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18 marzo| 1614 Giacomo Contarini

Dispaccio del 24 agosto| 1614|

Serenissimo Principe,
doppo ch’io venni al governo di questo reggimento per obedir alla Serenità Vostra, trovai che da questo illustrissimo arcivescovo et da questa reverenda abbadessa di San Benedetto venivano continuati alcuni abusi pregiuditiali parte ala dignità de’ publici rappresentanti, et parte concernente all’usurpatione di queste riviere, senza conoscimento della natural patronia dovuta alla Serenità vostra. Ond’io vedendo che la modestia usata da’ miei precessori rendeva più ardite le pretensioni ingiuste delli detti due reverendi personaggi, mi risolsi di risarcir i disordini seguiti, et tornando diffide il poter riuscirmi di conseguirlo con maniere piacevoli, convenni usar modi risentiti sì ch’a fine ottenni quanto debitamente tentai. Onde per questo rispetto hora, et non prima, ne dò riverendissimo conto alla Serenità vostra, la qual resterà servita di riceverne l’informatione distintamente, che è questa.
Si trova un castel di questa giurisditione ch’essendo nominato già castel dell’arcivescovo, vostra serenità gli anni passati prudentissimamente per queste cause ordinò a’ miei predecessori che si dovesse levar tal nome et darli il suo, che era Suturaz. Ma se ben fu essequito questo in quanto al nome, non restava l’arcivescovo presente di conservar sopra di esso un certo ius, come di voler deputar i gastaldi (che sono come i degani et i merighi in coteste parti) et quel che più importa di voler a suo gusto metter et cambiar le guardie tanto importanti che si tengono al Becco et altrove, per avisar le adunanze de turchi preso de’ morlachi che si unissero a’ danni di questi confini con le solite et improvise lor incursioni. Onde parendomi che questi negotii concernenti alla conservatione de’ sudditi et dello stato insieme, s’aspettassero a me et non all’arcivescovo, o pur al suo vicario che sotto di me haveva principiato ad ingerirvisi feci formar processo contro i suoi et parte con piacevolezza et parte con rigore, finalmente i gastaldi et le guardie dipendono da me et monsignor arcivescovo converrà quietarsi alle cose del dovere.
Secondariamente, trovai che nell’occasione delle messe solenne alle quali interveniva il rettor rappresentante vostra serenità, mentre il diacono incensava il vicario overo in sua absenza l’arciprete, il subdiacono incensava il rettore, et benché ciò mi paresse non solamente indecente, ma contrario in tutto all’uso di tutte l’altre città di questo Dominio, tuttavi mentre interlasciai di intravenir intanto alle solenità, mi diedi a prender informatione da più bande et a vederne anco il cerimonial pontificio, dove che conoscendo finalmente che questo era un abuso cresciuto per la troppo modestia che pregiudicava alla publica dignità, mi risolsi di levarlo et anco questo, parte con destro modo et parte con risentite parole, ho ridutto di comun consenso a quella consuetudine che si osserva altrove. Et quel disgusto che tutto tra’l magistrato di questa città et i canonici per la istessa precedenza spero che sopirà et che superaron anco questa difficoltà destramente con l’aiuto divino.
Terzo loco, si trova un castel ditto della reverenda abbadessa, il cui nome per le cause infrascritte non staria forse mal a levarlo, come fece già far la serenità vostra, gli anni passati a quelli dell’arcivescovo, dove con l’occasione che quel monasterio di monache di San Benedetto hanno certa quantità di campi in questi confini turcheschi, esposti alla marina, hanno havuto ardimento di fabricar casette sopra ‘l lido del mare et farsi tributarii un numero di contadini con riconoscimento di suo gusto. Et quel ch’è peggio, che se alcun altro vuol in quelle parti appresso la marina in spiaggia aperta et inutile fabricare, essa reverenda abbadessa presume con un ius assoluto, quello vietar che non è suo, ma che anzi la serenità vostra è la sola riserva, così per ragion di confini rispetto al poter spianar et far altro secondo può occorrere, come anco per tenir le riviere et le spiaggie libere et nette al beneplacito delli comandi di mare. Ond’io vedendo che quest’abbadessa senz’haver investitura alcuna, né altra giusta pretensione eccetto quella che si è andata figurando da se stessa, continua ad usurparsi un ius impertinente a pregiuditio di vostra serenità, ho presa l’occasione di un certo prete, che anch’egli temerariamente haveva dato principio a fabricar una casa appresso esso castello pur su’l lito del mare, et la medesima abbadessa glielo voleva impedire, udite le parti ho terminato et mortificate ambedue, vietando a quello il fabricare et a questa il comandare. Et ho voluto darne conto a vostra serenità inanzi ch’io faccia publicar proclama che chi ha fabricato sopra queste riviere debba mostrarne l’investitura, altrimenti procederà a qualche conveniente deliberatione. Et però essendone da me avisato anco l’eccellentissimo signor proveditor generale, starò attendendone o dalla serenità vostra overo da sua eccellenza questi ordini che mi saranno imposti et tanti prontamente essequirò. Gratie etc.
Di Spallato, li 24 di agosto 1614.

Giacomo Contarini, conte et capitano.

AS Venezia, Senato, Dispacci, Dalmazia, b. 13.
Trascrizione di Umberto Cecchinato.