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1649 Antonio Diedo di Iseppo

Dispaccio del 27 giugno| 1650|

N. (senza numero)

Serenissimo prencipe,
a 31 maggio decorso e 13 del corrente, ho riverentemente rappresentato alla Serenità vostra quanto haveria dalla medesima inteso. Hora, continuando questo illustrissimo signor proveditore estraordinario nel predominio di tutte le cose e calpestando li suoi devotissimi et benemeriti rappresentanti, li è parso di potenza assoluta levarmi quel lustro delli sei alabardieri che, con publici decreti, sono assignati a questa carica per caminar davanti il rettore con le allabarde nell’uscire di palazzo, senza alcuna spesa né interesse publico, per esser delli soldati di queste compagnie, con tanto sprezzo della mia persona et pure al tutto mio potere, con estraordinaria servitù a mie spese sostengo il publico decoro. Onde mi rissolverò di non uscire di palazzo e starmene in questo rinchiuso, e pure che mi basti anco l’usar questo termine di modestia, che non mi trovi qualche inventione di arrestar anco la mia persona, havendo scoperto che all’eccellentissimo signor proveditore general Foscolo ha scritto delle falsità, con il quale pienamente mi sono giustificato; stimando che possi scrivere il medesimo a Vostra serenità, non le mancando caballe et rappresentando [?] sempre le cose stiracchiate a modo suo, portandosi avanti con avisi che li vengono somministrati dalla virtù et bone corrispondenze che tiene il signor cavalier Francesco Bollizza, communicati anco alla mia persona, se bene qualche d’uno deve provecchiare colli medesimi avisi nelle grossissime spese che osservo si fanno in cose straordinarie.
Hoggi poi con l’occasione che è capitata la marciliana del patron Bevilacqua, con carico de sali, havendone io fatto scaricare nella gabella picola che si è introdotta fuori delle porte della città in tempo di questo illustrissimo signor […], sotto prettesto di sospetti di sanità, che hora non corrono, stara 100, oltre quello che vidi ritrovava [?] per doversi vender dal satinaro a comodo et beneffitio universale a contadi, et poner il denaro in camera, per esserne poi dato dell’altro doppo il smaltimento di quello, et ordinato allo istesso salinaro che il rimanente fosse scaricato nelli magazeni publici in città, dei quali io tengo una chiave, non piacendo a sua signoria Illustrissima, né al salinaro, che si intendono insieme, questa regola per esser interotto il traffico delle bollette, che si è pratticato per il passato, con quali invece di danaro venivano portati in camera, fece pur un mandato allo istesso salinaro di scaricar esso sale nella gabella picola, che è in sola libertà del salinaro, et ostandoli il mio mandato e la pena fatta poner da me al patrone, sua signoria illustrissima [?] le ha mandato li aiutanti colli moschettieri et huomini di galera a scaricar esso sale et ponerlo dove gli è piacciuto, senza l’intervento dell’istesso patrone et marinari, et fatto sequestrar in corpo di guardia il soprastante, acciò si risolvesse di andar alla detta [?] assistenza, et pure [?] la materia di sali viene a me solo raccomandata; io son il debitore et con la forza et violenza mi leva ogni aiutta per li fini accenati;
Volevo pure portarla avanti et con la pazienza divertir di scrivere male miserie, et continuamente provo maggiori delle tiranide usate all’illustrissimo mio preccessore, mi necessitano a farlo et di raccordar alle Eccellenze vostre la dilapidatione che viene pratticata del publico denaro qui in queste ristrettissime congiunture, caggionandone da ciò anco altro importantissimo pregiudicio, osservato da me nel corto di doi mesi che mi ritrovo a questo governo, et che se in alcun tempo mai è stato neccessario il mandar fuori inquisitione in qualsiasi luoco, qui è urgentissimo il bisogno, et parlo con la solita sincerità et zelo che tengo delle cose publiche, et se bene potrebbe esser risposto dalla sapienza di alcuno delle Eccellenze vostre non esser tempo di aggravarsi di spesa. Io attesto alla Serenità vostra che, colli lumi che mi essibisco et sarrò per dare a quel prestantissimo senatore, che lo desidero di natura di tirarsi la beretta sopra li occhi, per non guardar in faccia ad alcuno che fosse ispedito qui, non solo il publico restarà immediatamente ressarcito della spesa, ma anco di gran lunga si avanzarà la camera da quelli che, indebitamente et con maniere illecite, haveranno provecchiato con reprobate operatini con la correttione dovuta, se li [?] che per servitio e benefictio delli interessi delle Eccellenze vostre; né attenderò la ressolutione, acciò possi conoscere che la mia riverente rapprentatione sia gradita, scaturita dal solo zelo che li raptori [?] siano conosciuto, et il publico ressarcito, et puniti quelli che saranno conosciuti in mancamento, dovendo anteponer io questi importanti affari alla vita istessa. Gratie etc.
Cattaro, li 27 giugno 1650.
Mi risolvo di mandare una fede fatta cavare or ora dalla camera della quantità del sale spalato in tempo mio et del pocho danaro contato in essa camera, et il resto in tante bolete come nella medesima fede che suplico sia letta.

Antonio Diedo, rettor et proveditore con giuramento.

Allegato (1 c.):
Si fa fedde che le […] camere fiscali di Cattaro, qualmente dal principio del reggimento dell’illustrissimo signor Antonio Diedo, al presente rettor et proveditor di questa città, che fu li 18 april prossimo passato fino li 27 giugno corente, sonno stati eritati [?] scudi 11.507, due terzi di delle [?] di publiche raggione, il quelle importe lire 34.468, che importer del quelle è stato del dinero [?] publicho, unito nelle camere predette in contenti lire 1.585 e 16 et il resto in 100 [?] bolette, il quelle disse esser state pagette de lui con ordine dell’eccellentissimo signor Felippo Boldu, proveditore estraordinario di questa città, in quoro fider [?].
Datte dalla camera fiscale di Cattaro li 27 giugno 1650.
Sebastieno Guadagnini, reggitore di camera.

AS Venezia, Senato, Dispacci, Cattaro, b. 1
Trascrizione di Francesco Danieli.