1 aprile| 1616 Filippo Paruta
Dispaccio del 29 dicembre| 1616|
N. (senza numero)
Serenissimo Principe,
sa la Serenità Vostra che qui si trovano dui monti così l’uno all’altro vicino, che formano una strictissima valicella, la qual separa il confin di Vostra Serenità da quello del Signor Turco. Onde dal tempo che fu fatto la pace con esso in qua, tre over quatro de quelli della villa di Maini sono passati di qua, et sotto specie di amicitia s’hanno servito per pascollo di un pezzo di riva; et così, a poco a poco, hanno coltivato da quatro over cinque campi in circa, et godutilli; di che havedutisi questi della città, già cinque anni passati si sono posti in contesa, et ogni anno tagliatolli le biave in herba, per il che atacati insieme se ne amazarono alcuni di quelli, et tre di questi le mogli vedove, et i parenti de quelli han fatto continuare la questione in comune; così che molti delli Maini secondo che venivano a lavorare le loro terre, venivano amazati de archibugiate senza havedersene da chi, onde ad una parte et ad altra è levato il comercio; il comun di detta villa, non volendo per i pochi particolari che hanno fatto l’usurpatione star in continua disenssione et essere amazatti senza colpa, et restare come assediati, hanno più volte con il mezo delli miei precessori, et con li Rettori di Cattaro, procurato di pacifficarsi con questi, né per fatica che sia stata fatta, mai hanno potuto acquetare le donne vedove et i fratelli delli morti. Finalmente, essendo passato voce alli detti Maini che io m’habbia aquistato la benivolenza di questa città, m’hanno scritto et fatto pregare dalli apportatori delle lettere che se ben sono sudditi del Signor Turco con le persone, sono però con gli animi devotissimi servitori della Serenità Vostra, et che però io volesse metter pace non permettendo che si spargesse pù del loro sangue. Mi son aboccato a raggionamento con loro più volte, a’ quali io dissi che per causa del confin erra successa la questione, et che non si puoteva fare la pace se prima non veniva rilasciato il confin usurpato; mi risposero che loro per niun modo non volevano tener tutta la villa in questione per causa di quei pochi che volevano goder quel terreno, ma che essendo la cosa invechiada, non potevano far altro che far elletione de nuove delle sudditi di Vostra Serenità da Patrovichio, et di tre di questi della città, i quali come vicini possono meglio che altri sapere se’l luogo contentioso è di Vostra Serenità o del Signor Turco, et che questi giurando lo farano rilasciare, dicendo così osservarsi sì che ciò sarà fermo et valido. Ho adonque con molta difficoltà fatto acquetare le donne, et fatomi dar parola agli interessati che accomodato che sia la cosa del confin, farano la pace a grattification mia, a ciò che con questo accomodamento possa esser durabile; et così quelli di Maini hanno mandato tre volte ambasciatori da Monte Negro ad humiliarsi et a chieder la pace in loro nome, per l’audienza de’ quali ogni volta ho fatto ridure il Consiglio; et li ultimi hanno nominati quelli che deveno giurare, et così li è stato datto parola di fare la pace, onde io, inanti che si venga a questa conclusione di effettuarla, ho fatto venire li nominati da Pastrovichio, a’ quali ho dimandato quello che sopra la loro conscienza saprano dire con giuramento. Et mi hanno detto che questo terreno contentioso è della Serenità Vostra, et che li Maini non potevano passar la valle, et altri di loro dicono haverlo udito ancho da’ vechi di molta ettà che sono morti, et che così deponerano et terminerano con giuramento. Io non ho voluto dar compimento a questo negotio, se prima non ne ho datto riverente conto alla Serenità Vostra, et primo per la quiette di queste genti, suplico Vostra Serenità a commandarmi quello che le piacerà che io faccia, et a scrivermi così chiaro che io non habbia a essere altro che semplice esecutore de’ suoi comandamenti. Gratie.
Di Budua, li 29 di dicembre 1616.
Della Serenità Vostra riverente servitore.
Fhilippo Paruta, Podestà.
AS Venezia, Senato, Dispacci, Dalmazia, b. 15.
Trascrizione di Umberto Cecchinato.