26 febbraio| 1617 Camillo Michiel
Dispaccio del 11 febbraio| 1617|
N. (senza numero)
Serenissimo Principe,
dall’Eccellentissimo signor General Belegno m’è stato inviato per galea a posta il Capitan Cesare Malacorda, Ingegnero, et un proto, che gionsero qui la sera delli 2 instante, per vedere et considerar li danni seguiti in questo pallazzo, et muraglie per il terremoto, et far calculo della spesa che possi andare nella riparatione. Gli ho mostrato il tutto et dettogli liberamente il senso et parer mio, ma perché detto signor Ingegnero non m’ha discorso a sofficienza il suo parere, né voluto lasciarmi copia delle fatture et dissegni fatti qui, ma solo mostrantivegli alla sfuggita, non ho potuto far sicuro concetto dell’opinion sua, né circa la spesa né circa il modo della construttura dell’opera. Onde non posso altro di più dirne, ma star attendendo quello che la Serenità Vostra et Sua Eccellenza si compiaceranno di commettermi; et sopra l’informationi di detto Ingegnero, et sopra quanto le ho scritto nelle precedenti mie, mandate colli modelli, per esserne poi prontissimo essecutore, et se pure mi paresse che per l’informationi date dall’Ingegnero, che non posso hora sapere quali debbano essere, fosse deliberato qualche cosa ch’io stimassi haver bisogno di maggior consideratione, diferirò l’essecutione per tanto spacio di tempo solamente quanto basti a poter raccordar riverentemente quello che stimerò opportuno, per non potermi mai dolere d’haver tacciuto cosa concernente il poco servitio, rimettendomi poi in tutto a quanto alla somma prudenza della Serenità Vostra et di Sua Eccellenza parerà di risolvere; et in tanto farò preparatione di calcina, pietre et altre materie necessarie all’opera, se però haverò denaro da poterla fare. Nel negotio della congiura altre volte scritta, per ogni esquisita diligenza ch’io habbi usata, col mandar anco più volte persone a posta in Albania ad investigarne con ogni dovuto riguardo, non ho potuto sottrare cosa alcuna di più; ma ben tengo aviso per lettere del Vescovo Sapatense, col quale per inanzi ho passato ufficii di complimenti per via di lettere, et visitatolo di qualche presente persona fedele, et ben affetta alla Serenità Vostra, che in quelle parti et particolarmente a Scutari, si viva in grandissimo sospetto e timore dell’armata di Spagna, la quale per una voce sparsa tra quei popoli si dice doversi indrizzare contro la detta città di Scutari, che intendo esser poco provista sì per mancamento di cappi come di genti, che estratte da quei luoghi sono state mandate a Constantinopoli, per esser inviate alla guerra di Persia, et li medesimi avisi mi vengono confermati da un perastino venuto ultimamente da San Zuanne di Medua d’Albania, con carrico di formento, né in alcun altro luoco d’Albania, eccetto che a San Zuanne di Medua, et ne’ contorni di Scutari si ragiona di questo sospetto. Ben è vero che sì come tengo per sicuro l’aviso del sospetto et commotione de’ Turchi, per haverlo havuto da più parti, così non posso accertarmi che l’habbino conceputo con ragione, non havendo potuto intender altro dell’origine della prima voce sparsa, se non che non sii venuta di bocca di certi preti c’hanno havuto fatica a salvarsi dalle mani de’ Turchi, attribuendogli essi che vi havessero qualche intelligenza; et perché resti la Serenità Vostra meglio informata d’ogni particolare in tal proposito, le invio qui occlusa copia del constituto tolto dal Perastino, né sarà da me ommessa qual si sia possibile diligenza sì nell’investigare quanto andarà giornalmente succedendo come in dar quegli ordini et operare quanto stimerò opportuno per servire come debbo alla patria, dando d’ogni cosa conto anco all’Eccellentissimo signor Generale, sì come ho fatto di quanto fin’hora è passato; et perché vado dubitando che questi sospetti de’ Turchi, quando continuassero, possino interrompere le scalle et comercio anco alli nostri sudditi, vo facendo quella maggior provisione che posso di formenti per uso di questa fortezza.
Vado proseguendo la revisione cominciata dalle monitioni per divenir poi quanto al Montioniero a quello sarà di giustitia. Il dispazzo publico ordinario da Constantinopoli inviatomi dall’Eccellentissimo signor Bailo con sue littere delli 14 del passato, capitò alli 7 dell’instante doi giornate discosto di quei, et ivi fu levato alli portalettere da un Alia Rasinovich de Braichi, suddito turchescho al presente habitante a Vucchiach. Immediate che l’ho saputo ho mandato in traccia di costui et delle (...) il Governator Antonio Bolizza, poiché non è chi in simili occasioni possi con miglior riuscita impiegarsi nel servigio di Vostra Serenità di lui, et del signor Cavalier Francesco suo fratello, che hora si trova a Venetia; il quale signor Antonio, cavalcando giorno e notte, et usando grandissima celerità e diligenza, con suo gran patimento et pericolo, nell’investigar dove si fosse ridotto il predetto Alia, finalmente inteso ch’egli alloggiava in una sua casa a Vuchiacch all’incontro di Sabiach, si condusse (là) in hora tarda, ma scoperto da detto Alia, non volse admetterlo a parlargli, anzi spararono lui et altri suoi huomini diverse archibuggiate contra detto signor Bollizza, et altri che con lui erano, dalle quali però non restò offeso alcuno; ma egli non perciò persosi d’animo, alloggiò quella notte in campagna, et la mattina seguente operò in modo che, venuto a parlamento col sodetto Alia, in fine hebbe da lui le lettere, benché con infinita difficoltà, et hoggi l’ho ricevute. La causa per la quale diceva costui d’haver tolte le lettere et non volerle restituire era per due suoi parenti chiamati Nicol Giuron de Braichi et Unceta Franon de Braichi, che furono rollati a Budua per soldati sopra una barca armata, Capitano Steffano Dubrovizza pastrovicchio, et questi asserisce egli esser stati presi sotto Spizza, et condotti via per foza dal sodetto Steffano Dubrovizza, et da Christofforo Andricin, suo compagno anco lui pastrovicchio, nè voleva il predetto Alia restituir le lettere fino a tanto che non havesse li predetti suoi parenti. Li quali già sono stati mandati in Dalmatia all’armata, onde ha bisognato che il signor Bolizza dii una piezaria in quelle parti di far far la restitutione di detti due huomini, quando però sii vero che siano stati presi et condotti via per forza; et quando non conseguisca questa sodisfattione, minaccia costui di far altra ripresaglia di lettere. Ho scritto quest’accidente et la causa di esso all’Eccellentissimo signor Gnerale, et fattogli instanza perché mandi di qui li predetti due soldati Albanesi, a fine che si possino sopire queste dificoltà; et insieme gli ho raccordato esser molto a proposito per la quiete a questi confini il dar ordene che né a Budua dal Clarissimo signor Podestà, né in altri luochi da altri che da questo Reggimento siano fatti rollare soldati fatti in queste parti d’Albania, perch’io possi ben conoscere se ve ne siano condotti contra lor voglia et licentiargli, come per il passato ho fatto, d’alcuni che ho conosciuto esser in tal modo condotti; et hora m’è parso di significar il medesimo riverentemente alla Serenità Vostra, la quale per altre mie delli 16 del passato haverà havuto ragguaglio dell’intercettione fatta da altri sudditi turcheschi, d’un altro dispazzo publico spedito per Constantinopoli, et della ricuperatione d’esso, seguita pur per opera del medesimo signor Antonio Bollizza, benché con somma difficoltà. L’ardire di costoro et queste operationi di levar alli corrieri le lettere publiche, oltre che procedano dal disgusto già detto che ricevono dai capitani, che poco discrettamente si governano nel far genti in quelle parti, nascono anco dal non esservi in queste provincie convicine cappi d’autorità che possino castigarli, poiché et il Sangiacco di Carcegovina et quello di Scutari si trovano alla guerra di Persia, che perciò sarebbe necessario che fossero mandati in loro luogo Chiauffi o Capizzi, con autorità di far severissima giustitia. Ho dato aviso all’Eccellentissimo signor Bailo dell’accidente primo sodetto et con prima occasione le scriverò quest’altro, perché possi Sua Eccellenza impetrare un ordine che siano mandati li cappi predetti et ceh da quelli siano castigati costoro con la morte almeno d’alcuno d’essi, et sarebbe anco in ciò ben impiegato qualche presente, perché quando non ne segua qualche notabile dimostratione, questa cosa dell’interceder le lettere passerà in essempio con sommo pregiuditio publico. Scriverò anco a Sua Eccellenza colla solita zifra il sospetto et aspettatione in che stanno li Turchi di Scutari, et contorni per l’armata di Spagna. Hoggi ricevo da esso Eccellentissimo Bailo un picolo sachetto di lettere segnato S, spedito estraordinariamente con sue lettere delli 17 del passato, il quale colli quattro soldati ricuperati, in tutto sacchetti numero cinque, invio alla Serenità Vostra in una cassetta segnata S. Gratie etc.
Di Cattaro, li xi febraro 1617.
Camillo Michiel, Rettor et Proveditor.
AS Venezia, Senato, Dispacci, Dalmazia, b. 15.
Trascrizione di Umberto Cecchinato.