1614 Giovanni Francesco Dolfin
Dispaccio del 26 ottobre| 1614|
N.
Serenissimo Principe,
invigilando io con ogni spirito per ben servire la serenità vostra conforme all’obligo et desiderio mio, non solo alle cose attinenti al governo di questa città a me commessa, ma anco più oltre passando a quelle che so essere di gusto et sodisfatione di lei. Per tanto da buona et sicura parte ho inteso che il signor Mehmet Beg, Sangiaco di Scutari, li xi instante partisse dal suo governo chimato di ordine del suo gran signore, per andar alla guerra presso Salonichi, contra certi ribelli sotto la condotta di Aslan Bassà, che con xii sangiachi alla debellatione di essi ribelli è destinato. Il qual sangiaco di Scutari ha lasciato suo luocotenenti Suliman Chiecagià, personaggio principale della sua corte, et dopo partito esso Sangiaco, sono venuti certi di ordine suo per levar da me quel solito segno di amicitia, et di buona vicinanza che si li suol dare, et io, per esser absente detto Sangiaco, ho porto scusa che non sia ancora gionta la robba, per aspettar di ciò fare alla sua tornata, che si crede serà il mese di decembre prossimo, stimando bene ch’esso sangiaco s’attrovi personalmente alla riceputa.
Ho parimente per il constituto di Zuane di Steffano da Perasto de dì 24 instante inteso ch’essendo egli andato con Vincenzo di Triffon et altri marinari al numero di xi, tutti da Perasto, a Durazzo per formenti con il vassello di esso vincenzo di portata di stara mille e cinqueento in circa, in tre albori, si partessero venere prossimo passato xvii instante il dopo disnare da detto loco di Durazzo, per andar a caricar alla ponta di Caolacchi discosto da esso loco xviii miglia, et avanti giungessero a ditta ponta scopersero che dietro d’essa venivano duoi fuste barbaresche, l’una rossa di xxii banchi, et l’altra negra di xviii, che li vogavano contra essendoli discosto manco di tre miglia, et conosciutoli per vasselli di mal fare, diedero volta et andorono con li velle piene ad investir in terra, sotto Caolacchi; et che lui con detto parone et altri marinari al numero de viiii erano fugiti con la barca in terra, et che duoi altri de suoi marineri ch’erano in un lito attacati dietro il vassello, erano stati immediate col ditto vassello presi da dette fuste, li quali investite in terra, sbarcorono parte delle gienti et andorono cercando li fuggiti. Et che lui Zuane s’imboscò et si salvò, et che il sabbato seguente venne a Durazzo, et là intese da un turco, che quelli delle fuste havevano fatto schiavo il suddetto paron Vincenzo, et ch’era nelle mani di un turco rico, che sta in certa villa fra terra in Albania, lontano xxx miglia da Durazzo, et che gli hanno datto taglia 500 tolari per il suo riscato; et la domenica seguente fu li xix detto, ritrovandosi esso Zuanne in detto luoco di Durazzo con alcuni altri da Perasto, che con tre vasselli sono in quel porto per formenti, videro che le fuste sudette diedero fuoco al detto vascello depredato et l’abbrugiorno, et havendo ciò visto, et intesa anco la captura di un patrone, se n’è venuto a Perasto a notificarlo alli suoi, credendo fermamente che anco gli altri marinari siano fatti schiavi, non essendo sin’hora comparsi; et che havevano anco inteso da un turco da Castelnuovo, ch’era stato su dette fuste, che queste con altre tre si erano sbandate dall’armata turchesca, et che le altre tre non se sapeva dove fossero andate. Il qual fatto da me inteso, immediate, per messo a posta, notificai all’illustrissimo signor proveditor dell’armata, che nelle acque di Ragusi di ritrovavano, acciò facesse quella che alla sua prudenza paresse più necessario, sì per sollevatione de’ captivi, come per sicurezza di quelli altri tre vasselli, che dalla pavura porto erano, si può dir, sequestrati. Tutte le sudette cose mi ha parso di riverentemente notificare alla Serenità Vstra, stimandole degne di esser intese da lei, et se altro di più alla giornata andrò sotrahendo lo significarò con ogni humiltà alla Sublimità Vostra. Gratie.
Di Cattaro, li xxvi ottobre 1614.
Giovanni Francesco Dolfin, rettor et proveditor.
AS Venezia, Senato, Dispacci, Dalmazia, b. 13.
Trascrizione di Umberto Cecchinato.