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8 aprile| 1617 - 2 giugno| 1618 Marco Giustinian

Dispaccio del 28 agosto| 1616|

N. (senza numero)

Serenissimo Principe,
Oltre quanto significai riverente alla Serenità Vostra al mio primo arrivo a questo Reggimento, in lettere di 19 del passato, Le rappresentarò adesso, quel di più che nella revisione di questa fortezza et altre cose spettanti alla sicurtà sua, mi pare necessario di esserle dedotto notitia; tralasciando tutto quello che s’appartiene all’universale della fortificatione, et diffesa, come sarebbe la regulatione et perfettione de’ cavallieri, belovardi, piazze, fianchi, parapetti, contrascarpi et diversi altri diffetti di tal qualità; nel che so esser stato da diversi Rappresentanti supplito, et mi pare materia più opportuna per altro tempo, et per altre congiunture che non sono le correnti. Tralasciarò in oltre di darLe conto delle polveri, salnitri, artellarie, armi, apprestamenti et ogn’altro instromento, et machina da guerra; et da fabrica, perché son informato haverne all’Eccellenze Vostre Illustrissime pochi giorni sono, data notitia particolare l’Eccellentissimo signor Generale; et mi ristringerò principalmente a doi soli capi, del porto et delle cirsterne; come a cose che essendo più dell’altre sottoposte all’uso quotidiano, commune, et necessario, ricercano anco celere, et presentaneo rimedio. Quanto al porto, è negotio hormai deliberato, et di già per ordine publico, fu dal Clarissimo mio precessore stipulato accordo con Scipion Freddi, che tolse l’appalto dell’escavatione, né resta altro per l’effetto se non che egli venga a dar principio; et s’invii il denaro per le spese che conveniranno farsi trovandosi in questa Camera Fiscale, ducati trecento che s’inviorno per questa causa dall’Illustrissimi alle Fortezze. Il negotio è di quella somma importanza che sanno l’Eccellenze Vostre Illustrissime, non solo come porto principale in questa provincia, ma come fosse della muraglia, et particolarmente del forte che fatto per antemurale della città, riceve dalle acque la principal diffesa, diminuita in tanto in quanto non havendo a quella parte, né fossa, né contrascarpa si può adesso accostarvisi a piede asciuto. Sarà poi necessario che si pensi a ritrovar il modo di divertir l’atterratione per non haver fra qualche anno a reiterar le spese, circa di che non mancarò di usar ogni studio con l’intervento de’ periti, consistendo tutto il rimedio nel divertir che dalla città non vi siano portate l’immunditie delle strade, et per la parte di fuori il terreno, che mosso dalle coltivationi viene per il declino del sito precipitato dalle pioggie che inundano il tempo dell’invernata; oltre lo spalmar et la continua prattica di tutti vascelli, che vanno sempre aggregando materia a questo inconveniente.
Le cisterne di questa città che, situate in doi posti nelli estremi di essa, sumministrano a tanto popolo, militie, galere et forestieri questo necessario alimento, sono in stato tale, massime quelle verso la porta di terraferma, che quando non si procuri di voltarvi in maggior quantità le acque piovane, che si vano perdendo, convengono restar quasi del tutto essauste; sì che finito l’inverno et li temi piovosi, è anco finita l’acqua, della quale sentendone medesimamente privatione tutto il paese circostante, vien astretta questa povertà et soldatesca a prevalersi delle salmastre, origine di molte malattie; et li rappresentanti facendosene condur per uso loro, con barche da certi scogli distanti più di otto miglia, ne resta questa Camera Fiscale aggrevata da continua spesa di trecento et più ducati all’anno. Rifferirò riverente all’Eccellenze Vostre, Illustrissime poiché il presente proposito lo composta, haver veduto con li occhi proprii, per molti giorni continui, multitudine grande di povertà che ne i maggior ardori de i giorni canicolari con sponze attaccate a corde, raccoglievano a ghiozza a ghiozza dal fondi delle cisterne qualche inghistera di acqua putrida e fangosa, con tanta perdita di tempo, et con tanto patimento, che et io et altri assistenti non potevimo se non restarne sommamente commossi, et sentirne infinita compassione. Quello che importi in una fortezza di questa qualità, nelle fauci di potentissimo vicino, così notabile mancamento, non è chi lo conosca meglio di Vostre Eccellenze Illustrissime, alle quali vengo a significarlo riverente, perché così piacendo le possano dar ordine per la debita provisione che sarà et facile et di poca spesa, col far le gorne di tole attorno questi palazzi circonstanti; sì che le acque si uniscano in un medesimo alveo, dal quale poi scorrano indubitatamente nelle cisterne predette, rimedio che riesce tanto più necessario quanto che una tal privatione è nota ai Turchi istessi, che pratticando in questa città per loro commercii et traffichi, la toccano con mano nel patimento loro. Nel qual proposito de’ Turchi non lasciarò di aggiunger che, stimando io quanto si deve la sicurtà et riputatione di questa fortezza, vado restringendo loro quanto più si possa con ogni maggior desterità l’ingresso in essa et massime il dimorarvi di notte, havendo però sempre risguardo a non mostrar diffidenza; et è noto privarli in apparenza di tutta quella libertà che sin hora hanno goduta, con loro beneficio et utile per le mercantie che fanno principal instromento di tenerli a freno, et massimamente per non irritarli a difficoltar la condotta di gente a’ diversi Capitani espediti dall’Eccellentissimo signor Generale, li quali io vado continuamente sollecitando et inviando la soldatesca di tempo in tempo, et di mano in mano a Sua Eccellenza li scolari Bombardieri, in tutti sessanta, da me rassegnati et fatti essercitar al tiro del bersaglio, riescono assai bene. Ve ne sono undici de’ vecchi, la maggior parte oltre la sessanta anni, li quali non potendo far alcuna fattione, crederei che fosse bene il rimetterne altri in luoco loro, nel qual proposito ho scritto a Sua Eccellenza, et ne starò aspettando suoi ordini per adoperarmi intorno ad essi, et in ogni altra cosa del mio carico, conforme al stimolo dell’obligo et inclinatione ma nel servitio della patria, in tutto quello che può derivar dalla mia altrettanto ardente quanto debilissima habilità. Gratie etc.
Di Zara, li 28 agosto 1616.

Marco Giustinian, Capitano.

AS Venezia, Senato, Dispacci, Dalmazia, b. 15.
Trascrizione di Umberto Cecchinato.