18 marzo| 1614 Giacomo Contarini
Dispaccio del 19 ottobre| 1614|
Serenissimo Principe,
con mie delli 25 agosto diedi riverentissimo conto a vostra serenità d’una solevatione allora fatta da’ turchi di Clissa et di Salona, per causa d’un turco ch’era stato mal trattato da un traurino, in vendetta di sua madre ch’esse havevano svergognata a’ molini, et com’era stato acquietato il tuto con sodisfatione comune. Hora mo, è successo che per causa d’un nuovo disparer vertente fra un turco et un Francesco Marchiano guardiano qui alla pistora, era corsa disfida di combatter, et da me era parimenti stato disturbato il duello, venne in pensier ad alcuni di Castel Vitturi, territorio di Traù, interessati con la detta donna, di fumentar questo duello, per haver causa di romperla con que’ turchi, de’ quali erano mal affetti, et non ostante ch’el detto nostro soldato havesse da me pena della vita, a non ridursi in steccato col turco, nondimeo spalleggato da questi doveva questa mattina esservi introdotto, che vi si fa la sagra, che per esser il luogo eletto, situato sotto castel Suzzuraz, territorio di questa giurisditione, venne quel gastaldo hiersera su le tre hore di notte a farmene avisato, onde havend’io dato ordini strettissimi che niun suddito dovesse in piena de bando et della vita uscir dal suo castello, senza dilazione espedii lettere al clarissimo Conte di Traù, che volesse far l’istesso, et insieme comisi ch’el detto nostro soldato fosse cercato et retento vivo o morto; et teneno anco aviso ch’el detto turco doveva esser accompagnato allo steccato, con cento cavalli et 200 pedoni armati, imaginandomi ch’i nostri et li traurini così per la lor natural ferocità et la solita lor poca ubidienza, come per il desiderio che mostravano d’incontrar occasione da vendicar l’offesa della detta donna, non haverebbeno forse prestata la debita essecutione alli predetti miei mandati, com’il medesimo gastaldo anco mi riferiva di haver sentito ch’erano di già risoluti di volerla attaccare, mi risolsi di conferirmi a Suzzuraz per ovviar a que’ scandali che mi soprastavano, ma comparirvi con quella sicurezza et con quella reputatione insieme, ch’alla dignità d’un rappresentante vostra serenità si conveniva. Et così di notte come era, feci comandar tutat questa cavalleria cento soldati de’ borghi, et dato buoni ordini nella città mi partii nello spuntar dell’alba, et mi trovai a Suzzuraz intorno al levar del sole, facendo subito intender alli agà di Clissa et di Salona confinanti il disordine che per tal duello poteva seguire, contro la mente di Vostra serenità et del lor Gran signore. Né stettero molto a comparir da quella parte circa a 300 turchi armati parte a cavallo et parte a piedi, con altri 100 in circa poco dipoi, che da Cetina conduceva Cussaimben. Ma non furono più tosto veduti da’ nostri, che erano con li traurini ivi ridutti alla sagra al numero di 500 in circa, che volendo al tutto andar a darli dentro, faci passar bando con pena della vita, che nessuno ardisse moversi dal suo luogo senza mio ordine espresso; et perché la gran ansietà che mostravano di passar a danni de’ turchi, li rendeva impacienti et sprezzatori delle pene, io acciò non seguisse alcun disordine dal canto nostro che potesse render disgusto a vostra serenità, mi cacciai tra nostri et forzato contra mia voglia oprar lo stocco et offender alquanti di que’ più temerarii, che si mostrarono troppo sitibondi del sangue turchesco. Ma intanto comparsero alle stangate due turchi, uno de’ quali era fratello di quel che doveva combatter, il qual lasciatosi intender che desiderava ragionar co’ nostri, mandai con honorevole squadra il signor Geronimo Cambio ad ascoltarli, informato prima da me di quel che dovea fare. Onde il turco fu primo a dirli, ch’essendo arrivate alli agà le lettere del conte di Spallato che prohibivano il steccato, et nel medesimo tempo essendo arrivate anco le lettere del soldato christiano che avisava doversi trovar questa mattina in campo, erano venuti per intender qual di quelle due lettere doveva haver effetto; a che rispose il detto signor Geronimo che l’intentione del conte di Spalato assolutamente era che fosse annullato il duello hora et sempre, et che perciò havendolo prohibito al nostro soldato con pena della vita et havendo presentito che si era inviato hier sera a questa volta contra l’ordine suo per combattere, gli haveva espedita tutta la corte con mandato così a questa come alli tre castelli ch’ovunque capitasse doveva esser retento vivo o morto, et però non potendo comparir, dovessero condur via il loro fratello, et far intender a Cussaimbene che se non partirà tosto da que’ confini con tutta la gente d’arme si prenderà quella deliberatione che si giudicherà più conveniente in tal occasione; il che inteso da quei turchi dissero che ricevendo tal parola in fede d’honore condurrebbeno via anch’essi il lor fratello, et riferirebbeno a Cussaimben l’intentione del conte. Dove attendendo io fuor il fin de tal impresa, si vide in breve il turco della disfida a partir verso Clissa et poco dipoi venir verso la stangata, due altri turchi che mostravan d’esser primi fra gli altri, i quali dicendo che desideravano haver udienza da me, per parte di Cussaimben; gli feci introdur alla mia presentia, dove con quel maggior decoro che mi fu concesso del sito, del luogo et del tempo, ascoltai l’ambasciata, la qual fu questa, esposta sempre con segni assai riverenti. Che sapendosi esser in tal giorno la sagra a Suzzuraz, ove soleva concorrer un gran numero de cristiani, et giudicandosi che si dovesse combatter quel singolar certame era venuta quella gente parte per sicurezza del suo soldato, et parte per curiosità di veder il duellar, non per rompere la pace; et era pronto a levar via i suoi, quando da me si fosse per esseguir l’istesso. A che risposi con viso alquanto severo, che non era conveniente per lievi cause lanciar disfide tra particolari, i cui principii se ben parono tenui, possono apportar delle consequenze pernitiose; et che havend’io prohibito il duello al nostro soldato con l’haver fulminato contra di lui comissioni rigorosissime, di ritentione et di morte, s’egli havesse operato il modo col suo soldato, affidato delle mie lettere scritte alli agà, non seriano venute a le sue gente armate a metter in moto questi confinanti, con pericolo di romper la pace et far gran strage senza occasione. Anzi che venendo fatte ogni giorno delle insolenze a’ nostri sudditi fin alle done, et restando sempre impuniti i mal fattori, non si potrà tanto dissimularle, che non seguirà una volta qualche vendetta acerba contro di loro, con mio dispiacer, che non potrò sempre esser pronto come son stato al presente a porgervi rimedio, movendomi il benefficio che trahe il suo gran signore da questa scala a tenir i miei in freno, et non lassar contaminar la buona intelligenzia che passa tra il mio serenissimo principe et l’altezza sua. Et qui risposero essi ch’essaltavano questo mio buon voler, vivendo in essi altretanto desiderio della publica quiete, et che si daria ordine per reprimer l’insolenze accennate, et per segno di buona corrispondenza, si partirebbero subito con tutta la sua gente, et con molta creanza preso combiato, li feci accompagnar; et riferto c’hebbero l’ambasciata a Cussaimben, si videro in breve dileguarsi dalla vista nostra, che di là non volsi partirmi se non vidi prima sgombrato il paese et assicurato i confini. Ond’è commune opinione di questi signori che s’io non mi ci trovava in persona, succedeva grandissima tagliata, si ben di numero et di bontà di gente erimo superiori, in modo ch’i turchi n’havrebbeno havuta la peggio. Ond’io ringratio la maestà di Dio c’habbia retto le mie attioni in questo importantissimo negotio, et sento in me consolatione straordinaria d’haver esperimentato ne’ nostri tanta fede, tanta bravura, et tanta prontezza in servitio della serenità vostra. Gratie.
Di Spalato di 19 ottobre 1614.
Giacomo Contarini, conte et capitano.
AS Venezia, Senato, Dispacci, Dalmazia, b. 13.
Trascrizione di Umberto Cecchinato.