto innosservato esaminare.
Non mi trovo però in grado di descrivere in un dispaccio tutti i disordini che viddi in quel recinto. Spero che l’eccellentissimo Senato, fidandosi del mio ingenuo rapporto, si contenterà di saper molto in due parole, cioè che tutto è mal fatto e che quasi tutto manca, perché spezialmente le persone che vi anno ingerenza sono infedeli, o per lo meno ignoranti.
Il capitan passà aiutato da Hassan algerino, che compì tutto il corso delle cariche da mare, che veramente è un huomo instrutto e meritevole d’esser eletto in di lui luogo al caso, fece costruire ultimamente una nave a Scio ed una qui, che non è ancor gettata all’acqua, in più lodevol forma delle passate; ma un cenno però che mi fece nel descrivermele ultimamente nel suo luogo di campagna in faccia lo stesso costruttore, ch’era venuto a ritrovarlo, mi diede ragione di sospettare che nessuno dei tre ottomani fosse fra i più abili professori della costruzion nautica, mentre mi disse che se lo lasciassero fare, dandogli il modo e scegliendo chi più a lui piacesse, vorrebbe che uscissero dai cantieri navi così belle e così buone come sono le veneziane, notando a vostre eccellenze non saper egli che quelle esistenti nel mare furono costruite prima che s’introducessero le norme scientifiche nel veneto arsenale, dietro le quali ultime si fecero e si van facendo.
Or si diede la carica generale, come si fece due anni sono, perché giova sempre di spendere, per la qual cosa nel remo si trovano fuori sempre delle ragioni buone o cattive per indur la Porta a commandarla; ma come poi non uscirono che dodici, in allora, penso, che non usciranno tutte nemmeno nella vicina campagna, benché il desiderio di mostrar l’armata in grado rispettabile ai vicini Russi, così nel Mar Nero che verso il Mediterraneo, e ad altri, a ciò particolarmente muova.
L’acconciarle però è la spesa minore quando si devono allestire, è che si aumenta davvero; allora poi il tefterdar sa trovare dell’altre ragioni atte a provare, che non vi sia estremo bisogno dell’ideato numero.
Se una nave turca fabbricata con cattivo legname con chiodi minori del bisogno, con pessimi cordaggi, gomene, tele e con altri brutti risparmi dura più di cinque anni, è molto. Niente dirò della loro figura, cioè delle curve che la compongono, delle interne parti, della ressistenza e forza tra queste, della distribuzione del peso rapporto al centro, ed al moto del bilanciamento, del governo del timone e della vellatura più o meno vantaggiosa.
Queste sono cose delle quali non saprei parlare con lumi addattati; solo esporrò che alcune da me vedute in luogo d’aver la coperta convessa l’avevano concava in alcune parti, con l’acqua che putrefattasi sopra l’immarciva, diffetto derivante al certo dallo sfiancamento e poca ressistenza delle parti, essendo ancora più larghe delle nostre, il che proddur poi dee che s’è minore la loro levada, v’abbia a derivarne maggior difficoltà nel moto e nella ubbidienza.
Pochissimi ed infermi schiavi viddi nel bagno, forse capace, compresi gli ospitali, di 3 mila persone. Non potrei descrivere un tal luogo senza far orrore per la miseria e succidume in cui sono [39] trattati quegl’infeli che cadono nelle mani de Turchi. La loro maggior disgrazia deriva dalla stima che d’essi si fa. Basta che i turchi rillevino che un fatto, comprato o da Cantoni di Barbaria donato sia un veneziano, un maltese, un corso, tanto lo pregiano per l’opinione che sappia meglio d’essi far il marinaio o l’operaio, che non vi son più ragioni né doni che bastino a trarlo fuori dal servigio, se non quando o per disgrazia o per vecchiezza si conosca reso incapace. Però è molto osservabile che non ostanti gli acquisti di schiavi che questo capitan passà cercò di fare dai Cantoni, il numero loro, per quanto fu assicurato da quattro o cinque veneziani ch’erano colà quando l’armata si trovava fuori, non ecceda i quattrocento.
Altre cose non avendo osservato che meritino alcuna considerazione essenziale, terminarò al fine col dir brevissime parole sopra i commandanti e sull’armo. Tutti, cominciando dallo stesso capitan passà così famoso per altre sue imprese, e spezialmente per colpi di mano, per la sollecitudine con cui sempre eseguì le ricevute commissioni, tutti dico, niuno eccettuato, sono inesperti nel commandare una battaglia sul mare, mentre nelle occasioni che si fece tanto onore lo stesso passà liberando Lemnos, e vincendo pure in Soria il seik d’Acri, non combattè in mare, ma in terra; e per tanto non saprei se dovendo guerreggiar contro d’esperti ammiragli d’Europa fosse per esser sì valente, come un Janum coja, se pur continuasse nel commando, o richiamato non venisse in quel tempo, e quando vivesse ancora, mentre avendo accumulati tanti tesori, che come si prettende basterebbero soli per allestire una flotta, grande pericolo vi sarebbe che con una di quelle scuse, che mai mancano contro a ricchi, si tagliasse la testa al capo per averne senza un qualche corpo.
I Galliongi, gente d’ogni nazione, ed i Lazi asiatici, e per l’ordinario fra loro nemici, sono nel tempo stesso marinari e soldati da sbarco; si arrolano di nuovo ogni anno.
Il capitan passà, che conobbe il disordine di non aver un numero fisso di tal genere di gente, tentò di far un quartiere per 10 mila persone presso dell’Arsenale, perché nel verno non avessero pur necessità da tornarsene alle loro case, ed offrì per togliere l’obbietto forse maggiore di farlo a proprie spese.
Non potè però riuscire pel non irragionevole timore che altre volte eccitò l’union de giannizzari, prima che si stabilisce la massima di tener lontani dalla capitale i più atti a produr disturbi. Se alcuno de Galliongi, o Lazi, ritorni per la nuova campagna volontariamente al servizio della flotta, guardasi qual veterano soldato, e si distingue.
Quelli della Natolia passano per i migliori, né si lasciano indietro nel servigio del mare i giovani giannizzari, quando si possono ingaggiare.
I Dulcignotti e li Affricani dei Cantoni si pregiano di più, barbari però tutti nella massima parte furibondi, spesso ubbriachi, mal sani a causa d’un quartiere di pubbliche meretrici privilegiato per essi presso l’Arsenale, non sogliono corrisponder al bisogno e disgiunti con tutto il timore che dovrebbero avere del loro capo, forse più crudele di tutti gl’altri, commettono le maggiori sceleratezze senza nemmen sapere che sian tali.
Un simile ammasso di genti non potrebbe al certo imprimer soggezione a qualunque principe che fosse nella marina meglio piantato, ed avesse un sufficiente numero di navi, come avrebbero vostre eccellenze quando il volessero.
Tale giudizio però risservar si deve a chi molto meglio conoscendo la marittima professione si stupirebbe di me se intorno a siffatte cose più oltre osassi d’incomodar Vostra Serenità e vostre eccellenze. Grazie. Pera di Costantinopoli, 26 febbraro 1781. Andrea Memmo, bailo alla Porta Ottomana.
AS Venezia, Collegio, Relazioni b.7.
Trascrizione di Maria Pia Pedani, in Relazioni di ambasciatori veneti al Senato, vol. XIV, Relazioni inedite. Costantinopoli (1508-1789), a cura di Maria Pia Pedani, Padova, Ausilio, 1996, ora in https://unive.academia.edu/MariaPiaPedani
Terzo
Serenissimo Principe.
Se non credessi sacro dover di cittadino la preferenza del comun bene al privato comodo, dopo aver esposti i rapporti che possono avere i Russi o gli Austriaci co’ Turchi, molto volentieri mi dispensarei in questa terza parte della mia relazione di sottoporre ai maturi rifflessi dell’eccellentissimo Senato quelli che lo riguardano. Dispiacevoli sempre a descrivere sono i propri disavvantaggi, e chi in certo modo rappresentandoli sembra eccitare a gravi e nuovi pensamenti suol commettere sé stesso, se non lo diffenda almeno in parte l’autorità del proprio nome. Conosco perfettamente quanto nulla sia quella del mio, né in altro potrei affidarmi se non nella virtù di vostre eccellenze, che per bene dello Stato ascoltano con pazienza tutti quelli che mossi soltanto da zelo liberamente i propri sensi spiegano; ond’elleno poi ne facciano l’opportuno giudizio. Rassegnatissimo adunque, quand’abbia soddisfatto a me stesso sopra qualunque successiva deliberazione, darò principio dal supplicar vostre eccellenze a rifflettere che tra i ministri ch’ebbero l’onore di servirle a questa parte, io sono il più vicino alle cose, delle quali rendo conto, e che né fiducia cieca né panici timori han parte nella esposizione della medesima.
Invoco però la testimonianza di que’ probi cittadini che mi precedettero in questi ultimi tempi, onde toglino gl’innocenti miei errori, e confermino quelle cose che fossero stati a portata di osservare, perché di niente meno trattandosi che della difesa della Patria, nessuna delle più lievi potrebb’essere indifferente.
Ponderate le circostanze tutte che riferii nel mio secondo dispaccio rispetto ai scarsi modi che avrebbero gli Ottomani d’intrapprendere e di sostener per qualche tempo una guerra coll’imperatore, or si dee prendere in considerazione se fossero per aver la medesima impotenza ed i medesimi disavvantaggi prorompendo all’improvviso contro l’altro principe che pur li confina, cioè contro la Repubblica di Venezia, coll’espor prima il mio ingenuo sentimento intorno l’improbabilità che dopo tanti anni di pace abbia a succedere contro d’essa la guerra. Dichiaro dunque nel modo più amplo che per me si possa, che non ostanti i particolari discorsi, i quali se accompagnati talvolta da movimenti irregolari potrebbero bastare a sedur il governo ottomano, assai diverso da tutti gl’altri d’Europa, che sino a quando si conservino ne’ principali loro posti Iseet Mehemeed passà primo vizir, Kairì Mustafà reis effendi e Omer effendi kiaya bey, e che il Gran Signore non lasci dominare il di lui spirito da nessun favorito in Serraglio, disposto com’è per l’animo suo amantissimo di pace, e per qualunque mala intelligenza insorgesse, che non si moverà mai guerra alla Repubblica, benché per incuterle qualche maggior soggezione comparisse alcuna dispiacevole apparenza.
E perché vostre eccellenze non pensassero per avventura che sedotto dal desiderio di non metter in qualche inquietudine gli animi loro avessi lasciato di fondamentar quanto è necessario queste lusinghe che reco, renderò le ragioni per le quali così penso, e che non son colligate coll’indole ordinaria dei passaggeri ministri, ma che possono sempre reggere a quasi tutti i cambiamenti.
La comun persuasione de’ principali ottomani, cominciando dallo stesso sovrano, che la Serenissima Repubblica abbia resistito ai fortissimi inviti della Russia nell’ultimo incontro, nel quale se si fossero congiunte le di lei flotte, molto più avrebbono avuto di che temere per li stati di mare, lor fu una evidentissima prova della di lei buona fede e ferma amicizia. Dubitar poi potendosi che in un nuovo somigliante incontro non fosse per mutar, massime sembra ragionevole ch’eglino non fossero per volere nel rivolgersi contro la Repubblica cambiar dal canto loro l’utile e provato amico in un troppo pericoloso e molesto nemico, al caso d’una nuova guerra co’ Russi.
In secondo luogo, conoscendo assai bene i ministri, ch’esigonsi delle grandi summe di danaro, non solo per cominciar la guerra, ma per continuarla, sprovvisto com’è l’erario, a segno d’aver trasportata questa ultima paga a giannizzari, con non poco randore de’ medesimi, in questa mancanza di modi, che sempre più si farà osservabile, sarebbe per chi volesse consigliar ad intrapprender la guerra il più ardito parere che abbracciar si potesse dagl’altri, quando però grandissimi accidenti non vi astringessero la Porta quasi a dir con violenza. In terzo luogo non promettendosi la Porta un risarcimento al tutto insieme di spese e di pericoli nell’acquisto de luoghi lontani dal centro, quando sudditi più vicini, come Albanesi, Mainotti ed altri non sono né ubbidienti né utili allo Stato, non potrebbe né da gloria né da un sostanziale interesse esservi invitata.
Finalmente anno ragione gli Ottomani prudenti di dubitar sempre che allorché si muova guerra con qualche principe cristiano, per quanto sia creduto debole da essi, non accorrino alla di lui difesa altri principi che potrebbero condurre gli eventi della stessa, così rispetto al tempo che relativamente agl’impegni dell’erario e delle forze, fuori del meditato, ed a simili rischi già creduti probabili non sarà facile che in questi tempi la medesima Porta voglia esporsi. Queste considerazioni però vagliono a farmi così fermamente pensare sino che le attuali circostanze mantengonsi le stesse, ma una scelta di ministero stravagante, come dissi in altri devotissimi dispacci, non che cambiamento di sovrano, o popolari favori, potrebbero tutto sconvolgere, mentre non v’è raggiro che basti per resistere al’impeto di un potente interno nemico, ed io non osarei di tacere che, come principe cristiano, la Repubblica ne ha molti tra questi fanatici e fra gl’interessati ed avari mussulmani secretamente animati da un privato loro interesse.
Allorché dunque credessero o di poter acquistar credito o denari nel maneggio, o nel fatto della guerra, giacché la Polonia è difesa da que stessi principi, che ne ritengono in ora una gran parte, ed altri confianti non essendovi da attaccare con minor pericolo, sol verificar si potrebbe.
Per dar un qualche saggio di sì diversi umori, e che il seme della discordia, se non pulluli può sempre esistere in un ministro, mi credo in obbligo di riferire quel che non pressando l’occasione mi parve prudenza di tacere per lo passato.
Nello scorso mese di agosto credendo il deposto Kamid reis effendi che i Veneziani potessero rendersi ragione da sé stessi coll’armi, trattandosi la consegna dell’usurpato terreno nel territorio di Butrintò, per esser pronto a tutto e saper come meglio regolarsi al caso, rilasciò strette commissioni d’informazione perché gli fosse esposto da qual parte si potessero più utilmente attaccare i stati della Repubblica, a qual passà convenisse meglio di commandarlo per far più presto, per quali ragioni abbandonato siasi all’improvviso l’assedio di Corfù, perché neglette l’altre isole, se vi erano fortezze considerabili, quali forze si esigerebbero per mare e per terra, ed altre simili cose. Coltivata da me nel miglior modo che potei la famiglia tutta del fu dragomanno della Porta, che si trovava a Terrapia, e si vedea spesso a Buiukderè, per mia buona sorte non potè egli trattenersi per darmi un non equivoco segno di gratitudine ed amicizia, di far sapere al Ralli che come per accidente passasse a certa ora stabilita per la di lui casa di campagna. Andatovi, e trovatolo sul cortile, familiarmente lo accolse, e trattolo poi con desterità in disparte, previi i maggiori giuramenti ch’io non avrei mai fatta parola alcuna con chi si fosse, e tanto meno scritto a Venezia, gli palesò le date commissioni ordinandogli di dirmi che non entrassi in alcun sospetto, mentre impegava la sua parola a farmi sapere di più se tali curiosità avanzassero.
Conoscendo io quanto quel malvagio ed avarissimo huomo fosse stato mal contento de’ doni che fatto gl’avevo dopo la seconda carta che rilasciommi sull’affar de’ confini, veramente fra molte difficoltà già scritte, da lui ottenuta, mentre si assicurava di maggiori doni, e conoscendo che il di lui torbido genio non sarebbe stato secondato dal placido e prudentissimo Iseet gran vizir, di già suo secreto nemico, altro non credei in allora di fare prima di informar vostre eccellenze, se non di corrispondere con più vivi ringraziamenti il detto dragomanno, e di pregarlo a voler trovare il momento di far rifflettere al supremo che le stesse, benché semplici, commissioni del reis effendi, quando fossero pervenute a mia notizia, potevano indurre a male intelligenze, e forse a disgusti, che un saggio ministro dovea volere che non si promovessero, e sopra tutto allorché il Gran Signore istesso, con suo amplo rescritto, dichiarato avea esser giustissime le rimostranze e le ragioni dell’eccellentissimo Senato rispetto a quell’affare.
Io credo che il dragomanno della Porta, che certamente non amava quel reis effendi, siasi compiacciuto ch’io gl’abbia prestato un motivo di far spiccare la sua maturità ed il suo zelo col vizir, perché coltane l’ora libera, benché a lui stesso non facile, e fattegliene adattate parole, riseppi poi che lo lodò, che meravigliossi molto dell’imprudenza del reis effendi, e poco dopo fui assicurato che non si proseguirebbero tali esami. Allor credei di poter tacere all’eccellentissimo Senato le indicate commissioni senza timor di rimorsi, e sol per tenere sempre più affetto il dragomanno della Porta volli fargli dono d’alcune mobiglie, delle quali, come lasciai in allora, così non oso neppure in adesso chiedere la pubblica approvazione. Un’altra scoperta posso comunicare in oggi all’eccellentissimo Senato, che pur convincerà che non ostante tutte le mie riflessioni indicate per non credere probabile la guerra, v’è fra principali ottomani chi non la suppone tra le cose impossibili.
Pervenuto qui per tentar quelche fortuna un certo don Emanuel d’Arietes, uscito da gesuiti prima della soppressione, spagnolo d’Orano, presso il padre del quale avea ricevuto cortese accoglimento questo capitan passà, allorché qual corsaro algerino temendo a ragione d’esser assassinato da que’ stessi che comandava sotto quella piazza, fuggì ed abbandonossi alla generosità de nemici. Non sapendo, dico, questo comandante dove e come impiegarlo, giacché non volea sottomettersi a divenir mussulmano, gli propose di far un viaggio a Venezia, che molto prima conosceva per esser stato in casa del nunzio Caraffa, onde potergli poi riportare con esattezza lo stato delle fortificazioni dell’isole e dell’armamento di esse, la quantità e qualità delle navi e galere che si tenevano al mare, e sopra tutto se fosse vera quella quantità di preparativi che i Veneziani vantavano d’aver in pronto ad ogni bisogno, sopra i quali avea ragion di dubitare per altre ricevute rifferte, e quali pur fossero e di qual riputazione gli uomini che naturalmente si destinerebbero al comando di una flotta al caso di guerra, se presso i Veneziani vi fosse abbondanza di buoni marinari, ed altre somigliati cose non difficili a sapersi quand’alcuno espressamente costì le rintracci, ma che qui non si sanno, se non alteratissime o per il più o per il meno.
Possedendo in fatto quell’ex gesuita la lingua italiana, molti lumi e non poco talento per rendersi grato, ed introddursi facilmente dappertutto, ne accolse volentieri l’offerta e ricevette buona parte del denaro promesso per intrapprendere il viaggio.
Rivelatesi perciò da me a tempo simili commissioni, credei di adoperar prima che montasse in nave persone bastantemente destre, ed altre alle Smirne, che trovò il bravo console Cortazzi per fargli partir la voglia di simile impresa. Infatti portavasi in quel porto più di questo da veneti Greci frequentato per trovar bastimento che andasse al Zante, ma intesosi poi da lui che scoperte le sue mire si sarebbe senza dubbio esposto al miserabile fine delli spioni forastieri, credè meglio di ritornarsene subito indietro: trattato da vile dal capitan passà, tutto poi perdette e fu costretto a correr in Valacchia per cercarvi fortuna.
Nessun buon effetto avendo prodotto un tal tentativo, non mi avventurarei però di assicurare vostre eccellenze che più non si ricercassero da sì vigile ammiraglio, o da altri simili ministri, li stessi lumi, e tanto meno quali rissoluzioni si potessero prendere da nuovi ministri della Porta al caso d’interne insorgenze che non si potessero impedire, e spezialmente in quella da significatissimo personaggio osservatami in Padova, da dove ne resi conto a vostre eccellenze, cioè che per sviare alcuna volta il popolo da turbamenti interni, si credesse dalla Porta saggio consiglio il promuovere una guerra, e studiando qual de confinanti fosse il men forte, potesse poi cadere il nembo sopra la Repubblica.
Potrebbero ancora i di lei nemici fra ministri ottomani (ed alcuna volta ne basta un solo), considerarla senza legami con gl’altri principi vicini, ricordar la troppo facile riuscita nell’attaccarla all’improvviso, e forse sprovveduta quanto, se non più, che nel passato incontro. Basta che un capriccioso vizir creda utile di rianimar con qualche facile e gloriosa azione contro i Cristiani il popolo divenuto per l’ultime disavventure troppo vile perché temer i possa della guerra.
Per cagioni presso a poco di egual natura dell’indicate vostre eccellenze non riposavano tranquille sopra gl’ingiusti sospetti che l’eccellentissimo signor kavalier Zustiniani lor riferiva nudrirsi dai Turchi nelle insorgenze del Monte Negro, e fu poi gran sorte che le sacre capitolazioni si trovassero lungi dalla Porta, cioè al campo del vizir, e che in conseguenza al caimacam non fosse noto l’articolo XXIII delle medesime, quando i Russi erano al Zante e traevano comoda sussistenza dall’isole venete, e che conciliatosi il trattato di Kainardsik sopravenissero nuovi impegni alla Porta, che occuparono tutta la flotta in Mar Nero, e non ostanti le libertà presesi da sudditi, e il rifugio di molti greci, potesse convincersi poi la Porta stessa della perfetta buona fede dell’eccellentissimo Senato. Le difficoltà che osservai potersi frammetter per muover la guerra all’imperatore, poiché devo essere con vostre eccellenze liberamente sincero, non sarebbero le stesse per non muoverla alli Veneziani. Se non vi fossero danari nel Mirì, o nel Casnà, tre o quattro deposizioni fra i più ricchi Turchi basterebbero a compiere l’allestimento d’una flotta, e sostener le ordinarie truppe dei passalaggi ai confini. Non vi sarebbe bisogno di chiamare li spai, né altre soldatesche dall’Asia, e di più si arrolarebbero delle compagnie di Albanesi e Bosniachi, che sono le migliori, come osservai, né le spese dell’allestimento d’un gran vizir, che pesanti sogliono essere, farebbero obbietto, mentre non v’è più impresa sopra gli stati della Repubblica che possa esser giudicata degna d’un sì alto comandante. Quella di Corfù e sue dipendenze sarebbe confidata a chi fosse capitan passà. Potrebb’essere facile per due ragioni, che devo svelare col zelo mio all’eccellentissimo Senato. La prima perché la nuova opera della falsa braga, che con poco si compirebbe, è lasciata interrotta, e che alcune fortificazioni vecchie, come il bastion Martinengo, sono in pessimo stato; la seconda per la poca forza del presidio, che con gran dolore osservai non corrispondere al bisogno. Se i Turchi, ed altri sudditi della Porta che scorrono già per Corfù, riferissero qual si trovi (scusisi, io supplico, la mia ingenuità) in luogo d’imprimere timore al nemico, sarebbe senza dubbio atto ad inccitarlo. Vostre eccellenze sanno ciò che i tenenti generali Graem e Wirtzbourg scrissero sulla necessità di meglio piantare o disciplinare le loro truppe. Se, dopo ch’io sono partito dalla Dominante, qualche decreto possa per avventura aver supplito ad un tanto bisogno nol saprei, ma senza un nuovo capo militare non so lusingarmi che abbiano potuto corrispondere così presto i buoni effetti al probabile pubblico desiderio.
Supposti anche pronti i rimedii, che sol dalla volontà di vostre eccellenze dipendono, un pericolo (mi duole estremamente d’essere forse il primo a palesarlo) deriva da quelle stesse nuove fortificazioni, che si eressero sull’eminenze di Abramo e di San Salvatore, appunto per meglio diffendere il resto. Potrebbero dietro l’opinione dell’illustre maresciallo, che le preferì al grave dispendio che si avrebbe forse dovuto fare nell’abbassarle, esser utili, ma sia noto all’eccellentissimo Senato che non corrisposero all’oggetto per le pessime calcine, od altro cemento nel quale appena calcina entrovvi, e forse per le pietre non abbastanza cotte che si adoprarono. Abbandonate sempre di conveniente presidio, e forse di guardia, non si potrebbero ora più contare, sebben di recente, data che come mucchi di fabbriche vecchie non atte a resistere al minimo urto, delle quali impadronindosi subito il nemico potrebbe trarne non spregievol commodo; altra cosa essendo il difenderle quali sono, ed altra di servire di maggior riparo alle batterie de’ nemici, i quali in tal caso più sicuramente e comodamente batterebbero la Fortezza Nuova.
Quel che far si potesse per miglior servigio di Vostra Serenità, né lo so né azzardarei di dirlo, quand’anche credessi di saperlo; a me sol basta di avvertire l’eccellentissimo Senato a non ripor troppa fede in quelle fortificazioni se non confronta prima o quanto gli fosse stato detto dagl’ingegneri, che hanno avuto l’onor di servirlo, o gli potessero dire senza viste al particolare interesse, e senza privati riguardi, quelli che lo servono.
Non viddi Cattaro, né altre piazze dell’Albania e della Dalmazia, ma per quanto mi sovviene dall’ultime liberissime scritture delli due inglesi di Dixon e Patisson (che non so bene se tutte siano pervenute a cognizione dell’eccellentissimo Senato), quand’allora se grandi bisogni v’erano, ancor vi saranno.
Di que’ presidi niente dico, benché ne sappia non poco per mio cordoglio; sol riffletto che debbono conoscerne la nessuna forza anche i confinanti.
Non possono uscirmi dalla troppo ripercossa memoria né la squadra ch’era alla difesa della Morea nel 1714, sguarnita di marinari, né le poche truppe, che appena bastarono a mantener in obbedienza i sudditi, né le troppo sollecite capitolazioni di Tine, d’Acro, Corinto, e meno ancora la perdita del Corfù della Morea, cioè di Napoli di Romania, per non essersi compiute a tempo quelle fortificazioni che avevano già assorbiti tesori con tutto quel gran treno di artiglierie, con tutte quelle provviggioni ch’eransi mandate in quella piazza, e nel palamida, e con tante ricchezze de’ sudditi accumulate in quella capitale, né al fine il rapimento improviso del regno intiero nel sol breve corso della prima campagna. Chi tra zelanti cittadino pensando ad esempio sì fatale, particolarmente per la perdita fatta delle venete armi e difensori, e confrontasse dopo aver ritratto le più sincere e precise informazioni in quale stato si trovi quel che resta, e prevedesse il non impossibile momento di un impetuoso e quasi improvviso assalto, impedir non potrebbe a sé stesso di prestare alla Patria i più solidi consigli; ond’ella almeno fosse in un aspetto di difesa alquanto più vantaggioso nell’opinione altrui.
Ma se alcuno l’attendesse mai dall’assistenza troppo misera del pontefice, o dall’incomode navi e galere maltesi, e da quelle ancor più pericolose che tarde di Spagna o di Portogallo, o nelle truppe, quando il tempo bastasse, che si assoldassero nell’Impero, tanto sul mare, e contro de Turchi esperimentate vili pur troppo, avide, infedeli e disubbidienti, temerei che non si rinnovassero i già pesanti dolentissimi casi, e se si volesse trar ragionevole conforto nella sollecita ma futura riordinazione delle piazze frontiere, peso troppo grande e forse incompatibile all’erario ed in un nuovo militar sistema che a passo a passo si deliberasse, confesso dietro il debole parer mio, che non potrebbero cominciare le ragionevoli lusinghe di buona riuscita nemmeno dopo altri sessant’anni di comodo che la fulgida Porta accordasse a quella Repubblica che per non esser di natura sua guerriera, deve per l’istessa sua aristocratica costituzione camminar sempre a lenti passi, e ancor più nelle cose militari. A me però non spetta, e sopra tutto in una semplice relazione, di mettere in vista altri consigli, se non quelli che l’esperienza da me acquistata durante il tempo del mio soggiorno a questa parte chiari si presentano al mio intelletto, qualunque sia, i quali poi credo che per dover di uffizio debba mettere in vista all’eccellentissimo Senato.
Facili sono a dirsi, come a comprendersi, ma forse pregni di gravi conseguenze, e tali ch’esigono tutta la maturità dell’eccellentissimo Senato nel ponderarli.
Qui dunque non temendosi che Austriaci e Russi, crederei che valesse a frenare ogn’impeto, ogni strano capriccio, ogn’interna politica ragione per attaccar la Repubblica, il supporla strettamente d’interessi legata agl’altri due confinanti, assai più che tutti li nuovi ripari che far si potessero; né confondo con il resto, che spetta al militar terrestre la flotta della Repubblica, perché quando l’intangibile deposito fosse tutto veramente in pronto dietro l’intenzione di que’ maggiori, che puotero meglio conoscere la necessità di volerlo, non si dovrebbe aver tanto timore de’ Turchi sul mare, quanto ragionevolmente se ne potrebbe aver rispetto alla terra. So che i principi non sogliono esser mai troppo generosi, e che difficilmente danno quando non siano per ricevere, né potrebbonmi mai esser ignote dopo tanti anni che ho avuto l’onor di trovarmi tra gli eccellentissimi signori savi, o nell’eccellentissimo Senato, le saggie di lui mire di non esporsi a certi impegni che la presente situazione sue renderebbe troppo pesanti, se non pericolosi; ma pur devo credere che in ogni evento ritrovandosi l’intangibile perfetto, ed un proporzionato numero di genti di marina, senza insopportabile aggravio avrebbero vostre eccellenze in pronto tutto ciò che le due Maestà Imperiali potessero esigere dalla Repubblica, cioè la forza sul mare e conveniente numero di truppe da sbarco congiunta.
So pure che il sistema dell’Italia è diverso da quel che fu ne’ passati tempi, che la casa d’Austria v’ha diversi interessi, che l’imperatore per conservare più sicuro l’attivo commercio di Trieste deve ancor avere più a cuore la sicurezza dell’Adriatico, e che se si perdessero l’isole del Levante, e spezialmente Corfù, che si considerò sempre a ragione l’antemurale d’Italia, sarebbe la stessa Italia troppo esposta, il che la casa d’Austria non deve volere, nemmen nella speranza d’una restituzione o d’un ricupero.
Queste rifflessioni non sono mie, benché potessero facilmente essere, ma di questo illuminatissimo signor internunzio cesareo, il quale mi palesò in stretta amicizia ch’egli avea preciso ordine di star sempre attento a tutto ciò che potesse riguardare il minimo moto contro de’ Veneziani, e con li più solleciti corrieri estraordinarii metterne subito a parte la corte.
Dietro a questi lumi che mi sono risservato a comunicare in ora a vostre eccellenze, si potrebbero forse credere che passati dal 1736 i disapori della casa d’Austria, o per essersi resa la pace perpetua senza prima fargliene comunicazione, o per non aver voluto essere a parte della susseguente guerra, che fu per essa anche sfortunata, non fosse la corte di Vienna per difficilmente prestarsi ad intelligenze più precise sopra il comun interesse, togliendo l’equivoche. Considerando poi la Russia staccata dall’imperatore, e fissa già nella massima di voler un giorno tentarla per lei, or pur troppo nota e facile distruzione di questo Impero in Europa, risolveranno vostre eccellenze, se giovar potesse, d’introdurre una ministerial corrispondenza con essa, primieramente per esser a maggior portata di rilevare le di lei disposizioni verso queste provincie dell’antico greco Impero; curiosità ben giusta, e forse necessaria, e che sola bastarebbe per tentar di aprirla, termine del quale oso valermi perché so a non dubitare dietro quanto sfogandosi mi disse un giorno il passato suo ministro, che l’imperatrice, la quale ne’ principi del suo regno era inclinatissima a’ Veneziani, non lo è più, tanto attesa la costanza della Repubblica nel guardar troppo a piccioli oggetti, o di ordine o di merito, forse anche ragionevoli in confronto d’un oggetto maggiore, come quanto dietro ella credea, era quello di coltivarla.
Quando si avesse a verificar una simile corrispondenza, confesso che temerei non poco che fosse per piacere a sì alta e potente sovrana, se non fosse per appagar per intiero la di lei ambizione, e se non le pervenisse in desiderio dell’eccellentissimo Senato per il canale del di lei incaricato in Venezia, senza la di cui framissione m’assicurò in confidenza, come ancor ebbi l’onor di scrivere, che Sua Maestà non tratterebbe mai colla Serenissima Repubblica alcun affare, trattenendolo a Venezia espressamente per questo, e non avendo mai inteso doglianze contro di esso.
Credo ancora che una simile destinazione non portarebbe motivi di disgusto rispetto questi ministri ottomani, i quali nel proposito di quel che uscì con le gazzette di Colonia, ne parlarono al Ralli senza dimostrar sospetti di cambiamento di massima nell’eccellentissimo Senato, come nel dispaccio de n. 7 avranno pur vostre eccellenze rilevato dall’eccellentissimo mio successore.
Se il creder vero e facile a verificarsi quanto espose il foglio de n. 82 di quelle gazzette, apparentemente non mosse questo tranquillissimo reis effendi; io però devo con candor dirlo a vostre eccellenze, che non può essere di facile digestione ad altri ministri ottomani, i quali nel silenzio devono prevedere il gran vantaggio che coglierebbe la Repubblica ne’ tempi di pace, perché poche parole del russo ministro in via d’amichevole consiglio al caso o di movimenti irregolari fra confinanti, o d’ingiuste pretese importarebbero loro assai più che le rappresentazione de’ baili, e si vedrebbero ancora costretti di procedere verso l’eccellentissimo Senato con più scrupolosi riguardi, maggiormente temendo che dopo introdotta una stabile corrispondenza, al caso di nuove guerre non fosse questo greco Impero per essere assalito da ogni parte, invitati più facilmente i Veneziani a cambiar idee così per le disavventure che viddero nella passata guerra colli Russi, che per i nuovi lor legami che s’incontrassero con quella formidabile potenza. Voglio lusingarmi che l’eccellentissimo Senato scuserà il mio patrio zelo se oso, ancor ritrovandomi a Pera, di esaminare un obbietto che far si potrebbe in Venezia intorno ciò che in ora sommessamente indicai.
I prudenti governi (si potrebbe dire) non devono sol pensare a quel che sono le cose nel momento che si deliberano, ma a quel che devenir potrebbero, incamminate che fossero, mentre più volte suol sopraggiungere ne’ politici affari che dopo il principio sia facile l’invogliersi in conseguenza pesanti, e che sarebbe perciò da aversi in considerazione che trovandosi alla corte un veneto ministro, potrebbe forse condur la Repubblica ad un’alleanza contro questo Impero.
Rispondendo, osservarò prima che se ella resistette a quel medesimo Carlo VI, a cui tanto devono i Veneziani per la sua buona fede bell’averli voluti compresi nel trattato di Passarovitz, ed alle vittoriose armi del quale forse dobbiamo quanto ancor si possiede, così per aver quelle rianimato i sudditi già oppressi, che per le utili distruzioni delle forze ottomane, nonostante la ministeriale stabile corrispondenza di ambasciatori riputatissimi, resister ancor potrebbe agli inviti della Russia al caso che non credesse di doverli secondare. Ma quand’anche un’alleanza si concludesse, umilmente imploro che si riffletta se fosse per esser difensiva semplicemente, od ofensiva. Nel primo caso la Repubblica non potrebbe che guadagnar ciò che per lei decide di troppo, e senza porsi ad alcun rischio poiché quando fosse alla Porta comunicata, mai più intrappenderebbe di attaccarla, quasi sicuro dall’altro canto che questo ministero, quando resti libero da interne fluttuazioni, non promoverà più la guerra a’ Russi, e quando ciò arrivasse mai che andrebbe senza dubbio incontro alla rovina propria, come si potè vedere nell’ultima guerra, e prima che quella corte avesse levati i Tartari a’ Turchi ed aver potesse formidabili forze terrestri e marittime in pronto ai confini del Mar Nero.
Se offensiva poi esser potesse la lega, considerando le viste de’ Moscoviti vostre eccellenze metterebbero per i tempi futuri non solo più in sicuro da nuovi e più pericolosi confinanti i loro stati da mare, altre volte compresi nel greco Impero, e ne’ quali molti coperti valsamacchi si trovano; circostanze che non si possono supporre ignote ad una conquistatrice non molto soddisfatta de’ Veneziani, come il lungo silenzio sull’ideato trattato di commercio pur lo indica. Ma potrebbonsi ancor muover le mire a degli acquisti sull’Adriatico medesimo, e nelle provincie che lo avvicinano, cioè nella Dalmazia, nell’alta e bassa Albania, nell’Epiro, nell’Erzegovina, troppo vicine ai veneti confini, e dove vi sono vari luoghi di somma considerazione, così per il commercio e per la situazione di quelli ch’or di quando in quando ci arrecano somme molestie.
Questa poi non potrebb’esser più quella combinazione che non scappò a tutto il grado senatorio nel momento di accedere alla quadruplice alleanza, cioè che se felice fosse stata per essere la guerra che allora si pensava di muovere, potentissimo restando il Gran Signore avrebbe potuto, con maggior rovina della Repubblica che non fosse per esser l’utile, vendicarsene, mentre nell’avvenire non solo si tratterebbe de’ luoghi congiunti all’un l’altro vicini, ma distaccati che fossero una volta dall’Europa, i Mussulmani perdute le ricchezze e perduto il valore avrebbero troppo a pensare a sé stessi sol per sussistere.
E quando mai, il che mi pesa pur dire, le due corti si unissero per opprimere questo Imperio, non saprei prevvedere quale dei due partiti ch’elleno prendessero fosse per essere meno dispiacevole e pericoloso, allorché credesse la Repubblica di restarsene tranquilla per sé stessa e continuasse a voler essere della Porta costante amica, o il non essere chiamata all’unione o l’esservi dalla potentissima casa d’Austria quasi stretta: biasimevole costume, ma pur usato da gran re anche in questi ultimi tempi verso l’alta e potente Repubblica di Olanda, considerabile per i suoi stati, per li suoi stabilimenti e pel suo commercio, non men che da rispettarsi molto per i pronti modi suoi, e per le forze marittime e terrestri.
Attesa la già dimostrata misera condizione de’ Turchi, non sarebbe più probabile quel che avrebbe potuto esserlo prima dell’ultima guerra, cioè che l’eccellentissimo Senato si unisse ad essi, il che non si volle da maggiori nemmeno quando si trattò di salvar contro tanti principi collegati in Cambrai li stati italiani, ed in altri pressanti posteriori incontri, non potendo sostener l’idea di congiungersi in alleanza col nimico del nome cristiano. Questo spogliò la Repubblica di tutti quei regni e di tutti que’ floridi stati, che tanti tesori, tanti pericoli, tanto illustre sangue costarono con immortalità di fama a maggiori; ed è pur quello che superato già lo Scarpone senza uno Scholembourg avrebbe preso Corfù, e poscia se la Repubblica continuava a restar sola nel grand’impegno, sarebbe giunto nelle più interne viscere dell’Adriatico.
Intenti solo i padri di vostre eccellenze a non espor sé stessi né i sudditi a nuovi pericoli ed aggravii, e ad economizzare più che possibil fosse la pubblica cassa, ebbero a provar un effetto ben contrario agli oggetti di quella prudenza, colla quale fatalmente si governarono sino a voler credere che cercando preventivamente appoggi, come avea con propria gloria combinato verso la fine del passato secolo, si potesse da altri suppor poca moderazione in loro, obbietto che dopo tante prove che si diedero in progresso della stessa moderazione, non potrebbe di nuovo uscire in campo; errori involontari, ma che non potè perdonar loro nemmeno il risservatissimo, maturo e prestante senator Iacopo Diedo nell’Istoria pubblicata che scrisse, onde potessero i figli negli esempi prosperi ed avversi più sicuramente rendersi alla Patria utili. A quali condizioni oltre le perdite fatte non dovettero poi, perché troppo tardi, sottoporsi verso la casa d’Austria, onde accedesse al trattato, e di quanto non decise quel non esservi data a chi portava il mio nome l’intiera fede che meritano i solleciti e sinceri suoi avvisi da qui mandati. Se io proverò la stessa sorte, cioè che non si dia tutto quel peso che sembrami meritare le cose esposte con vero zelo e candore, non potrei però diffidarmi di quel clemente perdono, che col più ossequio e col maggior fervore imploro. Grazie.
Pera di Costantinopoli, 26 febbraro 1781.
Andrea Memmo, bailo alla Porta Ottomana.
AS Venezia, Collegio, Relazioni b.7.
Trascrizione di Maria Pia Pedani, in Relazioni di ambasciatori veneti al Senato, vol. XIV, Relazioni inedite. Costantinopoli (1508-1789), a cura di Maria Pia Pedani, Padova, Ausilio, 1996, ora in https://unive.academia.edu/MariaPiaPedani